Sembra una storia scritta a tavolino

Nel film Selma della regista Ava Marie DuVernay, Malcom X dice a Coretta Scott King, moglie del leader del movimento per i diritti civili degli afroamericani, che lui è presente, in quella particolare fase della storia, non come nemico del reverendo, ma quale «alternativa che spaventa tanto i bianchi da considerare Martin Luther King il male minore». Ecco, la frase mi è tornata in mente in questi giorni, quando i sondaggi sui sentimenti diffusi nella nazione paiono dar ragione alle posizioni del centrodestra più che segnarne un allontanamento, dopo l’atto terroristico di stampo nazifascista di Macerata (lo è, tutte e due le cose: è terrorismo, almeno nell’accezione con cui una certa nevrastenia dei tempi moderni iscrive in quella categoria ogni gesto, pure isolato e al di fuori di qualsiasi organizzazione, che miri a creare terrore, o semplicemente, nei fatti, lo determini; è nazifascista, perché tale è l’attentatore, perché ce lo aveva scritto in fronte, e non è un modo di dire, e perché lo ha sottolineato lui stesso con i saluti romani e i tanti suoi pari che, vilipendendo la parola, gli tributano “onore”).

E può apparire curioso — in un certo senso, ironico — che a proposito degli effetti sull’opinione pubblica a seguito di un attentato contro persone di colore commesso da un bianco (ma poi, noi genti d’Italia, bianchi lo siamo davvero?), mi sia ricordato delle parole di una pellicola che racconta i fatti del movimento per i diritti dei neri. Ma tant’è; l’associazione è in quella contrapposizione fra l’alternativa spaventosa e il male minore. Il giorno dopo la tentata strage, tutti davano per assodato che ci fosse una «bomba sociale» legata all’emigrazione (lo ha detto Berlusconi, dando i numeri di promesse espulsioni, lo vanno ripentendo da che sono sulla scena politica i vari Salvini e Meloni, lo hanno ribadito Renzi e Di Maio, nel tentativo di addossarne al primo la responsabilità) e addirittura c’è stato chi si è spinto a vedere nel gesto criminale di Traini una sorta di suo «farsi giustizia da solo», quasi che lui fosse vittima di un torto o quelli a cui ha sparato colpevoli di una qualche forma di reato. Concetti che, in fin dei conti, concorrono a definire un quadro concettuale preciso: nel racconto del Paese, c’è un’emergenza immigrati che è diventata un male da sanare, subito, con la forza delle istituzioni, prima che qualcuno, appunto, lo faccia da sé, con la violenza di cui può esser capace. E che tutto questo sia semplicemente folle, oltre che non vero, non lo dice più nessuno.

Così, come nelle parole del Malcom X in Selma, il pelato con il dente di lupo tatuato sulla tempia è «l’alternativa che spaventa» e la destra low and order (ma solo con gli ultimi, ovviamente) si candida a essere «il male minore», quando non, per un sempre crescente numero di persone, lo strumento migliore per combattere la battaglia contro l’immigrazione, prima che diventi un ingestibile scontro sociale, una terrificante guerra civile.

Le Marche non sono l’Alabama degli anni ‘60. Macerata non è una banlieue abbandonata. Traini non è la punta avanzata di un’organizzazione neonazista radicata nel territorio e nella società, pronta a prendere il potere e il controllo dello Stato. Sono sintomi, sì, tendenze, in qualche caso epifenomeni d’un malessere reale, ma non viviamo la situazione da periferia sudamericana che una certa narrativa punta a disegnare. Ingigantire i problemi fa il gioco di quelli che promettono di avere la soluzione più dura e immediata per risolverli prima che degenerino, almeno quanto è dannoso e inutile sottovalutarli o, peggio, ignorarli. Bisogna studiare le questioni, le dinamiche che le hanno generate, le parabole che, nel loro farsi, disegnano, provare a capirle e poi cercare parole di verità e azioni consequenziali e mirate, nonché misurate, per dare le risposte necessarie e opportune.

Ma il tutto, nella campagna elettorale permanente in cui viviamo, è dannatamente difficile.

