Quei simulacri di potere che tanto danno alla testa

«Ma tutte queste magliette rosse […] dove erano quando veniva abolito l’art.18 e introdotta la legge Fornero. Dove sono le magliette rosse quando i nostri anziani rovistano nei cassonetti per cercare cibo. Dove sono codesti fanti quando i giovani vengono pagati 2 euro all’ora», mi ha scritto un militante pentastellato, già di sinistra, a commento d’un mio post in cui mi meravigliavo, rattristandomene, proprio del loro sarcasmo accodato a quello, sprezzante e cinico, delle élites della solita nostra destra peggiore, che finge parole popolari, ma veste i panni (e usa le borse, visto che va di moda l’osservazione astiosa degli accessori altrui) della crudele tradizione padronale italiana.

Ebbene, voglio rispondere a quell’amico “a cinquestelle” (come la certificazione che si usa per il lusso, curiosa assonanza per un partito che si vanta d’esser nato nel giorno di San Francesco, sebbene guidato da uno che di ville e yacht può disporre davvero), e a lui e ad altri come lui dico: io sono una di quelle “magliette rosse”. Ed ero in piazza contro il governo quando veniva abolito l’art. 18, e quando provavano a farlo i loro nuovi amici della Lega insieme a Berlusconi. Ed ero in piazza a raccogliere firme per abolire la legge Fornero, e lo ero contro lo “scalone” del loro socio acquisito Maroni. E sono stato fra quei giovani pagati due euro all’ora, poco più o poco meno (venti centesimi a rigo/colonna, tanto mi pagavano gli articoli per un quotidiano), e al governo c’erano i loro alleati leghisti, senza che si preoccupassero affatto dei giovani o dei vecchi che arrancavano in povertà sempre peggiori. E sono emigrante, figlio, nipote e pronipote di emigranti. E sebbene guadagni in un anno meno di quanto Salvini si metta in tasca in un mese (dopo avermi chiamato «terrone», per mietere consensi a nord del Po, e ora «italiano», perché i voti a sud del Volturno, evidentemente, non puzzano più), devo pure sentirmi dare, da quelli come lui e da chi, come i grillini, dal primo militante all’ultimo Di Maio, a essi fa il coro, del «radical chic», «comunista col Rolex», «buonista con l’attico in centro», eccetera, eccetera, eccetera. Lo capite che state sbagliando la mira, per quanto l’ubriacatura della prepotenza vi dia l’impressione d’essere voi, effettivamente, al potere?

Sì, riempite i vostri discorsi di neo-ismi dal sapore antico, citate moderne cianfrusaglie tronfie della vacuità di un pensiero non loro, che fanno appunto del citazionismo la cifra intellettuale della propria eloquenza (qualcuno ha detto «Fusaro»?), vi immaginate impegnati a combattere la globalizzazione inumana del capitale finanziario, ma siete i giannizzeri di quelli che mandavano schiere di manganellatori contro quanti, avverso quella globalizzazione e dal basso e sulla propria pelle, si opponevano. E voi, lì, in quelle piazze, non c’eravate.

Vi consiglierei moderazione di parola e radicalità – reale, non solo “da social” – di pensiero, non adeguamento a ciò che c’è, fingendo che sia rivoluzionaria la restaurazione, se non sapessi già inutile e inascoltato il consiglio. Quos vult Iupiter perdere, dementat prius: e sarà sempre troppo tardi quanto, tutti, ce ne accorgeremo nella conta delle conseguenze.

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Un po’ di «autonomia del negativo» (se fosse permesso citare compianti maestri)

Lo sberleffo, il dileggio, soprattutto se accompagnati da disinformazione e sussurro adito ad alimentare il sospetto, spesso nascono e si muovono all’interno di una concezione nichilistica del mondo e della società, e non conducono a niente, fatta salva la possibilità che contribuiscano, poco o molto non è dato sapersi all’inizio, alla distruzione dell’oggetto o dei soggetti a cui si rivolgono. Ebbene, è sapendo tutto questo che ieri vi ho ceduto. Pur se con un post scriptum di avvertenza, ho condiviso un messaggio che, nei fatti, aveva l’unico intento, giocando sul facile equivoco, di porre in cattiva luce una componente dell’attuale esecutivo. E non me ne pento, anzi.

