La terra trema ancora, nel ricordo di chi l’ha vissuto

La notte che verrà, saranno dieci anni dal terremoto dell’Aquila. Ricordo la mattina di quel giorno, quando un caro amico con cui lavoravo al tempo mi lesse il titolo di una notizia a proposito di quella tragedia: «Onna non c’è più». Un brivido, immagino, percorse a entrambi la schiena nel momento stesso in cui il dittongo accentato dell’avverbio monosillabo si spense nelle sue parole.

Il brivido per il dolore sentito, certo. Ma anche il brivido della memoria. Non potevano, tutti e due, non ricordare quei dannati 90 secondi, riandare con la mente alle immagini poi viste di Castelnuovo di Conza, pensare a quella chiesa a Balvano. È così: sarà perché il primo evento che so collocare precisamente nello spazio e nel tempo della mia vita mi rimanda al 23 novembre del 1980, alla mia cucina e al tavolo da pranzo che mio padre pensava muovessi da sotto, mentre io ero lontano a giocare vicino mamma e il lavandino, a quelle scale scese in braccio a lui, a una coperta verde sul sedile di un’Opel Kadett C coupé per scacciare il freddo di quella notte da trascorrere fuori casa, ma i terremoti mi coinvolgono sempre. Tanto. Come la tristezza per ricostruzioni troppo lunghe.

Anche qui, credo che c’entri l’aver avuto i container per molto tempo nell’orizzonte e nel paesaggio della propria regione, però, quando penso a un sisma, penso pure all’infinita teoria di giorni che si susseguiranno prima che chi l’ha persa possa ritornare a chiamare pienamente «casa» lo spazio che accoglie il suo sonno e il suo risveglio.

Fratelli abruzzesi, sono con voi. Lo ero quando la terra tremava, lo sono stato quando un posto in cui vivere al sicuro era l’unica cosa che desideravate, lo sono se possibile ancora di più in questo giorno, in cui avrete l’insopportabile impressione di essere attorniati da gente che dice «ti capisco» senza sapere nulla di quanto avete dovuto sopportare.

Soprattutto se sono gli stessi che avrebbero potuto darvi una mano.

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Io mi vergogno

Ragioneremo ancora e altre volte dei problemi sociali nelle periferie. Tante ancora diremo che una società allo stremo può cadere in comportamenti diversamente impensabili. Spiegheremo in più occasioni di quanto sia facile credere nel nemico indicato da una narrazione aggressiva ed eleggerlo a capro espiatorio e ragione unica per il proprio malessere. Però in me, per quello che vedo e che sento, cresce un incontenibile senso di turbamento.

Dov’è la «città maestra di accoglienza e integrazione» di cui pochi giorni fa parlava il Papa in Campidoglio? Quale diavolo di assalto stavano respingendo, da quale stramaledetto «piede straniero sopra il cuore» si stavano liberando i residenti di Torre Maura scesi a centinaia in piazza, e con tanto furore da costringere immediatamente l’amministrazione di Roma a cambiare le proprie decisioni? Davvero una sessantina di persone, per la metà bambini, rappresentano un pericolo così alto da auspicare loro la morte per inedia, calpestando — e non diteli poveri, quei calpestatori; i poveri, quelli veri, quelli della mia schiatta, il pane non lo calpesterebbero mai — il poco pane che doveva sfamarli? Di tutto questo, io mi vergogno.

E non c’entra il colore politico del governo. O meglio, non è solo quello il problema. Se domani Salvini sparisse, sparirebbero con lui anche i sentimenti vomitati in strada da quelle persone in una periferia capitolina? E non è forse vero che simili episodi li abbiamo già visti, in quella stessa città e in altre? Non sono forse tali sommovimenti sempre presenti l’humus di cui i Salvini di tutto il mondo e di ogni epoca si nutrono e nei quali crescono, e non questi ultimi gli untori malati in una società altrimenti sana?

