Fake news. Ovvero, dei problemi nascosti dal racconto

La cretinata della Boschi e della Boldrini ai funerali di Riina che nemmeno ci sono stati non dimostra tanto quanto le cosiddette bufale influenzino il modo di sentire dell’opinione pubblica, quanto piuttosto il fatto che quell’opinione pubblica sia così facilmente influenzabile. Certamente ci sarà chi potrà avvantaggiarsi da una situazione simile, ed è una situazione che per certi versi può avere aspetti preoccupanti. Ma ancora più preoccupante, a mio avviso, è il contesto nel quale tutto ciò s’inserisce.

Il medesimo contesto, per dire, nel quale l’annuncio di una norma contro le fake news può essere ripresa da tutti i media senza che nessuno di questi si fermi un momento a capire come la stessa legge potrebbe rivelarsi una bufala, concentrandosi su un piccolo spicchio dell’universo comunicativo (non di rado quello con meno probabilità d’essere preso per vero) e ignorando tutto il resto. Però, dicevo, la mia preoccupazione è un’altra. Se diamo per assodato che basti far vedere un video in cui l’ex presidente del Consiglio in palese visita istituzionale, con tanto di abito scuro e passeggero al pari vestito, possa bastare a farlo credere in vacanza su un’isola del Mediterraneo a bordo d’una costosa fuoriserie, e tutto questo può servire a spostare una mole di voti sufficiente a cambiare gli equilibri elettorali, allora abbiamo già in mente che ci sia un elettorato potenziale talmente suggestionabile e con così poca capacità di capire il vero delle cose da fare della democrazia poco più che una sorta – e per fini nobili o meno a seconda dei casi – di circonvenzione d’incapaci. Gli stessi, evidentemente, a cui poi tutti si rivolgono per ottenerne il consenso.

Io, al contrario, non credo che ci sia una quota di cittadini significativa almeno quanto basti per cambiare l’esito di un’elezione da poter facilmente manipolare con due foto e una notizia palesemente inventate. Se solamente per un attimo lo pensassi, dovrei rinunciare a occuparmi di politica, anche solo a partecipare a quello che, a quel punto, sarebbe un semplice gioco per gente chiaramente non in grado di capire che mai un rappresentante delle istituzioni potrebbe andare a seguire le esequie di un capo mafia.

Come dite, io stesso più volte ho pensato di rinunciare al rito elettorale? Beh, in effetti…

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Non vi troverete a dover scegliere fra Berlusconi e Di Maio; per fortuna, chi voleva il ballottaggio non ha avuto ragione

Quasi fosse il gioco della torre, abbiamo assistito alla domanda curiosa, quasi provocatoria, di Floris a Scalfari sul chi avrebbe preferito vedere al governo, tra Di Maio e Berlusconi, e quasi fosse il contrappasso, abbiamo dovuto osservare il fondatore e ancora editorialista del giornale delle domande di D’Avanzo rispondere: «Berlusconi».

Noi, nel caso volessimo recarci alle urne alle prossime politiche, al contrario del vecchio giornalista che nella sua vita è stato “anti” e “pro” un po’ tutto, per fortuna, non saremmo costretti a quella scelta. Semplicemente perché chi voleva un ballottaggio unico nazionale da inserire nel sistema elettorale per le politiche non ha avuto ragione. Provando a chiarire, non si verificherà quella situazione perché l’Italicum è stato cassato dalla Consulta, anche, hanno spiegato i suoi sostenitori, in conseguenza della bocciatura popolare della riscrittura renziana della Costituzione. Insomma, se non ci sarà quel derby tra Berlusconi e Di Maio, forse qualcuno dovrebbe dire grazie a quanti ha apostrofato in modi pittoreschi e sprezzanti.

Pensate se davvero la riforma Boschi avesse visto la luce, e magari realmente combinata con quella stessa legge elettorale che mezz’Europa avrebbe dovuto invidiarci, capace di «far conoscere il nome del vincitore la sera delle elezioni» (ché in quell’ottica, solo questo è la politica: chi vince e chi perde); quindici giorni dopo il primo turno, vi sareste potuti trovare a dover scegliere tra un governo con Salvini al Viminale o un altro con la Taverna alla Farnesina.