Vedete, le contraddizioni che vive una parte della maggioranza di governo sono evidentissime. I cinquestelle hanno per anni attaccato il Pd perché aveva messo l’ex alleato di Berlusconi al Viminale, e ora sostengono senza problemi l’alleato di Berlusconi nello stesso dicastero, trovando giustificazioni al suo attaccare i giudici (dopotutto, che sia alleato di Berlusconi qualcosa vorrà pur dire, no?), al suo predicare odio verso gli ultimi (come insegnava Francesco d’Assisi, giusto?), al fatto che una sentenza confermi che il partito da lui guidato debba alla collettività una cinquantina di milioni (erano sempre loro a chiedere le dimissioni di un sindaco per esser passato in una Z.t.l. con l’auto della moglie, o ricordo male?). Ma quand’anche si ponessero in risalto tutte queste palesi difformità fra il predicato e il praticato – e ce ne sarebbero tante altre, a partire dal programma di acquisto degli F-35 che li faceva gridare come fossimo davanti a un nuovo scandalo Lockheed, se avessero avuto contezza dell’altro – nulla scalfirebbe la certezza degli elettori di quel movimento di stare nel giusto. Allora, tanto vale tentare le vie utilizzate da loro stessi, sapendole errate e in una sorta di «autonomia del negativo», puntando a superare quelli che per primi le hanno tracciate.

Se mi è lecita una lunga citazione, provo a spiegarmi meglio: «Nella crisi, il negativo cessa di operare come variabile dipendente, ed esplode nella e come violenza distruttiva del capitale, come non-capitale e come non-lavoro, come soggettività astratta divenuta oggettiva nella determinata sovversione del proletariato sociale, che totalizza l’emergenza della riappropriazione della ricchezza sociale assoluta dei bisogni come rifiuto del lavoro e distruzione dello stato. […] L’autonomia del negativo esplode la potenzialità sovversiva dei comportamenti individuali e sociali, che nella crisi non trovano più legame e funzione nella sussunzione dei ruoli organizzati dello sfruttamento, del dominio, della repressione, dell’esclusione, marginalizzazione del lavoro vivo, ma che, al contrario, nella perdita di legittimazione dello stato, del piano e del lavoro, trovano nell’articolazione istituzionale della fabbrica, della scuola, delle carceri, dei manicomi, della chiesa ecc., il canale e la rete organizzata della lotta di liberazione e di riappropriazione. Riteniamo importante insistere su questo momento della potenzialità rivoluzionaria racchiusa e mistificata dal e nel pensiero negativo, che è possibile liberare quando esso sia liberato dal guscio della funzionalità dello sviluppo, ristrutturazione ed organizzazione del capitale piano e dello stato piano» (Nicola Massimo De Feo, L’autonomia del negativo tra rivoluzione politica e rivoluzione sociale, 1992, pag. 354).

Pure se fosse animata solo da tensione nichilista, ogni occasione e possibilità per abbattere questo governo sarebbe da cogliere. Non importa il dopo, perché è questa attualità a dover essere sconfitta. Il problema non è il mio essere in minoranza, che lo ero anche prima; la crisi del momento è nell’avere un esecutivo e una maggioranza che parlano la lingua di Salvini. E rispetto a loro, io sono radicalmente oppositivo, intento a mettere la sabbia in ogni ingranaggio che riesca a raggiungere, se altro e più sistematico metodo non fosse alla mia portata e nelle mie facoltà.

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La democrazia e la sua singolare malattia autoimmune

«Con malattia autoimmune, in medicina, si indica l’alterazione del sistema immunitario che dà origine a risposte immuni anomale o autoimmuni, cioè dirette contro componenti dell’organismo umano in grado di determinare un’alterazione funzionale o anatomica del distretto colpito». Così si legge sull’enciclopedia online recentemente auto-oscuratasi Wikipedia (e questa citazione è il massimo della solidarietà che da me quello strumento avrà, poco o nulla che ciò sia). In pratica, il meccanismo di difesa mette a rischio, o comunque colpisce e danneggia, il sistema stesso che dovrebbe difendere. E sono questioni serie su cui non intendo scherzare, ma che userò come similitudine con il massimo rispetto per chi ne è affetto.