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Nell’atto terroristico, un’eterna rivelazione

«“E cché, se spara così? Poteva piglia’ qualcuno!”. Uomini e no, l’allucinato nazista Luca Traini ha tracciato un solco nelle anime di Macerata. Dunque Stefano, il salumiere storico di corso Cairoli, sospira severo ma in fondo sollevato nella bottega davanti alla quale sono fischiate le pallottole sabato mattina. Così, come pallottole involontarie, fischiano adesso gli spropositi, in quest’Italia che ha perso misericordia e misura, e dove in fondo Gideon e Mahmadou, Kofi e Festus, Omar e Jennifer sono nessuno: invisibili e senza identità perfino nelle corsie d’ospedale dove il raid suprematista di Traini li ha ridotti a vittime innocenti. L’idea surreale che, non essendoci bianchi feriti, sia andata pure bene sgorga naturale, persino senza cattiveria, dalle crepe di questa città spaccata nel profondo, stravolta da un’immigrazione inattesa e d’un tratto ostile quando le giostre dei bambini di piazza Diaz sono diventate sedili per spacciatori nigeriani come Innocent Oseghale, accusato di avere fatto scempio della giovane Pamela Mastropietro».

Raccontando quanto ha sentito parlando con i cittadini di Macerata, Goffredo Buccini, su Il Corriere della Sera di ieri, disegna un quadro preciso di quello che è lo scivolamento graduale verso l’accettazione del male fatta all’altro. Si divide, si separa, si allontana da sé quello che accade per sentirsi al sicuro. Come nella poesia di Niemöller, si ignora che quell’alterità progressivamente si riduce, e alla fine scompare, per consegnarci tutti nelle mani della barbarie. Ma nel momento in cui appare, la si vive quasi fosse la normalità, addirittura un’àncora di salvataggio nel mare della possibile disperazione. «Sono cose che accadono a quelli lì», sembra di leggere nelle parole del pizzicagnolo, «però, ti puoi trovare in mezzo, pure se non c’entri nulla». E allora, se anche quello che avviene non lo si giustifica, un po’ alla volta lo si accetta. In fondo, «questi qui che vogliono? Restassero a casa loro, sarebbe meglio per tutti!»; è il sentimento più o meno celato che gira nelle menti di tanti che han visto e sentito quanto successo. E in questo modo, piano si rassicura e s’addormenta la coscienza d’una nazione sempre pronta a farsi raccontare da quell’eterna sua «autobiografia», secondo la parola di Piero Gobetti.

O come scriveva Giustino Fortunato, non casualmente di Gobetti amico, in una lettera a Giovanni Ansaldo nel febbraio del ’30 (in Carteggio 1927-1932, Laterza, 1981, p. 185): «Non “rivoluzione”, no, ma “rivelazione” è stato, e rimane, il fascismo: rivelazione di quel che realmente è, di quel che realmente vale l’Italia. Il fascismo è proprio l’Italia, di ieri e dell’altro ieri, così come sarà indubitatamente, l’Italia di domani e di domani l’altro. Oggi come ieri, non sarà affatto rivoluzione; al massimo, rivelazione».

Poi, sono tutti giusti e opportuni i ragionamenti sugli speculatori e i mestatori nell’odio sociale, però presuppongono che questo già ci sia, che non lo si crei dal nulla con un manifesto, una dichiarazione, un tweet o un post. Il gesto assurdo – ma lucido, ponderato e organizzato, come tutti gli atti di terrorismo; non si tenti la carta della follia – di Traini ha il portato rivelatorio di sentimenti pessimi che ancora vivono fra di noi. E che forse con troppa fretta e superficialità abbiamo dato per scomparsi, come si può pensare spenta una brace solamente perché la cenere ce ne preclude la vista.