O il mare, la montagna, un divano con un buon libro…

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E il tuo ridere riempie ogni cosa

La neve gelata nelle notti ormai già lunghe
scricchiola appena sotto i tuoi piccoli passi.
Un ramo si fa bastone per la stretta leggera
di mani che si affidano alle mie. Ed è tutto
ancora così strano, eppure stranamente
usuale, come lo scenario che ci circonda,
per me noto, tante volte visto, guardato
e di nuovo da scoprire, attraverso gli occhi
tuoi, stupiti del bianco, affascinati, rapiti
da una pietra che emerge, da quelle, nere,
che fanno ombra dal monte, nelle altre
tagliate e una sull’altra messe a far casa
per sogni che ignoro. E poi scivoli seduto,
e il tuo riso riempie di te ogni cosa intorno.

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Altrimenti, che vincano pure gli altri

«A maggior ragione avrebbe senso unire il centrosinistra, per dargli maggior forza», replica Aldo Cazzullo a Massimo D’Alema, su Il Corriere della Sera di ieri, dopo che quest’ultimo aveva spiegato l’inutilità, dal suo punto di vista, di leggere le elezioni prossime come una sfida per il governo, dato che dalle urne difficilmente uscirà una maggioranza in grado di governare da sola. A quell’osservazione del giornalista, l’ex presidente del Consiglio risponde con una lucidità che da tempo sembrava aver perso.

«Perché dobbiamo entrare in una logica suicida?», dice infatti D’Alema. E aggiunge: «I nostri elettori reali e potenziali non ci seguirebbero. Non è che, se ci alleiamo con il Pd, quelli che votano per noi votano per il Pd; chi lo pensa vive sulla luna; quelli che votano per noi sono in forte dissenso con il Pd. Quando un partito piccolo si allea con un partito grande, agli occhi degli elettori ne condivide l’ispirazione e ne accetta la leadership». Ecco, appunto. La questione è tutta e solamente lì: se le politiche fatte dal Pd in questi anni ci fossero piaciute, saremmo stati col Pd in questi anni (e alcuni, come chi scrive, anche nel Pd, senza uscirne proprio in dissenso sulle strade prese e i provvedimenti adottati). Al contrario, se siamo in questa situazione, è proprio perché quelle politiche non le abbiamo condivise e quel partito non intende rivederle nel loro impianto. Per dirla diversamente, la divisione attuale nel fronte della sinistra, o del centrosinistra che dir si voglia, è il risultato di ciò che politicamente si è scelto di fare; chi l’ha fatto e lo rivendica, non può stupirsi che quanti a ciò si siano opposti non abbiamo nessuna voglia di sostenerlo ora perché «altrimenti vincono gli altri».

Dopodiché, è ovvio che quasi tutto si può fare e dire in politica, anche delegittimarsi per vent’anni e poi concludere che, tutto sommato, governare insieme non è così male, soprattutto se paragonato all’idea di stare, entrambi, all’opposizione rispetto ai nuovi volti emergenti della politica spettacolarizzata. E però, qualche rimasuglio di politica vera e propria, nel senso delle cose da fare all’interno delle visioni di società e mondo che si hanno, sarà rimasto in giro, non credete?

O almeno, così è per me: altrimenti, che vincano pure gli altri.

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Cerchiamo di non fare le cose che diciamo di non volere

«Fa’ quello che dico, non quello che faccio», fa dire al prete un proverbio dell’Italia meridionale. E può avere un senso e delle ragioni, se ciò a cui si riferisce attiene alla sfera delle verità rivelate e quello a cui si applica parla in vece di un’autorità indiscutibile seppur con voce emessa da carni cedevoli e, per questo, potenzialmente peccanti. Ne ha meno, d’entrambe, se quella frase viene mutuata in contesti differenti, più mondani e umani, potremmo dire. Tra questi, ovviamente, quello politico.

E siccome noi, della politica, avremmo un’idea ispirata a criteri di laicità maggiore rispetto alle materie trattate dai preti (effettivi o ipotetici che siano interessa qui poco o punto), se diciamo di non volere una cosa, poi dobbiamo cercare di non farla. Così, ad esempio, se a sinistra abbiamo criticato il meccanismo della pluricandidature nella quota proporzionale previste dal cosiddetto Rosatellum, poi non dobbiamo praticarle attraverso la, si spera, nascente lista unitaria. Cioè, e per chiarirmi, non è che, temendo penuria di seggi conquistati, qualche leader (o sedicente tale) ceda alla tentazione di candidarsi in più collegi dopo che, proprio sulla legge che ne dà la facoltà, l’ultima parte di quello stesso gruppo che sosteneva il Governo ha rotto con la maggioranza?

Ne andrebbe della credibilità e della coerenza, ma anche della serietà e dell’affidabilità. Perché il prete nel proverbio di prima, tutto sommato e nella considerazione popolare che quell’adagio ha pensato,  non era certo una figura ammirevole e ammirabile in sé. Al massimo, era riverito per l’abito che vestiva. Ma in altri contesti, abiti stimati in quanto tali non ce ne sono.