I sistemi democratici, però, sembrano proprio vittime di una di queste patologie. Prendiamo l’informazione complessivamente intesa, dai media tradizionali ai social. Si è spesso detto che questa, tanto più quanto maggiormente libera e non controllata, avrebbe dovuto rappresentare il meccanismo di difesa (immunitario, nell’immagine usata prima) dai tentativi di riduzione e limitazione della democrazia effettiva. Eppure, in una sorta di nemesi ricercata o per una semplice eterogenesi dei fini, nel massimo della sua libertà nominale, essa si fa strumento principale per un attacco (la malattia, per stare ancora al paragone) condotto da più versanti contro la democrazia stessa, fin nei suoi princìpi costitutivi e nei valori fondanti. Da coadiuvante della conoscenza e realtà partecipe della costruzione del sapere, si rende semplice cassa di risonanza, dove le idee e le notizie non contano per la loro portata o valenza e nemmeno per la verità di cui sono costituite, ma semplicemente, poste tutte sullo stesso piano, in una malintesa parificazione democratica, appunto, per il numero di ripetitori, credenti, sostenitori che incontrano. Di più, al di là del merito, quelle che sono maggiormente dette e ascoltate si impongono su tutte le altre, soffocando la parola dissenziente che, se non fa atto di fede nei confronti del verbo della maggioranza, viene tacciata di antidemocraticità.

Nei fatti, attraverso quel rumore, la democrazia finisce per coincidere con il dominio della maggioranza, con la cancellazione delle minoranze in quanto, tutte e per l’unica ragione di essere rappresentate dai pochi nella temporalità della rilevazione, élites, «perché il popolo», l’unico indistinto corpo che sempre più è solo massa, «ha parlato»: col voto, con un like, con le condivisioni. Chi non si adegua, semplicemente, non esiste o è meglio che non esista. Quella democrazia che proprio nel rispetto delle minoranze e nel compromesso non impositivo fra le ragioni di tutti, degli altri, trovava la sua ragione di diversità, si riduce quindi a dittatura dei più; più numerosi o solamente più forti nella voce.

E lentamente, senza strappi e senza clamori, ci si trova in una storia diversa, cupa.

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Voglia di rivalsa e di partecipazione: la strana combinazione nei tempi presenti

«Oggi ho letto un articolo divertentissimo sul Corriere della Sera […]. Raccoglie le lamentele di alcuni ex parlamentari a cui toglieremo i vitalizi tra pochi giorni. Uno piange miseria perché da 4.700 euro al mese grazie alla nostra delibera prenderà 2.500 e parla di atto illiberale. Ma dico io: ma se hai versato contributo per avere una pensione di 2.500 euro perché te ne davo dare il doppio? Questa è giustizia, altro che illiberalità. Un altro dice che da 2.000 passerà a 400 ed è una rapina. Quindi parliamo di un ex parlamentare che ha versato contributi solo per avere una pensione minima. Capite questa gente? Quando erano in parlamento non hanno mosso un dito per alzare le pensioni minime perché tanto loro avevano il vitalizio che valeva 5 volte tanto. Adesso lo Stato se ne frega di difendere chi ha i privilegi e pensa a proteggere i più deboli. Potete piangere e strepitare quanto volete, tanto non si torna indietro. NOI I VITALIZI VE LI TOGLIAMO (il maiuscolo non è mio, ovviamente). Mettetevi l’anima in pace».