Per tutto questo, provo dolore. E paura.

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Non “nostri” e “loro”; solo capitalisti interessati agli utili

La Nutella compra i biscotti Murray, e così, oltre che per la colazione, siamo a posto pure per l’ora del tè. Battute a parte, la Ferrero mette a segno un altro colpo nella sua politica di acquisizione di ogni cosa di dolce da mettere sotto i denti, comprando alcuni marchi della Kellogg’s molto noti nel Nord America, quali, oltre ai Murray citati, Keebler, Famous Amos e Stretch Island. Auguri.

No, davvero: auguri. Cos’altro potrei dire? Soprattutto, come può interessarmi sapere di chi sia la proprietà di quel particolare biscotto che non compro o di quella crema alla nocciola che non mangio? Cambia qualcosa se il padrone del dolce vapore, con o senza olio di palma, abiti a Battle Creek, nel Michigan, o ad Alba, nella provincia in cui vivo? Per me no. Per i tanti che si dilungano in festeggiamenti per il risultato dell’italico brand evidentemente sì. Chiariamoci: Ferrero fa il suo mestiere. In modo non diverso da quello che fanno i vari Nestlé, Edison o ChemChina. Sono società di capitali che perseguono i propri interessi, tutto qui. Legittimamente, per carità, ma non per questo mi sento in dovere di fare il tifo a seconda della bandierina che, di volta in volta, scelgono di apporre sulla propria sede legale.

Già, scelgono di apporre. Per quanto tempo avete sentito la storia del «compro Fiat perché è italiana»? Appunto. Oggi, Ferrero ha ancora sede legale nella Granda, e qui, nei suoi stabilimenti cuneesi, occupa, e bene, migliaia di persone; sono contento, lo dico convintamente e senza ironia alcuna. Fino a quando? E se fosse acquisita da un gruppo di Sapporo, ma continuasse a produrre in tutte le sue sedi con gli stessi numeri, e magari più occupati e meglio retribuiti, dovrei solamente per la diversa nazionalità d’elezione del gruppo industriale dolermene?

E perché?

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Non è vero che le nuove generazioni non abbiamo ideali

Nelle passate settimane, due fatti hanno un po’ smontato la retorica che vuole le nuove generazioni totalmente assenti sul piano degli ideali forti o, in seconda istanza, al massimo interessate alla difesa dei diritti civili e dei temi senza alcuna rilevanza per l’esistenza pratica delle persone (quasi che un diritto negato o l’ambiente avvelenato non avessero ripercussioni sugli esseri umani). In ordine sparso, nel solo mese di marzo scorso abbiamo avuto la manifestazione, in gran parte piena di ragazze e ragazzi, contro gli oscurantisti del World Congress of Families, quella milanese, anche qui giovanile per la maggior parte, contro il razzismo e per l’accoglienza, gli Youth for Climate e la notizia della scomparsa di Lorenzo Orsetti, giovane anarchico italiano morto combattendo contro l’Isis a fianco delle milizie curde dell’Ypg.

Proprio Orsetti incarna al meglio il contrasto nei fatti alla narrazione trionfante. Un certo discorso egemonico racconta i giovani di oggi totalmente alieni dai grandi ideali. Per questi, al contrario e ben lungi da quanto quei narratori sarebbero capaci di fare, il giovane Lorenzo si è arruolato, ha combattuto ed è morto. Come gli anarchici, i comunisti e persino i fascisti – ovviamente, con tutte le differenze dei diversi casi – che negli anni trenta partivano per la guerra civile spagnola. Stendendo un pietoso velo sulla volgare oratoria che qui s’è adagiata sulla commemorazione del martire per la libertà, che se fosse rientrato sulle sue gambe, gli stessi, avrebbero voluto alla sbarra insieme ai suoi compagni torinesi, la sua vita dimostra che non è vero che i nati tra la fine e l’inizio di questo nuovo millennio non abbiano ideali per i quali combattere e morire: è che non sono i vostri.

