Voi come l’avreste presa?

Non mi piace Macron, non l’ho mai nascosto. Non mi fido dei gilets jaunes, e anche questo credo faccia parte della mia formazione ideologica. Ma qui, nel richiamo dell’ambasciatore a Roma fatto da Parigi, in ballo non c’è il consenso verso l’inquilino dell’Eliseo visto da una prospettiva tutta interna all’Hexagone; al contrario, c’è quello che i sovranisti alle vongole dall’Alpi a Sicilia chiamerebbero un’ingerenza. E in questo caso avrebbero persino ragione.

Cosa direbbero Salvini e Di Maio se Édouard Philippe o qualche altro ministro di Francia avessero incontrato i leaders di un movimento che ogni sabato avesse marciato per le vie della capitale contro il governo chiedendone le dimissioni? Come l’avrebbero presa se quegli stessi rappresentanti stranieri avessero offerto un supporto logistico ai manifestanti, attraverso infrastrutture comunicative e organizzative dei propri partiti? Quanto avrebbero gradito gesti di sostegno spinti fino al punto di cercare di stabilire un’alleanza con un gruppo di persone appena qualche settimana dopo che, con una ruspa, alcune di loro avessero tentato di abbattere il cancello di un ministero o incontrando un esponente di quello stesso movimento che, senza girarci troppo intorno, avesse più volte evocato la guerra civile e invocato l’intervento delle forze armate per rimuovere un capo dello Stato legittimo e democraticamente eletto?

Perché alla fine il rischio è tutto qui. A meno di non voler intendere l’azione del governo italiano come uno scendere «in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano» – di molto più nefasta memoria, per quanto pure allora la risposta fu una piazza piena, per dirla come ha voluto intendere la sua ieri il ministro dell’Interno – il rispetto delle relazioni fra Paesi dell’Unione europea non può essere messo in discussione con tanta superficialità.

Il punto, infatti, è quello che coglie il governo francese, nelle parole del portavoce del ministero degli esteri d’Oltralpe Agnès Von Der Mühll: «Avoir des désaccords est une chose, instrumentaliser la relation à des fins électorales en est une autre […]. La campagne pour les élections européennes ne saurait justifier le manque de respect de chaque peuple ou de sa démocratie […]. Tous ces actes créent une situation grave qui interroge sur les intentions du gouvernement italien vis-à-vis de sa relation avec la France». (Grosso modo: Avere dei disaccordi è una cosa, strumentalizzare la relazione per fini elettorali è un’altra […]. La campagna per le europee non può giustificare la mancanza di rispetto verso ciascun popolo o la sua democrazia […]. Tutte queste azioni creano una situazione grave, che mette in discussione le intenzioni del governo italiano nei confronti della sua relazione con la Francia).

Sempre che non si voglia chiudere l’incidente con un poco onorevole «so’ ragazzi».

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Se non si vuol fare, non servono nemmeno i soldi per farla

«Non possiamo escludere, se ci sono ritardi prolungati, di dover chiedere all’Italia i contributi già versati». Ha detto un portavoce della Commissione Ue citato dall’Ansa (a proposito, scrivere i nomi non si usa più?). E c’è il rischio, riporta sempre l’agenzia di stampa, che i fondi non ancora impiegati «possano essere allocati ad altri progetti». Come dire: a noi, delle vostre analisi costi/benefici, non interessa molto; se non fate l’opera, rinunciate ai soldi.

L’arguto Toninelli, invece, spiega che proprio quell’analisi è il fulcro del ragionamento, e soprattutto, è l’atto di un governo sovrano. Cosa che la Commissione, nelle parole del portavoce riportate dall’Ansa, non mette minimamente in dubbio; solo spiega che il governo è padrone coi fondi propri. Quelli della Ue, ovviamente, non ricadono nell’esclusiva italica sovranità, e su questi insistevano le dichiarazioni sul possibile ritiro dei finanziamenti. Ora, seppure non con la profondità di analisi del ministro ai trasporti (o era l’interpretazione fattane da Crozza?), io da sempre sono contrario a quell’opera in Val di Susa, per una serie di ragioni che non ripeto qui solo per non annoiarvi e di cui ho già scritto altre volte. Il punto, però, è che il ragionamento contenuto nelle dichiarazioni del portavoce Ue non fa una piega: se non si vuol fare la ferrovia per il Tav, non servono i finanziamenti concessi o stanziati per farla. Preciso.