Così scrive Luigi Di Maio sul suo profilo Facebook. E io non fatico a immaginare gli applausi, il giubilo e persino le urla di gioia dei sostenitori suoi e del suo movimento. Personalmente, festeggerei qualcosa che mi venisse dato, più che il veder togliere ad altri, ma è questo lo Zeitgeist che abbiamo. Che fa il paio con il livore verso quelli che arrivano, ai quali si deve proibire pure la speranza di potercela fare, anche se questo male, a chi ne gioisce, non porterà alcun beneficio. Una peculiare Schadenfreude pervade la stagione che stiamo vivendo, che, nel caso dell’elettorato grillino con cui mi capita a volte di scambiare opinioni, si salda curiosamente a una malcelata voglia di partecipare, di essere tenuti da conto più e meglio di quanto è stato fatto in passato. In questo, nessuno è esente da colpe, per primo io, avendo (per quanto con poca più che nessuna facoltà dirigenziale effettiva) per anni frequentato partiti e formazioni politiche. Per esempio, fosse capitato sull’uscio di uno di questi un Di Battista, un Fico o un Conte, cosa avremmo detto? Probabilmente li avremmo ignorati (e qualcuno ne avrebbe sorriso), come non di rado è accaduto con quella quota non piccola di loro militanti, un tempo elettori di sinistra. E ci stupisce così tanto che oggi non ci calcolino? Anzi, che cerchino proprio di farci politicamente più male possibile?

No, tranquilli, non sto dicendo che è colpa nostra se quel movimento è cresciuto al punto da diventare il primo partito alle elezioni politiche; non sono tanto presuntuoso. Sto però dicendo che noi non ce ne siamo accorti, di quanti erano e di cosa volevano. E sto dicendo, inoltre, che quella voglia di rivalsa è divenuta rabbia, si è incattivita, e ora rischia di rompere gli argini, saldandosi ai più beceri e sempre presenti istinti revanscisti di quanti si sentono – e non conta che lo siano davvero – traditi o maltrattati e a una fraintesa voglia di partecipazione, di essere protagonisti, non foss’altro che per colpire quelli che, non considerandoli, li hanno feriti.

Ed è tutto molto triste, e preoccupante, nella sua pericolosità potenziale.

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«Radical-chic», un corno

Il sempre preciso e mai scontato mio amico Domenico Cerabona ha scritto l’altro giorno sul suo profilo Facebook: «La cosa che fa incazzare della vicenda “migranti” è che il governo italiano si sta rendendo complice delle morti in mare portando avanti il suo programma elettorale. Un programma votato dal popolo italiano per via di una insensata rabbia nei confronti di poveri cristi che non costituiscono nessuna minaccia per il suo stile di vita. Nessuna. Il paradosso di tutto questo è che invece sono il nostro stile di vita e le scelte dei nostri governi a costringere, di fatto, quei poveri cristi a emigrare. E ora dite pure che sono un radical-chic. Meglio radical-chic che complice di una barbarie». Ha ragione. Ragione sul contrasto alla barbarie, e ragione sul fatto che i migranti non sono una minaccia per il nostro stile di vita, ma è anzi questo a spingere le moltitudini a spostarsi in cerca di condizioni di vita migliori.

Implicitamente, ha ragione anche nel respingere preventivamente, paradossalmente accettandola, l’accusa d’essere radical-chic. Un epiteto che lungi dall’essere la definizione tagliata su quanti, per moda, assumono posizioni radicali, ha finito per diventare la categoria in cui rinchiudere tutti quelli che non si fermano alle letture semplificate del presente, spiegando, a ludibrio degli altri, questa loro posizione come il frutto di una situazione privilegiata. Ecco, in questa lettura, da parte di Domenico e mia: «radical-chic», un corno. Nella mia famiglia, nei secoli cafoni, da quattro generazioni e compreso me stesso siamo emigranti, non vivo in un elegante attico a Neully, vicino casa mia ci sono appartamenti che ospitano richiedenti asilo, fortunatamente ho uno stipendio da poco più di 1.200 euro al mese, sono stato precario, fino a meno di due anni fa, disoccupato o in cerca di occupazione per mesi, e le persone che frequento non hanno certo l’aspetto e lo status dei ricchi borghesi del film La crisi di Coline Serreau. Soprattutto, molti di quelli che mi vorrebbero inquadrare in questa definizione stanno, sul piano economico e sociale, molto meglio di me. Semplicemente, non sono ancora diventato, né intendo diventare, stronzo al punto di prendermela con chi sta peggio, e che nella sua disperazione rischia di morire per la ricerca di una vita migliore. Cosa che probabilmente faremmo tutti, se fossimo nati dove sono nati loro (e non abbiamo alcun merito se così non è stato).