Si può certo discutere se siano quelli migliori e più giusti per cui spendersi, ma è una pratica oziosa. Soprattutto perché, a dire oggi che non ci sono più visioni di mondo utili per dare tutto quello che si ha, sono quelli che mai nulla hanno dato per quelle che dicono loro, quelli che mentre il Sessantotto passava sotto le loro finestre, contavano «i denti ai francobolli», che denunciano i limiti della globalizzazione, ma erano dieto i manganelli a Genova, o almeno non li ricordo davanti, che pure su quei diritti civili che fa fine e non impegna lo spendersi, non li si è mai visti, perché proprio non volevano farsi vedere lì, insieme a «gay, mangiapreti e libertini».

Insomma, i buoni borghesi che stanno al balcone credendosi assolti perché nel giusto.

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Sono i colossi del web i nuovi poteri forti. E sono loro i più contrari alla direttiva Ue sul copyright

Scrive giustamente Daniele Manca sul Corriere della Sera del 27 marzo scorso, a proposito della direttiva Ue sul copyright: «Ancora una volta l’Europa ha dato prova di essere il luogo dove prevale il confronto. Di queste nuove norme si dibatte da oltre due anni. I parlamentari hanno preso la decisione nonostante una massiccia campagna di pressione da parte dei big dell’alta tecnologia. Google – che ancora ieri si è detto assolutamente contrario alla direttiva –, Facebook e in generale tutti i colossi del web non hanno esitato a utilizzare qualsiasi mezzo, persino loro social web come Youtube, per orientare l’opinione pubblica. E questo nonostante la direttiva affermi un principio quasi scontato: il lavoro si paga. Va riconosciuto un compenso a chi produce video, articoli, film, canzoni, postati su grandi piattaforme di distribuzione digitale, se le medesime piattaforme ne ricevono un ritorno economico. È per questo che enciclopedie online del tipo di Wikipedia sono assolutamente ed esplicitamente escluse dalla direttiva. Non solo, per start up e piccole società sono previste misure meno stringenti».

Curiosamente, invece, i sedicenti paladini del popolo contro i soprusi dei poteri forti, si sono schierati dalla parte di questi ultimi, nella difesa degli interessi dei primi. Google è il marchio che oggi vale di più al mondo, Facebook ha reso il suo fondatore il quinto uomo più ricco del pianeta ed entrambe quelle società hanno una potenza di fuoco pressoché illimitata nell’orientamento dell’opinione pubblica e, di conseguenza e prima, di quella di chi detiene la responsabilità delle leve del potere politico. Rispetto a questi giganti del complesso economico e industriale, il Parlamento eletto dai cittadini dell’Unione europea approva una direttiva dopo un lavoro di mediazione e confronto e che dovrà passare al vaglio dello strumento di concertazione della politica comune dell’Unione da parte degli Stati che ne fatto parte, il Consiglio europeo, per dire a quelle società che, se vogliono far soldi con le produzioni intellettuali degli altri, almeno riconoscano qualcosa a chi le ha realizzate. Insomma, la democrazia vera a sostegno dei diritti di chi lavora.

I contestatari allo scoglio e i sovranisti in cassoeula nostrani nell’emiciclo di Bruxelles hanno votato contro, dimostrando che alla fine, della democrazia, interessa loro giusto quanto basta a potere dire «popolo» ogni volta che parlano, e della lotta ai privilegi e allo sfruttamento ancora meno. Dopotutto, è così che fanno i reazionari, in ogni parte del mondo e in ogni epoca della storia. Non poteva quest’angolo di terra e questo momento che stiamo vivendo fare eccezione rispetto al resto.

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Il vostro regno per un dispetto?