Precisazione inutile, quanto preventiva. «E della giovane fatta a pezzi da quel negro non dici nulla?». Quanto successo mi addolora. Il crimine di cui è stata vittima Pamela Mastropietro è assoluto; chi l’ha commesso deve essere assicurato alla giustizia e punito come questa prescriverà. Le indagini e gli accertamenti ci diranno se è stato Oseghale, peraltro già in carcere, e a fare cosa, e quanto dovrà pagare per quel che si accerterà abbia fatto. Ma in tutti casi, lui o altri che siano stati, a commettere quel delitto è stato un uomo, non una «razza», un colore di pelle, una nazionalità; le persone colpite in strada a Macerata non c’entrano nulla con quel delitto, che ha una dimensione esclusivamente criminale, e non sono in nessun modo corresponsabili. Al contrario, se non riusciamo a elaborare un concetto migliore di quello sintetizzabile in uno squallido «se non ci fossero stati, non sarebbero stati colpiti», allora noi abbiamo delle responsabilità per quanto ha fatto Traini, per le sue implicazioni di carattere ideologico e culturale.

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E noi, quanto siamo complici?

Ha destato scandalo il brevetto d’un braccialetto elettronico pensato dalla Amazon  per, dicono, aiutare i dipendenti a trovare con più rapidità la merce sugli scaffali e, è lecito pensare, controllare ancor meglio i lavori già continuamente sotto lo sguardo vigile e attento di qualche capo reparto in un ambiente fatto apposta per essere sotto stretta e ininterrotta sorveglianza.

La possibilità di sapere cosa stiano facendo e dove si trovino i propri dipendenti in ogni momento della loro giornata lavorativa è il sogno d’ogni «MegaPresidente Galattico, Duca Conte, Lup. Man., Gran Ladr., Farabut., Multinaz., Figl. di Putt.» che si rispetti. E volendo qualcosa di meno impegnativo delle pellicole di Neri Parente, si potrebbero sfogliare le pagine che Michel Foucault dedica al processo di creazione dei «corpi docili» attraverso la continua osservazione, a cui è funzionale un’istituzione perennemente osservante, come il Panopticon ideato da Jeremy Bentham. E qui, infatti, non è tanto il controllo a destare stupore, che già, come dicevo, lì c’è ed è invasivo. Così come poco tempo lasciano le osservazioni degli stessi governanti che all’uso della tecnologia per il controllo a distanza hanno aperto, seppur sui soli strumenti di lavoro (come un braccialetto elettronico pensato, a parole, per aiutare nei normali compiti il dipendente), mentre nulla si ricorda da loro detto quando un’azienda partecipata dallo Stato che rappresentano pensò all’inserimento dei un chip direttamente nelle scarpe dei lavoratori (per la sicurezza, è ovvio). No, qui c’è altro: la società di uno degli uomini più ricchi al mondo cerca un modo per risparmiare ancora sul costo del lavoro. E dopo aver impiegato i robot nel processo produttivo, robotizza direttamente gli umani che vi sono rimasti all’interno. Per questo, la mia domanda: quando compriamo qualcosa su Amazon, i soldi che risparmiamo, a chi li togliamo, chi stiamo arricchendo e chi impoverendo in quella transazione? Quale voce viene compressa, e in che modi, per consentirci di comprare quel che vogliamo a quanto possiamo? Come viene garantito il nostro risparmio di tempo?

In una frase, quanto siamo complici noi di quello che accade? Al tribunale della storia e alla voce della coscienza, cosa risponderemo? «Io cercavo solo di spendere meno»? Non credo basti più, non credo potremo – possiamo – dirci assolti, se di tutto quello che accade abbiamo piena contezza. No, il problema è più complicato. E per quanto potrebbe essere vero, non è sufficiente dire «se anche io smettessi di comprare in internet, non migliorerei la condizione generale», perché qui non sto parlando di quella, non sto chiedendo cosa possiamo fare tutti insieme per correggere queste storture. Mi sto interrogando su cosa possa fare io, «quel singolo» in senso kierkegaardiano, per non essere connivente e per non contribuire a un sistema di sfruttamento ai limiti (quando non direttamente oltre) del tollerabile.

Pure mettendo in conto che non sappia trovare la risposta adeguata, ovviamente.