Nei tempi che viviamo, il dramma è in questo circolo mostruoso: chi sta meglio se la prende con chi sta peggio di lui. È il migrante il problema verso cui indirizza il suo odio l’operaio sottopagato, non il padrone che entrambi sfrutta. È quello che prova a leggere il mondo senza categorie prefissate il bersaglio dell’artigiano con villetta, non il sistema finanziario che lo strozza col mutuo. È chi legge un libro non rassegnandosi a realizzare l’uguaglianza solo nell’accesso a beni spesso superflui il nemico delle aspirazioni consumistiche tradite e frustrate di quanti han creduto a miti da bere e sfavillanti carriere nell’auto-impiego, non di quelli che gli uni e le altre hanno inventato per spostare sul piano della favola quanto non avevano alcuna intenzione di dare nella dimensione del realte.

E ora dite pure che siamo dei radical-chic.

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«Wir schaffen das»

La ricordate la frase di Angela Merkel durante uno dei periodi peggiore della crisi siriana e per la vita dei profughi e di quanti fuggivano da quell’inferno ancora oggi non risolto del tutto, dopo bombe arrivate da ogni dove? Bene, a me la Cancelliera non è mai stata particolarmente simpatica, ma in quell’occasione aveva ragione. Se l’Unione europea non è capace, non riesce o non ha il coraggio di affrontare le sfide che abbiamo di fronte, allora che perisca.

E con essa, le nazioni che la compongono. Perché quel «wir schaffen das» chiama in causa tutti, da Inari a Lampedusa, per dare le coordinate. Perché se davvero ci riteniamo «la culla della civiltà», almeno di quella da questa parte di mondo, se realmente ci teniamo ai nostri valori e ci vantiamo, nel contempo, di annoverare nel sodalizio la metà, se non di più, delle nazioni più progredite e ricche del mondo, allora non possiamo temere di crollare e finire perché quelli che stanno peggio, pacificamente e con donne e bambini, cercano un approdo per le loro speranze. Se la risposta d’Europa sarà fatta di muri e chiusure, allora non meritiamo la storia che vantiamo, né quella che potremmo lasciare.

La paura si può capire. Ma è in quella che si misura il coraggio. Se sapremo vivere con la necessaria capacità di affrontarla, avremo qualcosa da tramandare e di cui far andar fieri quelli che seguiranno. Al contrario, se il timore di perdere alcune comodità che crediamo garantite per sempre gelerà il sangue nelle nostre gambe al punto di non consentirci di uscire di casa e andare incontro al giorno che sarà, forse salveremo il nostro giaciglio creduto sicuro, ma sarà sempre più buia e solitaria la notte in cui cercheremo di dormire.

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Hanno votato per quello che volevano

Le colpe della sinistra, gli errori commessi, classi dirigenti inadeguate: tutto vero, per carità. Non ho mai nascosto i limiti delle politiche seguite in questi anni dalle forze di sinistra, ed è per quello che ho lasciato il Pd e non mi sono lanciato ventre a terra per sostenere quanti tutte quelle cose, fino a un momento prima di scoprirsene distanti, avevano in pieno sostenuto, o comunque non avversato.