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Sempre più appare stanca ritualità, inutile giaculatoria

Quel nome promettente, quelle tante volte in cui ci hanno ripetuto che, pur con tutti i suoi limiti, è la migliore delle altre, quegli spazi di partecipazione e rappresentanza che, anche nella peggiore delle sue interpretazioni possibili, in ogni caso lascia; insomma, non c’è dubbio che la democrazia abbia capacità di generazione delle aspettative che non di rado scontano una realtà, per forza di cose, differente e più modesta.

Però – e so quanto sia pericoloso il sentiero su mi sto arrischiando – oggi quella grande promessa sembra sempre più un insieme di riti a cui ci si avvicina con stanchezza e noia, nonostante le altisonanti invocazioni di rispetto della volontà popolare e le rassicurazioni sul necessario coinvolgimento dei cittadini ai processi decisionali. Gli stessi cittadini che, se interrogati, in tutti i modi rispondono fuorché confermando di sentirsi parte o semplicemente rispecchiati dalle istituzioni e nei processi che, col loro voto, contribuiscono a legittimare. Ed è in quello, io credo, il limite e il peccato maggiore del sistema che ancora con il nome che i greci antichi gli diedero continuiamo a chiamare.

Come se ne esce? Non ne ho idea. Di certo, credo che sia, fra le tante ideologie che hanno guidato l’associarsi fra gli uomini e il loro darsi governo, quello che, tutto sommato, presenta i rischi minori. Eppure, secoli di applicazione pratica non hanno saputo smentire quel sapore amaro di fondo che ogni singolo individuo prova quando, avvicinandosi all’urna, spera di contribuire a decidere qualcosa ma teme d’esser smentito dal misero valore che ha il suo voto nella marea dei suoi pari conteggiati come elettori.

Quanto sarebbe bello in un qualsiasi sistema statuale potersi sentire, realmente partecipe fra gli altri, «quel singolo», e non quale epitaffio ultimo, per quanto incredibilmente illuminante e esaustivo, come sulla sua pietra lo volle l’ancor troppo giovane spentosi autore de La malattia mortale.

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E se fosse semplicemente in forza di idee differenti?

Quando in un articolo si viene citati, può essere scortese fingere di ignorarlo. Soprattutto se in quello stesso pezzo si leggono cose che spesso si trovano da altre parti. È il caso, ad esempio, di un commento di Giampaolo Testa sul quotidiano online TargatoCn, testata cuneese, come facilmente s’intuisce dal nome, molto seguita, in cui vengo identificato come «esponente di punta» di Possibile. Nel ringraziare Testa, però, non posso non sottolineare l’imprecisione: perché non sono esponente, nel senso che ho lasciato anche il semplice ruolo di portavoce locale che ricoprivo, oggi meglio di quanto potessi fare io svolto dall’amico Alberto Spadafora, e perché non sono mai stato di punta, al massimo di lato, al fianco, quasi a far da mediano, diciamo, per disposizione personale e capacità individuali.

Ma, accennavo prima, il commento dell’ottimo Testa ragiona intorno a un elemento spesso dibattuto quando si discute a proposito della nascente lista a sinistra, non di rado dai suoi detrattori, e che il peraltro interessante fondo riassume in poche parole nel suo sommario, dove si legge: «Si cercano candidature forti in Piemonte e nei collegi della Granda per mettere in difficoltà i cugini Democratici». Ecco, sarà una mia impressione, però, posta così, non potendola ridurre ad un invito a proporre candidature “deboli”, né inquadrare nell’ipotesi che, al contrario, i Democratici stiano cercando di non creare difficoltà a congiunti di vario grado, appare come una lettura viziata da un pregiudizio; quello, cioè, che a sinistra del Pd stia prendendo forma un soggetto politico contro, non per. Se proprio vogliamo, quelli che chiamano all’unità avverso qualcosa o qualcuno sono i tanti che invocano un centrosinistra già dato più volte da loro stessi per finito, da  organizzarsi, appunto, contro i populismi, le destre, Grillo, Berlusconi, Salvini, i “sovranisti”, eccetera, eccetera, eccetera, senza spiegare mai bene per fare che cosa. Perché magari, e invece, la sinistra a sinistra del Pd, azzardo, sta solamente cercando le candidature migliori, o comunque tali ritenute, per portare avanti le proprie idee, al di là di quello che faranno cugini, amici o semplici conoscenti.