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La forma e i fatti

«Per la commissione elettorale della Corte d’Appello di Milano un conto è infatti l’allegazione, cioè che la lista “Noi con l’Italia” abbia indicato nel modulo di essere in coalizione con il centrodestra; altro conto è la documentazione di quella allegazione, e cioè la dichiarazione (dai giudici ritenuta mancante) di apparentamento della lista alla coalizione, da cui discendeva l’importante beneficio per la lista apparentata di poter fare a meno della sempre ardua raccolta di firme. I rappresentanti delle liste ribattono che in realtà quella dichiarazione esiste e la Corte avrebbe potuto ritrovarla in cancelleria in un altro fascicolo, perché in effetti a depositarla per tutte le componenti è stata (come intesa tra i partiti) la “capofila” lista di Forza Italia. Ma dai giudici non è esigibile un autonomo potere di integrazione. Controreplica dei partiti: sarebbe bastato avvisarci e farci integrare le carte. E poi — insistono — perché (a parità di modalità di deposito) in tutta Italia le candidature sono state accettate, e la medesima Corte milanese ha dato l’ok alle circoscrizioni Lombardia 2 e 3?». Così il riassunto, senza fronzoli e chiaro, che della vicenda, poi risoltasi al meglio per gli interessati, delle candidature alla Camera del centrodestra a rischio di esclusione nella circoscrizione Lombardia 1 ne fa l’ottimo Luigi Ferrarioli, per Il Corriere della Sera in edicola ieri.

Chiariamoci, se tutti i candidati di centrodestra e le liste che li contengono, non solo il Lombardia, dovessero sparire, non me ne dorrei affatto. Detto questo, è curioso che, per un allegato mancante in una pratica, ma della cui sostanza c’era già esplicita traccia in un altro fascicolo riguardante la medesima procedura, si possa, direttamente, cassare l’intero procedimento, annullando una lista di candidati e, in concreto, rendendo impossibile l’espressione di un diritto all’elettorato passivo e attivo per un certo numero di cittadini. Per fortuna degli interessati, il pericolo è poi rientrato presto, ma rimane, tutto e intatto, il tema. E guardate che non la pensavo diversamente quando alcune giunte di centrosinistra sono state a rischio per errori formali legati alla raccolta delle firme o alla presentazione dei fascicoli, né lo penserei se riguardasse un’amministrazione grillina. Perché un conto è evitare il dolo, e se lo si riscontra, punirlo; altro è legare l’esercizio effettivo della democrazia a dettagli formali perfettamente sanabili. Davvero non era possibile chiedere subito, all’atto della consegna delle liste, un’integrazione di documenti? O approvare comunque le candidature, dato che la dichiarazione di apparentamento era già riscontrabile in altri documenti e che, in ogni caso, da altre parti è stato fatto? Realmente la mancanza nella forma, cioè il rigoroso e spesso ridondante rispetto di un iter, può, pur solo in ipotesi, negare il compiersi del fatto, vale a dire l’espressione del consenso attraverso il voto?

Perché di questo stiamo parlando, di democrazia e del suo funzionamento. Tra quanti hanno rischiato l’esclusione, ho letto i nomi, per non parlare dell’intera lista di Noi per l’Italia e solo per fare due esempi noti, di Valentina Aprea e di Michela Vittoria Brambilla. Ora, se entrambe non facessero mai più parte della vita pubblica e politica di questo Paese, non sarei certo io a darmi cruccio. Ma è possibile, così, in astratto, che qualcuno, al contrario, si riconosca nella visione e nelle proposte della prima sul sistema educativo o nelle idee della seconda su (su cos’era? Ah, sì, che sbadato) animali da compagnia e altri dettagli; negando a queste di partecipare alle urne per, ripeto, questioni banali e rimediabili, non si sarebbe precluso a quelli, se mai ci fossero, la possibilità di votarle e di essere, in quel voto, rappresentati?

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Non vedo la notizia nelle dichiarazioni di Prodi

Sarà perché non ho mai pensato che potesse dire qualcosa di diverso da quello che ha detto, ma non ho mai messo in dubbio che Prodi potesse votare per il Pd, comunque e in ogni caso. Così come non trovo strane le sue parole sulle liste di Liberi e Uguali: dal suo punto di vista, l’unico voto utile è quello al partito di Renzi, e la sola possibilità di fare il centrosinistra che lui ha in mente è con quel partito. Dopotutto, molti fra quelli che animano le forze guidate in questa competizione da Grasso, di fare il centrosinistra col Pd non ne hanno affatto voglia. Insomma, Prodi, parlando, certifica l’ovvio.