Ma non è tutto e non basta a spiegare quello che è accaduto. Un conto, infatti, è dirsi delusi dalla sinistra e smettere di votarla perché non ha fatto quanto si era impegnata a fare, difendere i lavoratori o migliorare lo stato sociale, per esempio, altro è votare la destra e aderire alla sua visione del mondo perché quelli di sinistra non hanno fatto cose tipo chiudere i porti ai migranti incuranti della loro sorte o impedire a stranieri e connazionali di etnia diversa (è emblematico, in questo, il caso dei rom) di accedere ai servizi pubblici al pari degli altri, per dire; insomma, di non esser stata troppo di destra. Salvini e soci, quindi, sono stati scelti liberamente perché, liberamente, li volevano, loro e le loro ricette fatte di ricerca del nemico, con tanto di narrazione xenofoba, retorica dell’uomo forte contro i deboli della terra, mito di un’età dell’oro mai esistita e difficilmente raggiungibile. No, non sto dicendo che quelli che hanno votato di là l’abbiano fatto non sapendo cosa stessero facendo. Al contrario, sto dicendo che questi, democraticamente, hanno scelto quelli da cui si sentivano rappresentati meglio; Salvini e soci, appunto.

E con questo non voglio nemmeno dire «l’avete voluto, arrangiatevi», non foss’altro perché, intanto, e per cominciare, mi ci dovrò arrangiare pure io con le loro decisioni. Però non si può non iniziare l’analisi di quanto accaduto partendo dalla considerazione che c’è, in questo Paese e anche fra la base di quelli che sono i partiti di sinistra, gente che si fa star bene i toni e i temi di Salvini, e che anzi è disposta a votare per lui, sebbene adducendo come motivazione il fatto che la sinistra abbia sbagliato non poco quando è stata al governo. Perché questo lo so, e lo dico pure io: ma non per questo ho votato per Salvini e per le sue idee, o per i partiti che con l’uno e delle altre sono alleati.

Il filo della matassa, magari, bisogna cominciare a cercarlo anche in quel torbido, sapendo che lo è e che può essere cattivo e cinico, se nessuno si preoccupa di tracciare vie diverse e migliori, limitandosi invece a seguire il mondo per quello che è. E ricordarsi di quando si sapeva come il popolo non esistesse come valore in sé, quasi concetto astratto, ma solo in quanto realtà strutturata e organizzata, di quando si discuteva «di come era importante che la gente/ non fosse una massa di persone sole». Nelle cerchie di quelli che ben pensano sarà facile rinfrancarsi, ma non basterà a risollevarsi. Se davvero a qualcuno ancora interessa farlo, e se non è più comodo, per tutti, rimanere con i pensieri che consolano chi li ha senza disturbare troppo gli altri che non li condividono.

Questa, sì, potrebbe essere una colpa irredimibile, se già non lo è fin d’ora, ovviamente.

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«E allora il Pd?», non vale (e io non mai lesinato critiche)

Siete curiosi, voi di sinistra che avete votato prima e sostenere ora il partito il partito che sostiene e ha votato la fiducia al governo con la Lega di Salvini. Per anni ci avete spiegato che le forze progressiste tradizionali avevano smesso di interessarsi dei problemi sociali per parlare solo di migranti, e da mesi non fate altro che discutere di migranti, ignorando i problemi sociali. Certo, una differenza c’è: voi ne parlate in termini leghisti e con toni tanto duri quanto inumani, gli altri no. Ma è così che succede, quando si cade con tutte le scarpe nella rete di una delle peggiori destre che questo Paese abbia conosciuto da che è repubblica.

Perché questo state sostenendo, miei sempre meno cari grillini: la peggiore destra al potere. E se alcuni di voi si dicono di sinistra nel farlo, non cambia la sostanza e non nasconde il fatto che sosteniate Salvini, ripeto, Salvini. Ora, la tentazione di molti di voi (e che non di rado leggo sui social) è quella di rispondere «e allora il Pd, il jobs act, la riforma Fornero, i favori alle banche?». Tutto o in parte vero, ma non vale. Perché comunque, a guardarli da sinistra, Salvini e la Lega sono molto peggio. Se non ve ne accorgete, beh, è un problema vostro, o è cecità indotta dal potere conquistato (ma davvero l’avete preso?). Io quelle cose che dite le ho sempre criticate (e pure, altre come il decreto Minniti-Orlando e gli accordi con la Libia, che invece nella nuova vostra visione leghistizzata dovrebbero piacervi), e sono andato via da quel partito quando era all’apice del gradimento nazionale (un cinico direbbe perché sapevo e so che ogni alba ha il suo tramonto, un perfido, perché quel mezzogiorno non mi illuminava). Ma è comunque differente; basta un Delrio a spiegare ciò che a un Toninelli mai riuscirebbe di fare.