Per l’urlo disperato del Riccardo III shakespeariano di comprensione se ne prova tanta. Non per il personaggio in sé, che aveva ottenuto e mantenuto il trono con crudeltà inusitata, ma per quel suo ultimo fiato che implora una via per salvarsi, in fondo, sì. «A horse! A horse! My kingdom for a horse!», altro non è che la ricerca affannosa di un modo per salvarsi la vita, di chi già sa, e così sarà, in procinto di finire. Per i parlamentari inglesi conservatori un po’ meno.

Meno perché a rischio non è la loro vita, e meno perché, insomma, alla fin fine, tutta la loro durezza e purezza che li diceva ostili al piano May perché annacquava la Brexit e rendeva l’U.K. irrimediabilmente legato all’Unione europea, altro non erano che una ripicca nei confronti della premier, un modo come un altro per ottenerne la testa politica e istituzionale. Detta altrimenti, se i Tory MPs dovessero ora, con la promessa di dimissioni dell’inquilina del n. 10 di Downing Street, votare a favore dell’accordo da lei ottenuto con Bruxelles e gli Stati dell’Unione, vorrebbe dire che prima non l’osteggiavano convinti che, così facendo, difendessero l’interesse dei britannici, ma semplicemente per fare a lei un dispetto. Roba che se fosse avvenuta a latitudini differenti immagino toni e temi che avrebbero usato i tabloid della terra di sua maestà.

Chiariamoci, io vorrei che la Brexit fosse annullata domani e non spenderei un penny per il salvataggio politico della May. Ma quello che non comprendo è come potranno i suoi detrattori, che accusavano la premier inglese di aver fatto un accordo a ribasso contro gli interessi della sua nazione, dirsi favorevoli a quello stesso accordo, purché lei si tolga di mezzo.

Era una questione personale o c’entravano, davvero, le sorti del regno?

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Aspettando che glielo dica Godot

L’ho già scritto nel post che precede questo: che il centrodestra abbia vinto in Basilicata, mi dispiace molto. Contemporaneamente, la sconfitta del centrosinistra ci sta tutta, era prevedibile e, in un senso non strettamente amministrativo, auspicabile, per non rendere inamovibili alcune filiere che da un quarto di secolo sono innervate con l’essenza stesse delle istituzioni tra il Vulture e il Pollino. Ma che dovessi anche aggiungerci una certa soddisfazione nel sapere non assisa ai piani alti di Viale Verrastro certa approssimazione di sicuro non me l’aspettavo.

Ha pensato a suggerirmela, in meno di quarantott’ore, lo stesso sconfitto candidato pittelliano Carlo Trerotola. A Giuliano Foschini che lo intervistava per La Repubblica, chiedendogli un’opinione, un’analisi della sconfitta che ha visto il centrosinistra schiantarsi a metà dei voti presi la volta precedente, ha infatti risposto: «Guardate, io di queste cose non me ne intendo. Non so dire se il risultato è stato buono oppure no, davvero non so. Io faccio il farmacista, queste cose me le devono dire gli esperti». Al che, il buon giornalista si sarà stupito, continuando a chiedere. Trerotola, invece, non si è scomposto, proseguendo a rispondere in maniera surreale: «Siamo arrivati secondi, comunque. Mi sembra meglio che terzi». A Foschini saranno venute in mente alcune scene di Amici miei, tanto da chiedere a Trerotola se non lo stesse prendendo in giro. Il buon dottore (e a questo punto non so nemmeno io quanto per celia o per convinzione), rassicurante: «Non mi permetterei mai. Ma non so che altro dire», e di nuovo, «io queste cose non le capisco, io faccio il farmacista». At this point, the defense rests.

Potremmo pure sorridere e archiviare questa cosa tra le facezie d’un giorno strano, però temo che invece siano il sentore di qualcosa di più profondo, e per certi versi epocale. Da tempo viviamo nell’era del candidato qualunque, buono a ogni cosa e pronto a dire, senza arrossire, «io di politica non ne capisco». Diamine, ti sei candidato alla presidenza della Regione, non a gestire un dispensario stagionale; come puoi dire che le questioni politiche non sono mestiere tuo perché tu sei farmacista?