Mi direte: ma così si perdono dei soldi. Sì, è vero, se si guarda nella stretta dimensione data da un buco in una montagna. Ma se quell’opera la si ritiene superflua non è una perdita, è un risparmio di risorse. Risorse che giustamente, dice quel portavoce, potranno essere impiegate in progetti diversi. In altri Stati, non in Italia? Anche, perché no? È l’Unione Europea, usa i soldi nelle sue disponibilità in tutti i Paesi che ne fanno parte, qual è il problema?  

Insomma, capiamoci: ai sostenitori del concetto che vuole quell’opera una «mangiatoia» per affaristi e personaggi poco limpidi (tutti eufemismi rispetto ai termini effettivamente da loro usati) non dovrebbe dispiacere una riduzione del suo “foraggiamento”. Che questo possa comportare una diversa distruzione dei fondi ipotizzati per scavare quel tunnel, io l’avevo messo in conto, così come metto in conto che qualsiasi azione di risparmio e di riduzione degli sprechi, da quelli energetici a quello alimentare che ciascuno di noi può mettere in atto, comporti una contrazione del Pil e del ciclo di produzione, scambio e consumo che questo misura.

Ma ci sono imprese già impegnate, operai assunti per i lavori, sono a rischio piccole, medie e grandi realtà industriali, centinaia di posti di lavoro, come puoi prenderla così alla leggera? E chi vi dice che lo stia facendo. Il problema c’è, lo vedo benissimo. E so che, per quanto il mio timore sia che la realizzazione completa dell’opera possa esser foriera dei danni maggiori e più a lungo termine, allo stato dell’arte in cui siamo arrivati, qualsiasi strada si prenda oggi comporterà ricadute dolorosissime e, ahimè, inevitabili.

Perciò non avrei mai avviato quel progetto, individuando altri impieghi per quei denari.  

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L’avessero fatto altri, apriti cielo

Paolo Savona è stato indicato dal Consiglio dei ministri quale nuovo presidente della Consob, l’autorità di vigilanza sulle operazioni di Borsa. La dico diversamente, come l’avrebbe detta in altri tempi Il Fatto Quotidiano, che ora riporta la notizia con un distacco olimpico e un aplomb da giornale della buona borghesia che non ama gli strepitii: il Consiglio dei ministri di cui Paolo Savona fino a un minuto prima era componente lo vuole mettere a capo della commissione chiamata a vigilare su tutte le transazioni di Piazza Affari.

Immaginatevi se l’avesse fatto Berlusconi o Renzi. Le armate grilline avrebbero invaso l’Internet sostenute dalle schiere messe in campo dal giornale di Travaglio a ricordarci le leggi che lo impediscono, gli incarichi nei fondi di investimento avuti e le vicinanze attuali con gli stessi fondi da parte di Savona. Avrebbero intimato al Capo dello Stato di non firmare la nomina, altrimenti sarebbero già stati pronti con l’impeachment (che nemmeno esiste, qui da noi). Invece, nulla. Savona va bene così, all’amico Salvini, di sicuro, e ai pentastellati tutti, per non pervenute osservazioni in merito.

Di questi cambiamenti di giudizio a seconda dei giudicati è piena la storia politica nostrana; i grillini del cambiamento non potevano fare e non fanno infatti eccezione. Una cosa, però, nella situazione attuale è differente, e piacevolmente tale: la circostanza per cui, almeno, ci sarà evitato quel rumore fastidioso che fanno quelli che battono i coperchi a ogni refolo di immoralità percepita, vera o presunta che sia, purché non riguardi loro stessi, gli amici e gli amici degli amici.