E per rispondere a quanti, dal Pd, potrebbero al contrario rinfacciarmi che le mie posizioni critiche potrebbero esser state concausa della deriva attuale, chiedendomene in un qualche modo abiura, preventivamente rimando al mittente le accuse. Vedete, nel tempo che è passato, le mie eccezioni erano tutte rivolte a cercare di dire, col Poeta, che «Per dove ci portate/ lì c’è l’abisso, lì c’è il ciglione», che fare la destra rischiava di favorire le destra, che sdoganare alcune cose e farne altre poteva avere come duplice e terribile effetto quello di consentire l’affermazione del contrario di ciò che si sarebbe voluto rappresentare e allontanare quelli che più non si sarebbero sentiti rappresentati.

Insomma, amici dem, di cosa dovrei scusarmi, d’aver, per una volta e purtroppo, avuto ragione?

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Quousque tandem?

«Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda! […] se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico, morale, a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l’ho creato con una propaganda che va dall’intervento fino ad oggi». Le parole forse le avrete già lette: sono di Benito Mussolini, dopo il delitto Matteotti, il 3 gennaio del 1925. De Felice e altri storici le ritengono quelle con cui il fascismo si costituì compiutamente quale regime autoritario. La storia, sappiamo, non si ripete mai ugualmente, eppure serve a leggere le cose di adesso con la coscienza del prima. Ed è proprio per evitare di dover rivedere alcune dinamiche che la si studia e la si insegna.

Ecco perché è inaccettabile che il ministro dell’Interno, parlando di uno scrittore da anni sotto scorta per minacce camorristiche e che lo ha criticato per la gestione degli arrivi dei migranti, si permetta di far riferimento all’opportunità di continuare la sua protezione, aggiungendoci quel «bacione» che suona (almeno alle mie orecchie, mediterranee e levantine) come cinico suggello d’un crudele sottinteso. E allora, facciamo l’ipotesi. Immaginiamo che sia tolta quella scorta a Saviano, e che i Casalesi non l’abbiano dimenticato. Cosa succederebbe? Se attentassero alla sua vita, o ci riuscissero, chi ne avrebbe colpa, e perché sarebbe successo, in ultima istanza? E non sarebbe in quelle frasi dette, anche solo in un eccesso di superficialità guascona, un’indiretta assunzione di responsabilità per il clima storico, politico e morale – le parole, non casualmente, sono le stesse – in cui quel delitto effettivamente accadesse?

Inaccettabile, dicevo, perché, quella di Salvini, è tecnicamente una minaccia. Meglio, un avvertimento. «Attento, Saviano», dicono quelle sortite, «non criticare troppo l’azione del governo. Perché è il governo che ti protegge, sono io a farlo e, di conseguenza, a poter smettere di garantire la tua sicurezza». Se vi rimandano alla mente altre situazioni, vuol dire che capite ancora meglio il senso del non detto. E allora, la domanda: per quanto ancora e fino a quando questo popolo potrà accettare quello che in quelle parole promette e minaccia di delinearsi? Perché «è finita la pacchia per clandestini e Ong», e non diciamo niente, perché non siamo clandestini, «chiudiamo i porti alle navi cariche di migranti», e siamo sollevati, perché non possiamo accoglierli tutti noi, «facciamo un censimento dei rom», e forse siamo un po’ contenti, perché rubacchiano, «valutiamo l’opportunità della scorta a Saviano», e stiamo zitti, ché Saviano ci sta pure antipatico.

Poi potrebbe capitare a noi di dissentire o esser presi di mira, e potremmo trovarci soli.