Certo, ci sarebbe da obiettare alle parole dell’ex presidente dell’Iri che per trovare lo spirito di quel centrosinistra che negli anni a lui è capitato di guidare ci sarebbe bisogno di una di quelle sedute intorno a un tavolino a tre gambe, ma questa è un’altra storia (e non so perché mi sia venuta quest’immagine in mente. A proposito, visto che nei mesi successivi alle elezioni saremo precisamente nei giorni del quarantesimo anniversario da quel tragico epilogo, sarebbe carino se non evocaste, per l’accordo che con buone probabilità ricercherete, la necessità del «compromesso storico»). Inoltre, sappiamo anche quale idea abbiano gli attuali dirigenti del Pd dell’ultimo centrosinistra guidato dal professore; evidentemente, a lui piace il giudizio che ne danno quelli che sostiene. Un po’ come le minoranze interne che parlano di offesa, alla propria intelligenza e non solo, però rimangono lì, ventre a terra per dare braccia alle mani che li schiaffeggeranno. De gustibus non est disputandum, su quelli di Prodi come su quelli dei vari Orlando, Letta, Cuperlo, e continuate voi l’elenco.

Prodi, e non solo lui, pensa che si possa fare il centrosinistra con chi ha voluto e votato il  Jobs Act, la Buona Scuola, le trivelle libere, la tentata riforma della Costituzione «a colpi di maggioranza» (parlamentare, s’intende), una legge elettorale se possibile peggiore di quella che abbiamo ora, l’abolizione dell’Imu sulla prima casa per tutti, l’innalzamento dei limiti per l’uso del contante, la riforma delle banche popolari così com’è stata pensata, la politica dei bonus, le alleanze spericolate, la negazione della residenza e il taglio delle utenze per gli occupanti senza titolo di immobili vuoti, eccetera, eccetera, eccetera. Altri ancora no, e io fra questi.

Ma c’è un però che distingue me da alcuni di quelli a cui il leader della passata Unione si riferiva. Ed è che mentre questi ora parlano di voler fare cose che condivido, in molti fra loro ieri facevano le cose che contesto e che ho elencato. E seppure oggi la musica che suonano mi pare buona, non posso scordare quali musicisti tengono in mano gli strumenti. Un po’, provo la stessa diffidenza che provavano i fedeli verso il campanaro nella poesia di Trilussa.

Quale poesia? Si chiama La campana della chiesa, e recita così: «Che sôno a fa’? – diceva una Campana. -/ Da un po’ de tempo in qua, c’è tanta gente/ che invece d’entrà drento s’allontana./ Anticamente, appena davo un tocco/ la Chiesa era già piena;/ ma adesso ho voja a fa’ la canoffiena/ pe’ chiamà li cristiani cór patocco!/ Se l’omo che me sente nun me crede/ che diavolo dirà Dommineddio?/ Dirà ch’er sôno mio/ nun è più bono a risvejà la fede. -/ No, la raggione te la spiego io:/ je disse un angeletto/ che stava in pizzo ar tetto -/ nun dipenne da te che nun sei bona,/ ma dipenne dall’anima cristiana/ che nun se fida più de la Campana/ perché conosce quello che la sona…».

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Cos’è per voi «partecipazione»?

Giornalisti, commentatori, opinionisti, per non parlare degli esponenti delle forze politiche, specialmente quelli candidati in prima persona, da settimane paiono attenti a un tema che spesso, i cinici potrebbero dire «quando faceva loro comodo», hanno ignorato: l’astensionismo. Bene, signori, avete ragione; ma, secondo me, arrivate tardi. Soprattutto, chiedete qualcosa di diverso da quello che le vostre parole lasciano intendere. Provo a spiegarmi meglio.

