Tagli mirati per gli insegnanti, fra silenzio e disinteresse

Immaginate che chiuda la Fiat. Immaginate che un’azienda mandi via 4.000 lavoratori senza alcun sussidio. Immaginate che il tutto avvenga in una piccola regione ed in silenzio.
Impossibile? Eppure è quanto sta accadendo in Basilicata al personale della scuola. Dai calcoli degli addetti ai lavori, nel giro di qualche anno si effettueranno 4.000 tagli, fra insegnanti e personale amministrativo. E ad essere “tagliati” saranno i precari, senza alcun ammortizzatore sociale. Eppure, se non fosse stato per i presìdi degli insegnanti nessuno ne avrebbe parlato.
La notizia sarebbe passata in silenzio, valendo meno di una bandiera rubata e poi ritrovata. Ed ancora oggi, dopo le proteste, questo tema interessa a pochi. I tg non ci fanno le aperture, nei giornali non è centrale, e fra l’opinione pubblica non direttamente interessata è come se la cosa non ci fosse.
Un discorso che vale anche a livello nazionale. Per effetto delle riforme introdotte con la Finanziaria, nel giro di tre anni ci saranno ben 130.000 posti in meno nella scuola. Ad essere “fatti fuori”, neanche a dirlo, saranno i precari, lasciati a piedi senza una lira. Ma avete sentito un tg aprire con questa notizia? Dico, 130 mila è la popolazione di una città media; interesserà pure a qualcuno? Senza voler fare paragoni, ma lo scorso anno per i 10.000 dell’Alitalia si è fermato il Paese e, forse, si è condizionato l’esito delle elezioni politiche. E per i precari della scuola, per i 130.000 lavoratori che rimarranno a casa? Nemmeno un accenno sulle tv nazionali, che trovano però lo spazio per raccontarci le disavventure dei viaggi di nozze di una coppia inglese o intervistare, uno per uno, i vacanzieri in colonna sull’A3.
Nulla. Perché i precari della scuola non interessano. Lo dico con rammarico, ma è così. Già nella definizione comune c’è il germe del disinteresse. Perché “gli operai” che perdono il lavoro (ed a cui va la solidarietà mia e anche, credo, di tutti gli insegnanti) sono sempre padri di famiglia, anche se hanno 18 anni e sono in fabbrica con un contratto di apprendistato da sei mesi. Mentre “i precari” della scuola sembrano essere ragazzotti al primo “contrattino”, e magari, invece, hanno 50 anni, una famiglia ed insegnano da 25.
E’ l’inizio della divisione dei lavoratori. Quest’anno l’isolamento tocca agli insegnanti. Anzi, specificatamente solo ad alcuni. Si, perché i tagli sono selettivi, quasi chirurgici. Si colpisce un solo pezzo di una categoria per dare l’impressione che si stia con gli altri, e così si va avanti, senza che fenomeni di lotta comune possano nascere fra i lavoratori (chiamateli “coscienza di classe” o “solidarietà”, a seconda dei gusti).
E così assistiamo oggi al taglio di due ore di insegnamento d’italiano nelle medie, domani a due di matematica alle superiori, poi una d’inglese e così via. Risultato: 130 mila in meno e riduzione al minimo delle tensioni.
Scusate la domanda: ma qualcuno se ne è accorto? I sindacati, ora, chiedono con forza di “condurre in porto, nel più breve tempo possibile, le annunciate misure straordinarie per i precari che perderanno il posto di lavoro”. Non credo sia questo il problema. Gli insegnanti precari chiedono di lavorare, non di avere solamente un sussidio per qualche mese. E lo chiedono perché quando sono state pensate le graduatorie ad esaurimento (il nome non era casuale) erano state garantite 150 mila assunzioni in ruolo in tre anni. Poi non se ne è fatto più nulla; ma chi doveva accorgersene dov’era andato?
Gli insegnanti precari chiedono, se necessario, anche di spostarsi sul territorio nazionale, se è ancora “uno e solo” il Paese. E lo chiedono perché alle convocazioni nelle scuole del Nord si presentano sempre meno docenti di quelli che servono. Ma anche questo è precluso, prima dal blocco dei trasferimenti, ora dall’insensatezza delle “graduatorie di coda”, che fanno sì che un insegnante con più titoli stia dietro ad uno con meno solo perché inseritosi dopo in quella provincia. In molti, organizzatisi in associazione e senza l’aiuto dei sindacati, contro queste storture hanno fatto ricorso, ed il Tar Lazio gli ha dato ragione (sia per il trasferimento, secondo il principio della mobilità nazionale, sia per la questione delle code, per l’assunto che chi ha più titoli e servizio non può stare dietro a chi ne ha meno). Nei fatti, però, non è accaduto nulla; ed anche qui mi chiedo dove fossero i sindacati e la politica.
Ora si tentano strade alternative, quali attività extracurriculari e progetti regionali. Ma al di là dei proclami, qualcuno ci vuole spiegare le soluzioni che intende mettere in atto o dovremo continuare a veder tamponata poco per volta la situazione con l’unico risultato di diluire nel tempo il problema nella speranza che “pochi” disoccupati per volta non diano troppo fastidio ai tanti manovratori, spesso improvvisati?

Questa voce è stata pubblicata in libertà di espressione, politica. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento