I due costi del denaro

Salve a tutti,
            leggevo sulla stampa di questi giorni i risultati dell’indagine conoscitiva condotta dall’Antitrust sui costi dei conti corrente in Italia. Be’, a me, come a tutti voi, ne sono sicuro, è parso di leggere la scoperta dell’uovo di colombo. Lo sappiamo bene e sulla nostra pelle che i conti in banca costano, e non poco. Ora però l’indagine dell’Antitrust, condotta con rigore scientifico, ci quantifica questo “non poco”: 182 € l’anno, mediamente parlando s’intende. Troppi se si pensa che la media europea è meno della metà di quella del Bel Paese con punte di economicità in Olanda, dove il c/c medio costa appena 35 € per dodici mesi.
            Non sono certo un economista e mi rapporto alla materia con la diffidenza innata della cultura contadina. Ma come i contadini, da cui sono fiero di discendere, avrò anche le scarpe grosse, ma il cervello non è tanto “grossolano”, ed è difficile confondermi con sofismi quando si parla di realtà concrete: i soldi, appunto. Ho ritenuto necessario precisare ciò perché sto per addentrarmi in una materia non mia. Ma miei, come vostri, sono i soldi in gioco, e perciò mi arrogo la presunzione di esporre il mio pensiero a riguardo.
            Allora, ricapitoliamo. L’Antitrus ci dice che un conto corrente in una banca italiana costa all’utente, mediamente, 182 € l’anno. Quindi, io sarò tardo in materia e non ho molta confidenza con i numeri, ma così, di primo acchito, sembra proprio che l’Autorità intenda dire che se metto 100 € sotto il proverbiale mattone, dopo un anno certamente non sono cresciuti ma sicuramente, se nessuno li ha presi, sono ancora là, intatti. Se invece li lascio sul mio conto corrente, dopo un anno non solo questi non ci sono più, ma hanno lasciato in banca un debito di 82 €.
            Si, lo so banchieri, sono ignorante in materia ma non così tanto. Se lascio i miei soldi e non faccio nessuna operazione il mio conto corrente non costerà certamente 182 € l’anno, dato che quella cifra è riferita alla media dei costi bancari sostenuti dagli utenti. Ma se questa magia della sparizione dei miei soldi non avverrà in dodici mesi, avverrà in ventiquattro o forse in trentasei: il punto non è questo. E’ che comunque i soldi spariranno ed al loro posto appariranno i debiti per i costi del c/c. Il vecchio mattone – o il libretto postale, visto che il mio rapporto con la new economy è tale che ne sono ancora titolare – non investirà certamente in titoli azionari ad alto rendimento, nemmeno a basso se è per questo, ma i miei soldi non se li prende. Il conto corrente invece è un po’ come il mattone di Peppino in “Totò, Peppino e la Malafemmina”. Ricordate: sotto il mattone vicino al muro Peppino nascondeva i propri risparmi e dall’altra parte del muro, alzando il mattone corrispondente, Totò li prendeva e li spendeva durante le sue sortite notturne.