A leggere quello che scrivete e ad ascoltare quanto dite, parrebbe che siate tutti tesi nel tentativo di favorire la più ampia partecipazione popolare al farsi della politica, sintetizzata attraverso il darsi dei voti nelle urne. Perfetto; qui credo stia il problema. Perché voi, mie care firme dei giornali migliori e voci dei partiti maggiori, non volete affatto che i molti prendano parte alla politica. Al massimo, vi interessa che le masse vadano a votare (meglio se per la vostra parte o quella in cui vi riconoscete, ça va sans dire) e poi si facciano da parte per i cinque anni a seguire, lasciando i manovratori indisturbati. Partecipare, invece, è dire costantemente la propria, esigere un dialogo, un confronto, intervenire nel dibattito e nel discorso pubblico. È una comunità che non vuole che una ferrovia, un gasdotto o una trivella passi nel proprio territorio, un’associazione di docenti che vuol prendere la parola quando si parla di riforma della scuola, un sindacato che vuole essere ascoltato per più di mezz’ora mentre si decide sulle sorti della categoria che rappresenta. Tutto questo, voi non lo volete. Perché chiedete «partecipazione», allora?

E sarebbe facile dire che identico afflato e passione negli appelli al recarsi ai seggi, dalle medesime cattedre e dagli stessi pulpiti, non l’ho ascoltato sempre. Era legittimo ignorare all’epoca gli astenuti, è lecito che altri oggi vogliano astenersi rimanendo ignorati, come prima che questa decisione prendessero, e per anni, lo sono stati, se non, le volte che han provato a esserci, direttamente trattati con fastidio e supponenza.

Volevate esser solo voi, i «competenti», a far quel che andava fatto; accomodatevi.

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Domani non ci sarà una storia diversa

Scrive Piero Ignazi, ieri, su La Repubblica, che «durante la segreteria Renzi si è assistito a uno stillicidio di fuoriuscite, individuali e collettive. Questa emorragia di quadri dirigenti e intermedi, nonché di iscritti ( il partito è al minimo storico), avrà forse impoverito il Pd di voci diverse ma ha consentito al leader di aumentare la propria supremazia. I risultati si sono visti già l’anno scorso quando Renzi ha avviato un congresso-lampo a suo uso e consumo senza che l’opposizione interna alzasse la voce. Poi, una volta stravinte le primarie grazie anche a candidature alternative inconsistenti, ha ridotto al minimo la presenza delle opposizioni in direzione. E ora, forte di una maggioranza bulgara negli organi dirigenti, ha potuto giostrare le candidature […] la vita del Pd è ridotta all’approvazione plaudente delle relazioni-fiume del segretario, senza uno straccio di dibattito. Il culto del capo ha infettato il corpo di un partito un tempo plurale, articolato e dialettico. Alla fine il PdR (partito di Renzi) è nato davvero. Con un po’ di ritardo rispetto alla tabella di marcia — la vittoria nel referendum doveva dar vita al big bang — e senza grandi proclami, il progetto è arrivato in porto. La confezione delle liste ha dimostrato il dominio assoluto di cui gode oggi il segretario del Pd. Non solo: ha posto le basi per il mantenimento di tale dominio. Qualunque cosa accada alle elezioni, sia che vinca sia che perda — l’asticella è posta al 25,6%, risultato delle ultime elezioni — Renzi avrà il controllo di almeno tre quarti dei parlamentari. Grazie a una falange così compatta potrà manovrare a piacimento su ogni terreno in Parlamento, dal sostegno a un governo del presidente/tecnico/delle astensioni, ad accordi con ogni altra forza politica. Quando si dominano a tal punto il gruppo parlamentare e gli organi di partito, un leader volitivo qual è Renzi può agire con la massima libertà».