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Giustizia è disobbedire

«Se questa è la Legge», titolava ieri in prima pagina Avvenire, a proposito di quanto sta avvenendo nel sud degli Stati Uniti, al confine con il Messico, dove, scrive nell’editoriale sullo stesso quotidiano Eraldo Affinati, «duemila bambini divisi a forza dai genitori […] sono stati acciuffati dalle guardie di confine e portati in una struttura di detenzione in attesa di venire espulsi […] distesi sui tappetini del magazzino trasformato in reclusorio, con la carta stagnola usata come coperta e le bottigliette d’acqua minerale poste ai lati, ci fanno capire dove conduce la politica dei respingimenti: in un vicolo cieco, in un pozzo scuro, sull’orlo del baratro».

Non solo un osservatorio come il giornale dei vescovi italiani la vede con quei toni. La stessa Melania Trump ha fatto sapere di «odiare il vedere bambini separati dalla loro famiglie», e una ex first lady del calibro di Laura Bush non ha esitato a scrivere che «questa politica di tolleranza-zero è crudele. È immorale. E mi spezza il cuore». Più diretto il deputato Peter Welch, dopo un’ispezione sul posto: «La mia visita al confine meridionale del Texas, ieri, è stata straziante. Ho visto dei bambini rinchiusi in una fila di gabbie. Ho incontrato madri sconvolte, in lacrime perché non sanno dove siano i loro figli o se li vedranno mai più. Questa politica è vergognosa. È non-Americana». Eppure, tutto questo avviene nel rispetto della legge, come titola Avvenire, e, come scrive il suo editorialista, non possiamo nemmeno incolpare le storture dei totalitarismi, perché «sul piatto abbiamo i frutti marci della democrazia: la prima del mondo moderno, quella da cui prendemmo esempio, anche se gli angeli della natura ai quali Abramo Lincoln avrebbe voluto affidare il coro dell’Unione, preferirebbero, ci scommettiamo, spezzare le proprie ali piuttosto che accompagnare il pianto dei bambini reclusi nelle gabbie texane». E se quella è la legge, la giustizia non può non stare nel disobbedirle. Anche in uno Stato di diritto, pure in un sistema democraticamente definito e regolato.

Vengono in mente i Thoreau, e il suo rivendicare quale obbligo morale quello di non piegarsi a leggi ingiuste, di non rispettarle, o le Arendt, col monito, ancor più vero in un Paese formalmente libero, rivolto a quanti sanno di poter dissentire e che, nel non farlo potendo, esprimono un tacito assenso. Oppure, per tornare alla dimensione culturale da cui sono partito, i don Lorenzo Milani, e il suo ricordare che non di rado è nell’obiezione, non nella sterile obbedienza, la salvezza del mondo.

Ma mi viene in mente anche altro, e cioè che in fin dei conti, come spiegava nello stesso brano in cui elogiava le ragioni della coscienza contro l’assuefazione all’obbedire lo stesso parroco di Barbiana, la divisione più profonda e vera su questa terra passa sempre fra i ricchi e i poveri. Infatti, gli stessi Usa che consentono alla legge di usare la mano forte contro gli ultimi stranieri, accolgono senza difficoltà i forestieri danarosi, pensando per loro un apposito visto, l’EB-5, con tanto di lista di realtà economiche approvate dal governo, i Regional Centers, in cui investire i propri soldi per facilitare l’ottenimento di quella green card che per le moltitudini in cerca della promessa gridata al mondo dalla poesia di Emma Lazarus è poco meno di un miraggio.

Per citare un coevo di Thoreau, quel Melville troppo noto solo per le versioni in pellicola della sua grande opera: «Now Jonah’s Captain, shipmates, was one whose discernment detects crime in any, but whose cupidity exposes it only in the penniless. In this world, shipmates, sin that pays its way can travel freely, and without a passport; whereas Virtue, if a pauper, is stopped at all frontiers». Nella traduzione di Cesare Pavese: «Ora, compagni, il capitano di Giona era uno di quegli uomini sagaci che capiscono subito se uno è colpevole ma per la loro cupidigia denunciano solo i poveri. Su questa terra, compagni, il peccato che paga può andare in ogni luogo e senza passaporti, mentre la Virtù, se è povera, viene fermate a tutte le frontiere!».

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