Non so, forse come provocazione dadaista potrebbe avere un suo fascino. Magari, funziona anche se la si legge in chiave naïf. O al limite, con un particolare canone letterario, quasi fosse un personaggio di Svevo. Del teatro Pirandelliano, meglio. Anzi, una figura e una scena brechtiana. Che so, tipo due tizi in una sala conferenze: «Abbiamo perso?». «No, siamo secondi; meglio che terzi, giusto». «Giusto, siamo secondi. E che diciamo, del fatto che ora siamo secondi?». «Aspettiamo che ce lo dica Godot». «Già, è vero».

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Senza «ammucchiate», come le chiamate, non sareste al governo

Il centrodestra ha vinto in Basilicata, e mi dispiace. Molto. La Lega ha preso più del 19 per cento dei consensi, e mi fa male. Tanto. Il centrosinistra ha perso, e succede. Soprattutto, quando sei al potere da un quarto di secolo e, sinceramente, si fatica a capire dove finisca l’istituzione e dove inizino i partiti della maggioranza, o meglio, per dirla col Berlinguer che da quelle parti a molti ancora piace citare, quando quei partiti diventano «macchine di potere», cessando di essere «organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa». Il M5S non vince nemmeno stavolta in un’elezione regionale, e non m’interessa.

Curiosa è invece la reazione di Di Maio. Parlando del candidato alla presidenza della Regione per i pentastellati, Antonio Mattia, il capo politico dei cinquestelle ha detto: «senza le ammucchiate, sarebbe il presidente della Basilicata, in una Regione in cui c’erano impresentabili, porta-voti di tutti i tipi». Ora, per carità, il dire che gli altri son tutti lestofanti e l’unica luce nel Paese è quella che brilla dalle loro stelle, è il core business del movimento che fu grillino. Però a volte ho l’impressione che scappi un po’ la mano. Perché, caro il mio vicepresidente del Consiglio e titolare del dicastero del lavoro e dello sviluppo economico, senza quelle che chiamate «ammucchiate», tu non saresti nemmeno ministro.

Vedete, simpatici pentastellati, a me il centrodestra non piace, in nessuna forma o forza. Però va ricordato che quella è un’alleanza politica chiara e di lunga tradizione. Come lo è quella del centrosinistra, al di là delle opinioni che se ne hanno. Ciò che è alla guida del Paese, al contrario, mette insieme tendenze e aspettative non di rado diametralmente opposte; due formazioni che si sono presentate alle elezioni come alternative l’una all’altra, e che invece, sull’altare dell’esecutivo, convivono d’amore e d’accordo in tutti i provvedimenti che assumono. Fosse capitata una cosa così agli altri, come l’avreste detta?

Per me, l’alleanza tra M5S e Lega è pienamente lecita sul piano politico. Ma non potete dire «ammucchiata» il mettersi insieme degli altri e «contratto per il cambiamento e il bene della nazione» il vostro. Soprattutto se alcuni di quelli di cui parlate condendo le frasi con tanto astioso fiele son pur sempre i vostri partner, quelli a cui approvate ogni cosa, persino le peggiori, e quelli che salvate dai processi per ipotesi di reato gravissime quali il sequestro di persona, voi, che fino a ieri nelle piazze urlavate improperi a chiunque fosse reo anche solo d’aver parcheggiato male la propria autovettura.

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Nero? No, sempre e solo sfumature di grigio

Dice Luciano Canfora a Simonetta Fiori, per La Repubblica di ieri, lunedì 25 marzo: «a livello popolare incolto ha retto per decenni il luogo comune secondo il quale Mussolini era stato artefice di tante cose buone, peccato che avesse fatto la guerra. Mai nessuno che abbia detto: peccato per le leggi razziali. E oggi purtroppo vediamo traccia diffusa di questa rimozione. […] Il dramma di coloro che tornarono dalla colonia perduta finì per nutrire una sorta di revanscismo nostalgico. Ci siamo chiesti perché il Movimento Sociale diventò un partito popolare? E perché ebbe così grande successo l’Uomo Qualunque di Giannini? Nella nostra storia permangono ombre mai messe in chiaro. L’importante è esserne consapevoli».