La lunga citazione del politologo emiliano è una buona fotografia dello stato dei fatti della vita interna al Nazareno e delle prospettive che da questo derivano. Mi ha molto colpito la scelta di Cuperlo, politico e galantuomo d’altri tempi, che pur di non acconciarsi a prendere un posto non suo, ha deciso di non candidarsi affatto, per rispetto degli elettori del collegio in cui avrebbe dovuto essere inserito. Gesto nobile, che però a quegli elettori non ha portato alcun riconoscimento, diciamo così, territoriale, visto che in men che non si dica, la casella lasciata libera da lui è stata occupata da un altro candidato da Roma, il viceministro uscente Claudio De Vincenti. Sono stato invece letteralmente impressionato dalle parole con cui un altro candidato in pectore, Peppe Provenzano, ha rinunciato al posto definito sicuro, subito dietro la figlia d’arte Daniela Cardinale, parlando, durante i lavori della direzione democratica, di «ereditarietà delle cariche pubbliche» quale «residuo di feudalità». Addirittura allibito, invece, mi hanno lasciato le frasi di Ugo Sposetti, senatore uscente del Pd, che ha definito Renzi «un delinquente seriale», come racconta Goffredo De Marchis per La Repubblica di domenica scorsa. La cosa curiosa è che tutti loro, nessuno escluso, dicono che si impegneranno per il Pd. Io per considerazioni in fin dei conti molto più lusinghiere, da quel partito me ne sono andato; loro, no. E dunque, le parole di Ignazi: «Qualunque cosa accada alle elezioni», si ricordava più sopra, «Renzi avrà il controllo di almeno tre quarti dei parlamentari. Grazie a una falange così compatta potrà manovrare a piacimento su ogni terreno in Parlamento». Poi non dite che non lo sapevate.

Anche perché, insomma, la questione non è diversa da quello che si è già visto. Avete presente le Europee 2014? Bene, pure in quella circostanza, in molti votarono perché quello era il loro partito. Solo che, a voti contati e 40% ottenuto, Renzi spiegò a tutti che quello era il consenso per lui, per fare le cose che lui voleva che si facessero: e quindi, Jobs Act, Buona Scuola, riforma della Costituzione, Italicum, eccetera, eccetera, eccetera, furono imposti a colpi di voti in direzione persino a quei (pochi) parlamentari (a parole) riottosi.

E io non immagino una storia diversa domani.

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E l’intendenza non seguì

Uno dei motti più noti attribuiti a Napoleone Bonaparte (ben prima di De Gaulle), l’intendence suivra – l’intendenza seguirà – nasce quale forma di incoraggiamento per quegli alti ufficiali tentati dal frenarsi nelle imprese a causa delle difficoltà logistiche che sempre, in ogni operazione, ci sono. È un soffio di audacia, se vogliamo, un incitamento. O meglio, era.

Nella tradizione successiva, infatti, quella frase ha assunto caratteri, per così dire, più arroganti, divenendo la rassicurazione per ogni dirigente di qualsivoglia struttura sul fatto che, alla fine e comunque, i suoi sottoposti avrebbero dato corso alle sue decisioni. I partiti e le organizzazioni politiche più varie, in questo, non han fatto eccezione. Fino a scoprire che alcune scelte, per loro stessa natura, avevano compromesso tutte le ragioni e le possibilità per cui la facezia napoleonica, se mi passate la semplificazione, fosse ancora foriera di risvolti e conseguenze pratiche.

Dismessi i complessi ideologici e fatte fuori le meccaniche di trasmissione dei corpi sociali, quello che è rimasto è stato il personalismo dei protagonisti della politique politicienne immerso nell’assolutamente inconcludente fluidità di forme politiche in libera uscita. Di più, neanche i meccanismi triviali della coartazione del consenso paiono più funzionare, seppur con le dovute rarità ancora capaci di farlo, per la semplice ed evidente ragione che sono venute meno le potenziali elargizioni da mettere sul piatto delle offerte in cambio del fatidico segno sulla scheda.

Quindi, nel bene e nel male, l’intendenza ha smesso di seguire. Anzi, ha smesso del tutto di esserci un’intendenza, se si guarda al mondo politico. Tra leader che non sono tali, altrimenti non cercherebbero in germanofone valli alpine quell’elezione che il collegio dove il sì da sempre suona dovrebbe invece tributare, e aspiranti tali che a modelli di simil fatta guardano, giustamente gli altri, molti altri, ascoltano i proclami dati col piglio dell’ordine nell’accorato pathos del comando, e con un sorriso, alzano le spalle e girano sui tacchi voltandosi verso differenti occupazioni.

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Se davvero la globalizzazione finisse d’un colpo, potremmo non saper cosa metterci

Cercata o meno che sia, la coincidenza per cui, nei giorni dell’appuntamento annuale di Davos, dove un Clinton folgorato sulla terza via del mercato di libero scambio aprì le danze della globalizzazione politica a guida statunitense, gli unici comunisti rimasti al mondo difendano il valore intrinseco del Wto e il successore alla Casa Bianca lo metta radicalmente in discussione, con dazi e minacce protezionistiche, è di sicuro interessante e curiosa. Detto ciò, potrebbe non essere da ridere lo scenario in cui ci si muove.

