Rispondendo ad Ottone sull’arte della politica

Salve a tutti,
            Piero Ottone (Repubblica di venerdì 21 luglio) afferma che l’intera vicenda riguardante il decreto sulle liberalizzazione ha dimostrato, da parte dei suoi autori, una forma di mancanza di arte della politica. Secondo Ottone – e qui riduco all’osso il senso del suo discorso – la politica, come tutte le arti e le tecniche, è una sintonia di forma e sostanza, entrambe ugualmente importanti, significative e caratterizzanti.
            Il decreto sulle liberalizzazioni, sempre secondo Ottone, pur giusto nella sostanza ha difettato nella forma, essendo mancata, nei programmi di chi di quel decreto è stato il latore politico, la giusta considerazione per la trattativa con le parti in causa. Poi lo stesso Ottone precisa che non si sarebbe dovuto  trattare di vera e propria concertazione, ma almeno di aprire un tavolo di dialogo per rendere più digeribile “psicologicamente” la materia e le strategie perseguite dall’esecutivo. Bisognava, in buona sostanza, preparare il terreno.
            Condivido sempre, in linea di principio e come imperativo morale, l’idea del ricercare sempre una soluzione che scontenti il minor numero di persone possibili. O, se ciò è precluso, che almeno accontenti il maggior numero di persone possibili. La trattativa, la mediazione, l’arte di intrattenere relazioni con chi sarà costretto anche a subire una scelta è sempre una strada difficile da praticare ma necessaria da seguire.
            Ciò detto, il decreto sulle liberalizzazioni ha seguito i principi esposti nel paragrafo precedente? Si, a mio avviso. Nella mia difesa del decreto, spesso, vengo accusato di essere non obiettivo, spinto, nella mia valutazione, dalla stima che nutro nel ministro Bersani e nel suo dicastero, che contempla anche la presenza del mio conterraneo Bubbico. Ma la stima ed il rispetto per i due esponenti diessini, nonché la condivisione dell’approccio, per così dire, culturale e di formazione filosofica con il ministro piacentino, non è, ovviamente, l’unica ragione del mio sostegno alla sua azione alla guida del dicastero dello sviluppo economico.
            Prima di tutto condivido il senso ultimo del decreto, che è poi quello di “disincrostare” il sistema delle professioni in Italia e, cosa ancora più importante, consentire l’accesso alle professioni. In Italia, infatti, come altre volte da questa pagina ho ricordato, la mobilità sociale si va via, via arrestando ed a ciò concorrono nella colpa anche, se non soprattutto, le tante rigide e protezionistiche norme dei molteplici ordini e delle mille corporazioni. Anch’io poi, come Ottone, condivido la perplessità sull’opportunità di incidere, e con decorrenza immediata, sulle licenze dei taxi. Qualche giorno fa ho già esposto i miei dubbi e non voglio tediarvi ricordandoveli ora. Ma non come Ottone perché ritengo i tassisti una “categoria con scarso senso di responsabilità”; semplicemente perché fra notai, farmacisti, avvocati eccetera, eccetera, eccetera sono quelli che lavorano di più e guadagnano di meno.
            Tutto questo, però, non inficia la bontà del decreto e la sostanzialmente corretta scelta dei tempi. Ho detto prima che, secondo me, la politica dovrebbe sempre ricercare una soluzione che scontenti il minor numero di persone possibili o, quando ciò non è possibile, ne accontenti il maggior numero possibile. Questo decreto, checché ne dicano i suoi delatori, accontenta più di quanti ne scontenti. E accontenta, in parte, anche quelli che scontenta, perché i tassisti sono felici di pagare meno per medicine, atti e prestazioni legali, e avvocati, notai e farmacisti sono contenti se possono pagare meno le loro corse nelle auto bianche. E ricordiamoci che, in fondo, non sono mica stati messi a repentaglio i diritti dei lavoratori. Si tratta di aver limitato qualche privilegio quasi di casta, per il quale c’era anche ben poco da trattare; forse è stato anche meglio prevedere una manovra di largo respiro che tracciasse la strada e poi, nel caso, limare qualche angolo. Così un risultato si avrà e, in ogni caso, sarà un progresso rispetto allo status quo corporativista e protezionista.
            Vorrei concludere, proprio prendendo spunto da questa osservazione, rispondendo all’ultima domanda che Piero Ottone si pone in fondo al suo articolo. Egli, infatti, provocatoriamente interroga il lettore chiedendogli: “Dobbiamo concludere che quella benedetta arte (della politica, nda) non è diffusa in Italia?”.
            Purtroppo, caro Ottone, essa è fin troppo diffusa, e presente non solo nelle facoltà di chi governa ma anche in quelle di chi è governato. Tu forse vorresti uno stato di cultura anglosassone dove il leader di turno riunisce i governati e, senza girarci troppo intorno dice più o meno: “Io ho intenzione di arrivare fino a quel punto laggiù. Ora, signori miei, voi siete i diretti interessati, ditemi quale strada seguire in modo da danneggiarvi il meno possibile. Ma non sognatevi di pensare di farmi fermare prima”. 
            Ma questa in cui viviamo è l’Italia. La splendida, magnifica, amabile terra dove ognuno fa politica e governo, dove in ogni piazza o strada ci sono decine di Montecitorio, Palazzo Madama e Palazzo Chigi. Altro che riduzione del numero dei parlamentari, questa è l’Italia. Il paese dei 60 milioni di allenatori di calcio, ma anche dei sessanta milioni di onorevoli, senatori, presidenti del consiglio, governatori, sindaci, assessori, eccetera, eccetera, eccetera …
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