Leggo le parole dello storico e penso ai versi del poeta. Pasolini, Gli Italiani: «Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai/ da uno dei milioni d’anime della nostra nazione,/ un giudizio netto, interamente indignato:/ irreale è ogni idea, irreale ogni passione,/ di questo popolo ormai dissociato/ da secoli, la cui soave saggezza/ gli serve a vivere, non l’ha mai liberato». La saggezza, quella che sa che il manicheismo non spiega mai nulla di come sono e come vanno in fondo le cose del mondo, e che credere troppo in quel che si pensa rischia di far fuggire via il senno, in noi è diventata custode irata e carceriera crudele. Nelle cose della politica, se possibile, ancor più che nelle altre. In questo andare, il santo precetto del Cristo nel Vangelo di Matteo (5, 37) sul parlare per sì e per no definiti e definibili, non solo non viene portato alle sue estreme conseguenze – e giustamente, aggiungo –, viene accuratamente evitato dai molti «però» e dagli infiniti «ma». E tutto sfuma, tanto che il pericolo non è più nel nero che può ricomparire a ogni svolta della storia, quanto nel grigio che continuamente ne avvolge il suo farsi in questa terra.

Così, la vicenda di Mussolini ha pure lati positivi, e non solo nella fine per le caviglie a piazzale Loreto; il razzismo italiano in patria e nelle colonie c’è e c’è stato, ma meno degli altri; la mafia, certo, è una creazione del Belpaese, e la nostra emigrazione l’ha esportata in tutto il mondo, però, insomma, quelli che arrivano oggi non son migliori e anche loro hanno organizzazioni criminali mica da ridere.

Scivolando pian piano, fin forse ai limiti di cui azzardava il corsaro di Casarsa.

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Per un po’ di pace. O almeno per provarci

«E del criminale che ieri ha quasi ammazzato 50 ragazzini non scrivi niente?», ha scritto in un messaggio a questo blog un anonimo commentatore (a meno che non fosse davvero il personaggio di Star Wars). E che volete che scriva? Raramente commento fatti di cronaca come quello; m’è capitato di farlo per Macerata e per Stoccolma – e le matrici dei due fatti erano di natura diametralmente opposta eppure, in un certo senso, coincidente – e per pochi altri casi. Di solito, invece, cerco appunto di non scriverne.

Perché? Per un personale contributo alla pace. Se non per quella perpetua di kantiana vocazione, almeno per un po’ di tregua qui e ora, o solo per provarci. Sono veramente stanco di quello che vedo accadere, che succeda a Milano o in Nuova Zelanda, davanti a una moschea irachena o durante una maratona nel Massachusetts. E sì, le motivazioni possono essere diverse, ma questa diversità la vediamo solo se ne stiamo lontani, non se si ha paura di morire o se in quegli attentati non si perde qualcuno. Fermiamoci: è una mano di chicken game in cui nessuno sterzerà. E il risultato del conseguente frontale lo conosciamo fin d’ora.

Non riesco a vedere quello che i soloni dell’inevitabilità del conflitto fra etnie predicano da tempo: per un particolare daltonismo, non vedo neri e bianchi, ma solo esseri umani. Che quando muoiono sul marciapiedi d’una capitale europea o nella sabbia d’un deserto d’Africa, d’identico colore arrossano il terreno. Non ha senso, tutto quello che stiamo facendo, l’odio di cui parliamo, la violenza con la quale riempiamo le nostre vite.

Aiutiamoci; nessuno lo farà al posto nostro.

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