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Accusare gli altri di essere borghesi non muterà la massa in un popolo

«A noi cafoni ci hanno sempre chiamati». È citando De Gregori e i suoi emigranti di terza classe che ho scherzato con un amico in una conversazione social per stemperare l’aria generata da una serie di commenti che ci accusavano, entrambi, di essere borghesi benestanti e per questo liberali. La sottigliezza di quei commenti stava nell’assunto per cui, in fin dei conti, non importava che lo fossimo davvero, benestanti, dico, ma che sentissimo di poter appartenere a quella categoria. Sagace, se non fosse smaccatamente scoperto come gioco identitario, probabilmente nemmeno autocosciente.

Credo, infatti, che il dar del borghese a chiunque, anche a chi viva esclusivamente del suo reddito da lavoratore dipendente, sia un modo oppositivo per riconoscersi parte di un qualcosa di ben definito. Nelle società di massa non è da escludere che ciò possa essere una sorta di reazione nel tentativo di arginare lo sfaldamento del concetto di popolo; dubito però che possa funzionare. Insomma, io li osservo quelli che a volte mi rivolgono critiche del genere (non di rado partendo da situazioni sociali ed economiche migliori della mia), e non vedo un popolo, ma tanta gente con interessi confliggenti perché parcellizzati, isolati. E penso a quando si parlava di come si costituiva davvero un popolo, di come questo maturasse in sé coscienza dei propri bisogni e quindi delle sue forze, «e di come era importante che la gente/ non fosse una massa di persone sole».

Poi, davvero basta con questa storia che solo quelli che stanno bene possono essere aperti al prossimo: è una cazzata, se mi passate il registro aulico. Nove volte su dieci, quelli che mi danno del buonista agiato stanno (ripeto, dal punto di vista economico, ma solo quello mi è dato modo e voglia di valutare) come me, se non meglio.

E infine, per citare Lolli, dopo De Gregori e Guccini, i borghesi erano altri, e con ben diverse predisposizioni morali e di giudizio: «Vecchia piccola borghesia per piccina che tu sia/ Non so dire se fai più rabbia, pena, schifo o malinconia./ Sei contenta se un ladro muore o se si arresta una puttana/ […]. Godi quando gli anormali son trattati da criminali,/ chiuderesti in un manicomio tutti gli zingari e gli intellettuali./ Ami ordine e disciplina, adori la tua Polizia/ tranne quando deve indagare su di un bilancio fallimentare./ […] Non sopporti chi fa l’amore più di una volta alla settimana,/ chi lo fa per più di due ore o chi lo fa in maniera strana».  

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Di dettagli si nutre il pessimismo nel giudizio

«Hai sentito? Adesso è diventato corretto dire “scendi il cane”; l’ha certificato l’Accademia della Crusca». «No», secco, «non si può dire, e no, non ha detto questo l’Accademia della Crusca». Poi, deluso e pensando tra me stesso: tanto è inutile. Ed ecco che un alito di pessimismo nascosto in un dettaglio inutile e superfluo invade tutto il mio giudizio sulle cose che mi accadono intorno, da un po’ (un bel po’) di tempo a questa parte.

La questione della transitività dei verbi di moto “approvata” dall’accademico Vittorio Coletti è un po’ come quella del «Global Waming» (scritto proprio così, come lo leggete qui) e dello sberleffo di Donald Trump: in nessuno dei due casi, i fatti interessano. E non perché non ci si sia sprecati nel cercarli; semplicemente perché, cercandoli, non si è avuta voglia di capirli. Meglio, appunto, sbeffeggiarne i sostenitori. Ha detto Coletti che non è più un errore scrivere «scendi il cane»? No, ha fatto un ragionamento più complesso, spiegando che alcuni verbi di moto ammettono «in usi regionali e popolari sempre più estesi anche l’oggetto diretto e che in questa costruzione ha una sua efficacia e sinteticità espressiva che può indurre a sorvolare sui suoi limiti grammaticali». Come dire: a scuola, i professori lo segneranno sempre come errore; ma se vi capita di sentirlo per strada o vederlo scritto in una chat di WhatsApp, non è il caso di arricciare il naso atteggiandovi a eruditi. Può il riscaldamento globale provocare fenomeni estremi che, combinando le correnti in modo diverso, possono portare a ondate di gelo potentissime, eccezionali e concentrate, pur rimanendo in aumento la temperatura complessiva del pianeta? Certo che può. Un po’ come si può aumentare la temperatura complessiva in un appartamento pur chiudendo il termosifone del bagno e lasciando lì aperto il balcone; nel complesso la casa sarà mediamente più calda, però nella doccia potremmo trovare i pinguini a far le bolle di sapone col nostro bagno schiuma.

Ma tutto scivola costantemente. Non si riesce ad agganciare nulla, al tempo dei tweet. Per ogni cosa, la risposta dev’essere immediata, repentina. Altrimenti non si è efficienti. E pazienza se la qualità ne perde, come non può che perderne; qui si va di fretta, cosa volete che siano i dettagli per chi deve commentare tutto al ritmo di milioni di bit al secondo? No, non mi sto assolvendo; sono pienamente immerso in questo fluire di reazioni continue che nulla, o poco più di niente, lasciano allo spessore del ragionamento, naufragando in quello scorrere senza alcuna dolcezza nei sensi e nello spirito.

E visto che ne ho parafrasato le parole, lascio ai versi d’un suo Scherzo la chiusura di questo mio modesto – eppur sentito e tristemente reale, per quanto mi auguri per me stesso liberatorio – sfogo: «Io mirava, e chiedea:/ Musa, la lima ov’è? Disse la Dea:/ La lima è consumata; or facciam senza./ Ed io, ma di rifarla/ Non vi cal, soggiungea, quand’ella è stanca?/ Rispose: hassi a rifar, ma il tempo manca».

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Colpa delle lobbies del «liberismo turbo-capitalista»

Alla fine, meglio di tutti lo hanno scritto quelli de Il Fatto Quotidiano: «nel quarto trimestre 2018, in base alle stime preliminari, il Pil italiano è calato. La contrazione è stata dello 0,2% rispetto al periodo precedente. Si tratta del secondo trimestre in negativo dopo il -0,1% del periodo luglio-settembre. L’Italia è quindi tornata tecnicamente in recessione registrando il peggiore risultato da cinque anni a questa parte: per ritrovare un calo simile si deve infatti risalire al quarto trimestre 2013. Il Pil dell’Eurozona nel quarto trimestre è invece cresciuto dello 0,2%, come nel terzo».

Insomma, scrivono nell’edizione online del giornale diretto da Travaglio, frena un po’ tutta l’economia del continente, ma solo in Italia i valori della crescita del Pil registrano dati negativi; nel resto della zona euro, questo cresce nell’ultimo trimestre dell’anno come aveva fatto nel precedente. Ovviamente, non tarderà la spiegazione di Fusaro e l’individuazione delle colpe nell’azione dei comitati d’affari e delle macchinazioni del «liberismo turbo-capitalista», va da sé «apolide e sradicante» (non saprei dire, però, se «con scappellamento a destra» o meno), ma nel frattempo un po’ di cose potrebbero accadere. Come il fatto, ad esempio, di non riuscire a centrare gli obiettivi che il Governo aveva fissato nella sua manovra finanziaria, quelli, per capirci, su cui le misure che intendeva e intende adottare erano e sono state tarate.

Il problema è grave? Non lo so. A sentire i governanti, siamo alle soglie di «un nuovo miracolo economico». A sentire gli altri, non è proprio così. In un panorama in cui frenano anche partner più grossi di noi, rischiamo di doverci sobbarcare i costi di una nuova crisi economica senza aver superato i traumi e le ferite della precedente. E non so quanto in tutto questo possano lenire i mali del Paese azioni come quelle su cui l’attuale esecutivo pare esclusivamente concentrato: impedire a navi con una decina di disperati a bordo di attraccare sulle nostre coste per non perdere un paio di punti nei sondaggi in vista delle elezioni europee.

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Ma a chi altro volevate venderle ancora?

Mi è capitato sotto gli occhi in questi giorni un articolo della testata online Il Post che parlava del futuro incerto del mercato dell’auto. Leggendolo, mi sono ricordato di una testimonianza raccolta da Nuto Revelli durante le sue inchieste sociali e antropologiche nel cuneese, nella quale una signora dell’alta valle Stura, lamentando lo spopolamento delle sue terre per l’accorrere dei giovani nelle fabbriche di Torino, si chiedeva, alla fine, a chi mai avrebbero potuto ancora vendere quelle auto che costruivano, una volta che tutti ne avessero avuta una.

Difficilmente Michael Dunne, Ceo della società di consulenza ZozoGo, ha letto le parole di quella donna prima di spiegare come le previsioni per il 2019 segnino un ulteriore calo del 5 per cento nelle vendite delle automobili in Cina, dopo il meno 2,8 registrato nell’anno appena trascorso. Ma non è necessario che lo abbia fatto; basta un po’ di ragionamento pratico per arrivare a quelle stesse conclusioni. Tanto più è matura un’economia, tanto meno beni duraturi essa richiederà. Se tutti abbiamo un’auto è poco probabile che corriamo a comprarne un’altra. Se tutti abbiamo una casa, in non pochi casi persino la seconda, è arduo immaginare grossi rialzi negli indici del mercato immobiliare. Ed è così per tutto il resto, in particolare per quei beni e prodotti che, per loro stessa natura, non necessitano sostituzioni continue.

L’auto, poi, è l’archetipo di un’industria e di un approccio al consumo che mi sembra non esista più, o resista sempre meno. La mia generazione, in occidente, è forse stata l’ultima a considerare la macchina con le ruote un qualcosa di imprescindibile. Questo mito, da questa parte del mondo, è finito. Dall’altra, dove magari è arrivato dopo, non tarderà a finire. Perché cambiano le cose, le dinamiche, le possibilità. E perché, come spiegava appunto quella contadina piemontese, quando una cosa ormai ce l’hanno già tutti, a chi altro la si può vendere?

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«Sono ragazzi meravigliosi»

«Dopo le ultime posizioni di Salvini, le condizioni sono cambiate. Nel Movimento 5 Stelle esiste una prassi: si vota sì all’autorizzazione a procedere. Ma quella della Diciotti è stata una decisione collegiale che ha investito tutto il Governo. […] Dobbiamo riflettere bene se votare sì o no all’autorizzazione per Salvini». Così Emilio Carelli, deputato pentastellato ed ex giornalista Sky, durante la puntata di ieri della trasmissione Agorà, in onda su RaiTre; sintesi efficace e perfetta, bisogna ammetterlo.

Me lo avessero detto un annetto fa, non ci avrei creduto. Anzi, avrei pensato che fosse la solita cattiveria gratuita dei nemici di quel movimento. Invece, a poco più di sei mesi dal loro insediamento tra i braccioli ministeriali e di maggioranza, i grillini cadono perfettamente nel cliché che la tradizione vuole giolittiano, e che spiega come le leggi debbano essere applicate per i nemici, mentre si possano interpretate per gli amici. Ed è bastato davvero poco, come una richiesta di autorizzazione a procedere da parte del Tribunale dei ministri di Catania, per scoprire il lato debole della narrazione ad uso dei followers (che, prevedo, si scateneranno a difendere il doppio principio contro quanti oseranno mettere in discussione la bontà dell’azione del cambiamento). Insomma, per citare il loro mentore e animatore, «sono ragazzi meravigliosi».   