Idee, tra l’altro, sempre di più allontanatesi in questi anni da quelle che venivano messe in atto da chi era al governo del Paese e alla guida del Pd. Perché un conto è dire, come sempre a Cuneo ha fatto l’altro ieri Fassino, che «bisogna avere il coraggio di cambiare», altro è scambiare per segno d’audacia la rinuncia a tutte quelle che si dicevano essere le proprie battaglie, dal contrasto a quanti volevano fermare gli sbarchi dei migranti con l’ipocrisia di un inefficace «aiutiamoli a casa loro» alla difesa dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, dal taglio delle tasse sulla casa per tutti, ricchi compresi, alle politiche dei bonus in luogo dei diritti, dei poveri per primi, fino alle risposte securitarie ai problemi sociali e a una visione della difesa dell’ambiente e del territorio tutta retorica, trivelle e grandi opere.

A meno di non voler credere che sia dimostrazione di temerarietà il sostenere una tesi «ma anche» il suo contrario, ovviamente.

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Cuperlo, l’astensione e una peculiare “statolatria”

Domenica, per eleggere il presidente del X Municipio capitolino, quello di Ostia, ci sono andati solo tre elettori su dieci. Un dato che fino a qualche tempo fa avremmo definito «preoccupante», ma che oggi appare normale, dopo che per risultati non tanto diversi (ricordo, ad esempio, che nella patria dell’impegno politico quale dover civico, l’Emilia Romagna, alle scorse regionali votò una percentuale simile di aventi diritto) i massimi vertici politici del Paese hanno fatto “spallucce”, parlando di «problema secondario». Ovviamente, la disattenzione e la superficialità dei rappresentanti istituzionali nel rapportarsi a questa tendenza ha delle eccezioni, alcune lodevoli. È il caso di Cuperlo, che pur di non darla vinta a quelli che rinunciano, a Ostia sarebbe andato a votare, e avrebbe votato per il candidato dei Cinquestelle.

Nemmeno a dirlo, il solo pronunciare quell’ipotesi ha attirato sul buon Gianni le ire dei suoi colleghi di partito. E però, fra lui e loro, una differenza c’è. Perché Cuperlo «ha fatto le scuole», e sa che in politica ogni cosa ha più d’un risvolto. Al netto della scelta di campo in questo caso, per lui non votare è il problema. Sinceramente, tra l’una e l’altra candidata, fossi stato ostiense, domenica avrei fatto un giro sul litorale a ricordare Pasolini. Ma se mi astengo io, cafone inguaribilmente sedotto dai propri sogni d’anarchia, è un conto, se un partito o dei rappresentanti delle istituzioni elettive lo fanno, o addirittura chiedono di farlo, è un altro. Astenersi è legittimo, lo penso anche quando sostengo referendum abrogativi con l’incognita del quorum, dove l’astensione danneggia la parte che ho scelto, come quello sulle trivellazioni, per capirci. A essere rischioso, invece, e lì Cuperlo cerca di dire qualcosa (secondo me inutilmente) ai suoi compagni, è l’appello all’astensione fatto da quanti parlano da un posto a cui con un voto sono stati eletti. Se chi fonda la propria legittimità rappresentativa sul consenso popolare ha di questo una così bassa stima da scoraggiarlo quando in esso la sua ipotesi politica o il suo partito non sono contemplati, allora come si possono poi biasimare quanti dubitano di quello stesso percorso di legittimazione o che, in definitiva, nell’intero sistema non nutrono alcuna fiducia?

Questo è il ragionamento implicito che si fanno quelli che, come Cuperlo, dello Stato e dei meccanismi della democrazia rappresentativa hanno fatto religione. E in quella religione, in quella peculiare forma di “statolatria”, l’astensione è blasfemia, peccato mortale, percorso che porta alla scomunica, che nei fatti è la delegittimazione indiretta perpetuata attraverso la poca legittimità e, esagero, “sacralità” che si riconosce ai percorsi che sostengono il sistema. Come dicevo, Cuperlo coglie un aspetto che vale anche per i suoi colleghi, ma difficilmente, i più fra questi, avranno la sensibilità necessaria a capirlo.

La sua, in fondo, è una fede incrollabile nel voto come via prevalente e ineludibile della partecipazione dei singoli alla vita politica e democratica della società. Un comportamento e una convinzione ammirevoli, lo dico senza alcuna ironia. Ma pure vani, considerato oramai «lo stato presente dei costumi», e non solo degli italiani.

