Quel mondo dietro i numeri

“Che ne sapevano di questa gente, che ne sanno quelli che ci governano? Ora lassù le montagne sono deserte e franano, anche le piccole chiese sono state rapinate dei loro poveri oggetti d’arte, già ‘arte povera’ diventata mercato per i ricchi. Dalle case abbandonate hanno pure rubato i poverissimi oggetti per fare antiquariato. Nei cimiteri crescono le ortiche e sui monumenti ai caduti i nomi diventano illeggibili. Come sono diventate agre le nostre speranze”.
Queste parole di un racconto di Mario Rigoni Stern, mi sono tornate in mente apprendendo la notizia che Oliveto Lucano non ha più il medico di base, per il pensionamento del dottore che fino ad ora ha assicurato il servizio.
Letta di volata, la notizia ha dell’incredibile: insieme al medico condotto andranno in pensione anche tutti i malanni della popolazione del piccolo centro del materano? Suppongo di no. Ed allora come mai quel posto è vacante? Non si sapeva forse che il dottore sarebbe andato in pensione?
A leggerla meglio però, incastonandola nei fenomeni generali che da anni colpiscono i piccoli paesi, la notizia diventa meno improbabile, più conforme al sistema delle regole attuali; per certi versi più attesa, annunciata. Il medico va in pensione e non si pensa immediatamente alla sua sostituzione perché i numeri non giustificano l’urgenza di tale cambio, forse nemmeno lo stesso servizio.
La politica e le sue scelte, come quelle dell’economia e del mercato (che poi, purtroppo, sono sempre più figlie della stessa scuola di pensiero) si basano sui numeri. Sono i numeri che indirizzano, e spesso “fanno”, le decisioni. I numeri sono insindacabili, ci viene ripetuto, e se non quadrano non ci si può fare nulla. Sembra disarmante nella sua veridicità un tale ragionamento: ma è la più grande di tutte le menzogne che ci sono state raccontate.
E’ una vita che ci costringono a sottostare alla presunta “legge dei numeri”, che si giustificano le scelte in base a questa legge quando poi in effetti essa non ha colpa. La storia che i numeri non quadrano, non sposta la responsabilità della scelta dalla politica (sottoposta a giudizio e quindi valutabile per i risultati) alla matematica (per definizione obiettiva pertanto insindacabile), e quindi non libera gli attori della prima da eventuali colpe per effetto della non opinabilità dei meccanismi della seconda. I numeri di per sé sono un dato, ed in quanto tali non determinano da soli una scelta. La scelta è invece frutto del loro raffronto con il “quadro” di riferimento scelto, da dove deriva poi il valore, la qualità, il significato di quegli stessi numeri. E siccome la definizione del “quadro di riferimento” attiene alla politica, anche le conseguenti scelte dettate dal raffronto con i numeri non saranno insindacabili risultati matematici, ma il frutto di decisioni assunte nella individuazione dei criteri per la composizione di quest’ultimo.
Quindi, per non farla troppo lunga, non ha senso affermare “ce lo impongono i numeri” in relazione alle scelte da fare. Ma soprattutto, quando si sostiene una teoria simile, non si deve dimenticare che “quei” numeri sono persone. Non si tratta di insiemi numerici vuoti, ma di comunità ricche di storia, tradizioni, culture. Un’umanità diffusa, una ricchezza che non si misura in avanzi di bilancio, e che non si può cassare a tavolino perché “non quadra” sullo schema di partita doppia di qualche contabile o politico.
Se progressivamente dai piccoli centri togliamo le rappresentanze simboliche di comunità, per iscriverci sopra i segni di un potere che si manifesta attraverso le leggi dei sistemi aziendali, alla fine metteremo in crisi l’idea stessa di comunità. Togliendo la scuola, l’ufficio postale e gli altri servizi pubblici, il medico, i presidi della sanità, quelli delle forze dell’ordine e delle altre rappresentazioni dello Stato in quanto comunità più ampia dai piccoli centri, si determina lo smarrimento del senso di appartenenza ad una comunità, prima, e si realizza nel sentire degli abitanti di quei centri, dopo, quella situazione ben sintetizzata dal titolo di un libro di racconti ambientati in Italia meridionale di Tahar Ben Jelloun: “Dove lo Stato non c’è”. 
Determinare oggi, per effetto di decisioni che nascondono la faccia dietro la “teoria dei numeri”, la fine dei piccoli comuni determinerà domani, per effetto della stessa logica, la vittoria di coloro che sostennero ieri l’inutilità di una piccola regione come la nostra. E dopodomani, in un’ottica globale di miliardi di esseri umani, quanto sarà forte la voce di una nazione di appena una cinquantina di milioni di abitanti?

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