Se smettessi un attimo i toni della celia, potrei anche dire che, effettivamente, per quanto squallide e disumane, le azioni di Salvini hanno più un profilo pienamente politico che una dimensione squisitamente amministrativa, e pertanto il caso, in punta di diritto, non è facile a dirimersi. E però, sono proprio loro quelli che, a colpi di post sul blog dei giusti, han sempre spiegato con furore giacobino che un politico indagato è per sua natura stessa un politico disonorato, meglio, un politico da mandare «a casa» al grido di «onestà».

E con gran copia e sperpero di maiuscole e punti esclamativi, ovviamente.   

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Certo, non siete razzisti

Ne parlavo con un conoscente tempo fa. Mi raccontava di una famiglia che si era presentata da lui in ufficio, e alla sua domanda sulla nazionalità loro avevano risposto «italiana», con suo immenso stupore. «Erano tutti africani, capisci?», cercava di spiegarmi. «E parlavano bene, si facevano capire e capivano tutto, però con un accentro africano, mi segui?», aggiungeva. «Così, quando mi hanno detto di essere italiani, ho risposto: sì, certo. Il marocchino sono io», e giù risate. Da solo, perché a me da ridere non veniva affatto. Ma quel mio conoscente non è l’unico, avendo ormai moltitudini di sodali nascosti dagli slogan sulla priorità per i compatrioti.

Perché, a parte il fatto che, con le parole di don Milani, se voi «avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro; gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri», per me è il concetto stesso che si nasconde dietro quel «prima gli italiani» a essere ipocrita. Quanti di quelli che lo fanno proprio non intendono affatto riferirsi al passaporto, ma pensano all’etnia, al colore della pelle, alla foggia degli occhi, al profilo del naso?

È per loro davvero italiano Mario Balotelli? Pensano davvero che lo siano pienamente Maria Benedicta Chigbolu, Ayomide Folorunso, Raphaela Lukudo e Libania Grenot, le quattro ragazze della staffetta ai giochi del Mediterraneo? Ritengono lo sia quanto lo sono essi stessi un giovane nato a Lagos, in Nigeria, da madre ivoriana e padre maliano che si sia trasferito in Italia da bambino e abbia ottenuto la cittadinanza con la maggiore età?

Ma certo non li si dica razzisti, giammai.

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In queste nostre tiepide case

Quanto vi ha scosso il cuore la coincidenza che ha voluto porre a largo delle nostre coste una nave con appena 47 disperati sballottati dalle onde nei giorni in cui il mondo ricorda, o dovrebbe farlo, il dramma delle Shoah? Se poco, tranquilli; non credo siate stati una minoranza, fra le paste della domenica nelle nostre tiepide case.

Il fatto è che non ce ne importa nulla. Come nulla importava ai tedeschi della sorte degli ebrei. E non ci interessa sapere quello che accade, né rispondere a ciò che sentiamo. Perché, ad esempio, la violenza perpetuata dai potenti sui migranti lasciati in balia delle onde è intollerabile in sé. È squallida quando avviene per piccoli interessi elettorali e ambizioni di potere. Ma fa davvero ribrezzo l’ipocrisia malcelata nel voler vendere quelle azioni come «lotta del Governo al mercimonio delle sofferenze». Perché è proprio ai sofferenti che il nostro Governo ha dichiarato guerra, non ai loro carnefici. E sono uomini disperati, donne allo stremo e bambini impauriti che non riesco a immaginare quanto quelli che patiscono per le loro chiusure. Ma non facciamo nulla, o troppo poco, e lasciamo che sia, per non disturbare l’ordine costituito.

Curiosamente, ma nemmeno tanto, gli artefici di questo clima reazionario sono quelli che si proponevano di fare la rivoluzione, ma nella difesa del proprio posto al sole presto si sono votati al culto del capitano leghista. A loro vorrei dire che la posizione assunta sulla Sea Watch è peggiore, nonché meno umana, di quella tenuta da Berlusconi e da Forza Italia, ma non servirebbe a nulla nemmeno questo. Troverebbero il modo di dirmi: «vedi? Preferisci il Caimano al governo del cambiamento».

Perché il male, nella sua eccezione più squallida, è sempre, miseramente, banale.

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