            Ora, a questi discorsi le banche rispondono con argomentazioni che se uno si fermasse ad ascoltarle sembrerebbero pure convincenti. Al suono, certamente, perché pochi capirebbero concretamente cosa quelle parole comportino. Un po’ come i report che le stesse inviano periodicamente ai correntisti: se fossero scritti in runico ne capirei di più. D’altronde, anche quando Peppino scoprì l’ammanco di 300 mila lire al suo milione messo da parte, Totò argomentò dottamente che si trattava di “svalutazione monetaria”, fenomeno di cui tutti in quel periodo stavano parlando, che aggrediva e attaccava tutti i capitali in tutti gli Stati del mondo moderno in proporzioni diverse e che, nel caso del gruzzoletto di Peppino, aveva avuto una incidenza del 30 per cento. Peppino, allora, come tutti noi al cospetto degli estratti conto, sottostette al dato di fatto, ma non si disse proprio convinto della bontà del ragionamento.
            Però, come spesso si dice, la realtà supera la fantasia. E così le banche fanno ciò che Totò non aveva immaginato; nell’esempio di prima, infatti, sugli 82 € a rosso che la dipartita dei cento lascerebbe sul conto, l’eventuale banca applicherebbe un tasso sullo scoperto all’incirca del 14 per cento, aggravando ancora di più le sorti del c/c lasciato a sé stesso.
            Ciò però mi fa porre un’ulteriore domanda alle nostre banche: perché se io chiedo soldi a loro mi viene applicata un percentuale di interessi passivi spesso a due cifre, mentre loro riconoscono un rendimento attivo ai soldi sul mio conto corrente ben al di sotto dell’uno per cento? Cos’è, il costo del denaro è diverso a seconda se si parla dei miei soldi o dei soldi delle banche? Vale meno il nostro denaro di utenti e privati cittadini rispetto a quello dei colossi della finanza e del sistema bancario?
            In verità, una volta ho posto questa domanda ad un mio amico banchiere, ed egli mi ha risposto che la differenza sta nel fatto che le banche non mi chiedono di mettere il mio denaro su un conto corrente e che sono io ad aver bisogno di un prestito e non loro del mio c/c; in una parola, ne approfittano. Una risposta che, sebbene in linea con lo Spirito del ramo bancario, non mi convince appieno per una serie di ragioni, di cui due innanzitutto. Primo, a giudicare ad occhio dalle pubblicità e dagli spot che le banche fanno per acquistare clienti non sono convinto che esse non chiedano agli utenti di “aprirsi un conto” (anche perché alle reclame andrebbero aggiunte anche tutte le pressioni sul mondo della politica e dell’economia tese a rendere indispensabile il possesso di un c/c). Secondo, non credo affatto che le banche non abbiano bisogno dei nostri, seppur pochi, soldi: provate ad immaginare cosa potrebbe accadere loro se tutti noi decidessimo di togliere i nostri, anche miseri, averi depositati e chiudere con esse ogni forma di rapporto.
            Però, è un’idea: potrebbe divenire la nuova frontiera della Rivoluzione non violenta contro il potere economico e finanziario costituito.
            Hasta siempre, Comandante.
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4 risposte a I due costi del denaro