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Rispettare la maggioranza non vuol dire doverne per forza far parte

«Pur tenendo conto delle posizioni delle minoranza, bisogna rispettare il parere e il volere della maggioranza; la democrazia funziona così». Su un concetto simile, per quanto banale, credo che difficilmente non potremmo non concordare. E personalmente, a quanti quasi me lo tirano dietro ogni qualvolta provo a eccepire rispetto alle idee dei più, non ho mai replicato dicendo che non sia vero (e ciò potrebbe aprire un discorso approfondito sul che cosa sia, qui e ora, la democrazia, ma soprassiedo). E però c’è un «ma» ineludibile rispetto a quanto in quell’asserzione si definisce.

Rispettare il volere della maggioranza, infatti, è un conto, farne parte un altro. Io non dico che un governo non abbia il diritto (nei limiti del possibile, s’intende) di provare a fare quello che crede giusto, oppure, per stare all’esempio che viene puntualmente usato come clava nei confronti di quelli che, da sinistra, dissentono sulle politiche del Pd, che il partito di Renzi non possa o non debba fare le cose che ha fatto fin qui. Non capisco perché, però, io dovrei dare una mano a farle. Qui non stiamo parlando di un processo obbligatorio, tipo quello che ci costringe a pagare una tassa pure se la riteniamo ingiusta, ma di una libera partecipazione spontaneamente data attraverso il voto. Per farla breve (e per stare al caso tutt’interno a una sola parte che ricordavo prima), Renzi vuole fare il Jobs Act con Sacconi, le grandi opere con Lupi e fermare i migranti con la mano di Minniti e l’ausilio delle milizie libiche? Ci provi; non avrà il mio voto, tutto qui.

Quando me ne sono andato dal Pd, in molti mi spiegarono, non di rado con intenti polemici, il rispetto, appunto, del volere delle maggioranze definitesi in quel partito. Dal mio punto di vista, avevano ragione: proprio in rispetto a quelle volontà io lasciavo il partito, dando alla maggioranza che lo componeva e, ancora, lo compone tutto l’aggio di farsi totalità togliendole anche l’assillo di dover mediare col mio dissenso.

Il quale, radicalmente, rimane intatto ed espresso in luoghi, tempi e modi diversi.

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Eppure, a me sembra una stampa e una figura con quello della «vocazione maggioritaria»

«In questo momento sento che è in gioco qualcosa di molto importante, la possibilità per la sinistra di svolgere un ruolo rilevante. Credo non ci sia bisogno di tatticismi, bisogna andare alla sostanza delle cose. È possibile non ritrovarsi tra persone che hanno valore e idee comuni? Questa è la semplice domanda che si pongono i milioni di elettori di centrosinistra». Così Walter Veltroni, durante la trasmissione Circo Massimo, condotta da Giannini su Radio Capital.

Come non condividere, in linea generale, le parole del primo segretario del Pd. Ma appunto, solamente in linea generale. Nello specifico, invece, siamo proprio sicuri della condivisione di quei valori? Perché, ad esempio, il non cedere alla retorica muscolare del fermare i migranti prima del bagnasciuga, per me è un valore. Il non piegare i diritti dei lavoratori alle volontà del mercato, per me è un valore. Il non cercare risposte securitarie e ipocrite ai problemi sociali e di disuguaglianza, per me è un valore. Però, in questi anni mi sono accorto che per chi governava o sosteneva il Governo non era altrettanto, che questi miei valori essi non li condividevano. E di contro, ho dovuto prendere atto, giorno dopo giorno leggendo i provvedimenti e le norme approvati, che io non condividevo i loro, incentrati com’erano su logiche esclusivamente competitive e, passatemi il termine, “vinciste”.

D’altronde, pure la fanfaronata della “meritocrazia” a questo serviva, a mettere a nanna le coscienze dei più: quelle dei vincitori, con la rassicurazione morale di non aver tolto nulla a nessuno perché loro erano i migliori nella concorrenza; e quelle dei vinti, con la spiegazione rassegnata che se han perso, non è colpa d’altri che non siano i propri limiti.

Infine, non posso non farmi una domanda. Ma quel Veltroni che oggi chiama all’union sacrée nel motto del «se no, vince la destra», è lo stesso che teorizzava la «vocazione maggioritaria»? Bene, Walter, l’occasione che volevi e volevate è lì, davanti a voi: prendetevela. Se, come dici, «i milioni di elettori di centrosinistra» spingono per quell’unità di cui tu parli, altro non potranno fare che punire chi non la vuole e festeggiare nelle urne quelli che, a parer tuo, ora la chiedono.

Come accadde quando eri tu a guidare il Pd, no?

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