Se col mio titolo ho lasciato correre la suggestione di un’ipotetica accolita di radical chic pronti a contestare la globalizzazione quanto spaventarsi della sua possibile fine, la fermo subito: non parlavo dei figli della sinistra da quartieri eleganti. Quelli, cosa, e dove, mettersi lo sanno sempre. Parlavo di tutti gli altri, quanti nei prodotti a basso costo e nei servizi smart hanno trovato una – ingannevole – risposta ai loro redditi bassi e fermi. Perché se si bloccasse ora e di colpo quel processo (in un’ipotesi e con una tempistica francamente impensabili, va detto) a mancare sarebbero le cose appannaggio delle fasce medio/basse della popolazione. Per giunta, il tutto non in ragione di una maggiore attenzione alle esigenze del mondo e delle genti che lo abitano, come chiedeva all’inizio dell’unificazione planetaria del mercato quel movimento a cui un potere non diverso da quello che oggi ne scopre i limiti spezzò e le reni sul nascere, e non solo figurativamente, ma di una mera tutela delle disuguaglianze in virtù di quella stessa globalizzazione determinatesi.

Mancando del tutto l’afflato da moto contestatario, dato che al massimo, se di cambiamento radicale di prospettiva si può parlare, lo si deve fare nei termini della gramsciana tesi della «rivoluzione passiva», l’idea che ora Trump incarna è l’esatto contrario di quello per cui, dalle manifestazioni del ’99 a Seattle in poi, il movimento altromondista s’è battuto. Seppure, uno degli obiettivi immediati, porre un freno al regime di libero scambio, appunto, potrebbe coincidere.

In fin dei conti, il presidente Usa non fa altro che provare a tradurre uno dei suoi slogan, quell’America first che tanto deve aver convinto il suo elettorato, a giudicare dal verdetto delle urne. E quel motto non chiedeva affatto un diverso mondo possibile, fatto di rispetto fra gli uomini, di tutela della natura, di giustizia per tutti. Al contrario; la sua è la volontà di riaffermare per la propria parte, e credo che anche «razza» potrebbe esser termine adeguato alla questione da quel punto di vista, la supremazia su tutto il resto.

Con buona pace delle lavatrici che i suoi elettori non potranno più permettersi, ovviamente.

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Consideriamo quel che ancora è

«La colpa di questa canzone non è mia. La colpa è di quelli che fanno sì che questa canzone sia ancora attuale e debba ancora essere cantata». Così Francesco Guccini, in un concerto di qualche anno fa, annunciava la sua Canzone del bambino nel vento, Auschwitz, con il nome con cui poi è passata nella cultura collettiva. E purtroppo, aveva terribilmente ragione.

Tra assurde difese della razza a soli ottant’anni dalla proclamazione di quell’orribile crimine delle leggi razziali e polemiche incredibili persino sulla nomina a senatrice a vita di una sopravvissuta all’olocausto, viviamo costantemente il rischio che quella stagione che con oggi si vuole ricordare tutta nella sua drammaticità non sia ancora passata. E non lo è, purtroppo, nemmeno nei fatti, se tuttora esistono luoghi a due passi da qui dove esseri umani vengono torturati e uccisi, senza che la notizia salti nelle prime pagine dei giornali, mentre lo sarebbe quella che li vedesse sbarcare vivi alle soglie delle nostre tiepide case.

Perché è a questo che serve la memoria: a considerare quel che ancora è alla luce di ciò che è stato e potrebbe essere di nuovo. È non facendo quell’esercizio che, davvero, ci si potrebbe sfasciare la casa, la malattia vincerci e i figli distorcere il viso da noi, con le parole del monito di Primo Levi. Ché non credo fossero minaccia, ma precisa descrizione di quel che può accadere a chi scorda quanto accaduto, ritrovandosi poi un giorno a doverlo rivivere, tutto e intero, sulla sua pelle e nella propria vita.

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