  1. anonimo scrive:

    Credo che la differenza tra tassi creditori e debitori sia dovuta fondamentalmente al ragionamento per cui il costo del denaro della banca centrale è (per dire) 3%…le banche te lo prestano aggiungendo un X percento.
    Al contrario se tu glielo dai a loro, le banche ti forniscono un 3-Y percendo, tenendosi un loro Y.
    Quello che non si capisce è perchè non gli basta quell’Y invece di mettere dei costi aggiuntivi, e inoltre, perchè quell’X sia cosi ENORME!

    Un caro saluto

    Primadirettiva

  2. anonimo scrive:

    Credo che la differenza tra tassi creditori e debitori sia dovuta fondamentalmente al ragionamento per cui il costo del denaro della banca centrale è (per dire) 3%…le banche te lo prestano aggiungendo un X percento.
    Al contrario se tu glielo dai a loro, le banche ti forniscono un 3-Y percendo, tenendosi un loro Y.
    Quello che non si capisce è perchè non gli basta quell’Y invece di mettere dei costi aggiuntivi, e inoltre, perchè quell’X sia cosi ENORME!

    Un caro saluto

    Primadirettiva

  3. anonimo scrive:

    A proposito della tua Rivoluzione non violenta devo dire che è stata attuata, o più precisamente, paventata da un gruppo di anziani signorotti. Si dice che i vecchi sono come i bambini, testardi, ostinati e con pretese assurde. Bene, un giorno, una di queste pretese di un gruppo di pensionati transalpini era di natura ecologica. Decisero di non acquistare più i prodotti di una nota società locale che danneggiava, durante il suo ciclo di produzione, le acque di una vicina sorgente. Accortisi che il loro sciopero non sarebbe servito a bloccare la produzione, in quanto l’azienda era capace di dirottare le merci su altri mercati, decisero di intervenire alla fonte del problema.
    Saranno pure anziani e come tali simili ai bambini, ma c’è una cosa che li distingue da “les enfants”: la capacità di agire. Hanno preso il telefono ed hanno iniziato a domandare, come solo i bambini sanno fare, in giro sulla natura finanziaria e giuridica della società che produceva quel particolare prodotto altamente inquinante. Bene, sono venuti a conoscenza che il maggiore azionista della società era una banca locale, la stessa che custodiva i risparmi degli esagitati anziani. Meravigliosa coincidenza, avranno pensato. Ora, per inciso, stiamo parlando dei risparmi di gente anziana, che ha lavorato una vita e con poche preoccupazioni per il futuro. Quel tipo di risparmio che fa paura alle banche, perché di gente difficilmente ricattabile.
    Tornando al nostro racconto gli anziani signorotti senza troppi giri di parole chiamarono il direttore della locale filiale e minacciarono, uno dopo l’altro, di togliere i propri risparmi se la banca avesse continuato a finanziare quella società. Immaginate lo stupore del direttore quando dovette rispondere, l’uno dopo l’altro, a tutti quei clienti. La reazione non si fece attendere. Ci fu un giro di telefonate tra direttori e azionisti che decisero all’unanimità che i risparmi dei pensionati andavano “tutelati”. Nel giro di pochi giorni il direttore centrale chiamò il proprietario dell’azienda minacciandolo di ritirane l’investimento se non avesse modificato il processo produttivo seguendo standard conformi alla tutela ambientale.
    Secondo voi cosa è rimasto da fare al proprietario dell’impresa?

  4. anonimo scrive:

    A proposito della tua Rivoluzione non violenta devo dire che è stata attuata, o più precisamente, paventata da un gruppo di anziani signorotti. Si dice che i vecchi sono come i bambini, testardi, ostinati e con pretese assurde. Bene, un giorno, una di queste pretese di un gruppo di pensionati transalpini era di natura ecologica. Decisero di non acquistare più i prodotti di una nota società locale che danneggiava, durante il suo ciclo di produzione, le acque di una vicina sorgente. Accortisi che il loro sciopero non sarebbe servito a bloccare la produzione, in quanto l’azienda era capace di dirottare le merci su altri mercati, decisero di intervenire alla fonte del problema.
    Saranno pure anziani e come tali simili ai bambini, ma c’è una cosa che li distingue da “les enfants”: la capacità di agire. Hanno preso il telefono ed hanno iniziato a domandare, come solo i bambini sanno fare, in giro sulla natura finanziaria e giuridica della società che produceva quel particolare prodotto altamente inquinante. Bene, sono venuti a conoscenza che il maggiore azionista della società era una banca locale, la stessa che custodiva i risparmi degli esagitati anziani. Meravigliosa coincidenza, avranno pensato. Ora, per inciso, stiamo parlando dei risparmi di gente anziana, che ha lavorato una vita e con poche preoccupazioni per il futuro. Quel tipo di risparmio che fa paura alle banche, perché di gente difficilmente ricattabile.
    Tornando al nostro racconto gli anziani signorotti senza troppi giri di parole chiamarono il direttore della locale filiale e minacciarono, uno dopo l’altro, di togliere i propri risparmi se la banca avesse continuato a finanziare quella società. Immaginate lo stupore del direttore quando dovette rispondere, l’uno dopo l’altro, a tutti quei clienti. La reazione non si fece attendere. Ci fu un giro di telefonate tra direttori e azionisti che decisero all’unanimità che i risparmi dei pensionati andavano “tutelati”. Nel giro di pochi giorni il direttore centrale chiamò il proprietario dell’azienda minacciandolo di ritirane l’investimento se non avesse modificato il processo produttivo seguendo standard conformi alla tutela ambientale.
    Secondo voi cosa è rimasto da fare al proprietario dell’impresa?

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