La rivoluzione tecnologica e gli orari di lavoro

«Otto ore di lavoro, otto di svago, otto per dormire». Lo slogan è della metà del diciannovesimo secolo, coniato dai lavoratori australiani. E se la diffusione della giornata lavorativa a otto ore è innegabilmente una conquista degli inizi del Novecento, la prima legge che la prevedeva, introducendola a far data dal primo maggio del 1867, fu emanata dallo Stato dell’Illinois nell’anno precedente, il 1866.

Milleottocentosessantasei. L’Italia era ancora in via d’unificazione, la breccia di Porta Pia era ancora di là da venire, i treni sferragliavano mossi dal vapore, l’aviazione era più un mito che una possibilità e le macchine erano appena poco più che arnesi complessi. Eppure, già si pensava di fissare la giornata lavorativa a sole otto ore. Pensate a come e quanto sia cambiato il mondo; la giornata lavorativa, invece, è ancora, per la maggior parte e non di rado nei casi migliori, di quella durata. Ma se alle innovazioni tecnologiche nei processi industriali non si risponde, anche, con la riduzione del tempo di lavoro dei singoli, come altro le si vuole affrontare, per garantire al contempo l’occupazione necessaria a determinare un reddito e la progressiva tensione alla liberazione dell’uomo dalle necessità della produzione?

Di certo non sono idee nuove, e si potrebbe risalire molto nella storia del pensiero per trovare suggestioni e pensieri migliori dei miei. Ma rimane inevaso il tema di fondo da cui muove la mia domanda: perché, se oggi si può fare in molto meno tempo quello che si faceva cento, cinquanta o solo dieci anni fa, perché non si può ridurre, di pari passo, pure il tempo che chiediamo a un lavoratore per garantirsi il necessario a vivere?

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E poi, la neve vien meglio in tv

In questi giorni, articoli e servizi in prima pagina ci hanno spiegato tutto delle «scaldiglie», gli apparecchi che dovrebbero evitare che i binari e gli scambi si congelino quando fa freddo. Abbiamo appreso dettagliatamente e bene il funzionamento e le dinamiche delle masse d’aria dalla Russia o dall’Atlantico. Eravamo quasi in grado, ognuno di noi, di riconoscere il tipo di neve solo dando un’occhiata di passaggio a una foto o sentendone il rumore. Ma non abbiamo saputo, e non sappiamo ora, riconoscere i nostri simili e ascoltarne le voci.

«Calano gli arrivi di migranti in Italia nei primi mesi dell’anno», ci dicono le statistiche. E dove sono andati tutti quelli che stavano per venire qui? Ci dicevano che l’intero continente africano era in procinto di franare sulle coste di Sicilia, e ora non c’è quasi più nessuno che arriva? E dove si fermano? Da chi? O meglio, chi li sta fermando? E come? «Violata la tregua in Siria, nella regione del Ghouta», ci informano i canali istituzionali. E noi non abbiamo niente da dire? Contro quella guerra, nessuno manifesta? Per la pace, a parte il Papa, c’è qualcun altro che si muove? Per quegli uomini disperati, per le donne a cui è sottratta anche la dignità da sciacalli e approfittatori senza scrupoli, per i bambini uccisi dalle armi che qui abbiamo costruito, non abbiamo parole? Per una bambina che piange a dirotto mentre l’orco parla di morte e martirio, non ci è rimasta una carezza?

Quei curdi che osannavamo quando il racconto del giorno li voleva argine all’Isis non li conosciamo più, e il sultano turco usa i carri armati che l’efficienza teutonica produce per schiacciarli. Ma ci ha promesso di farsi lui diga contro i disperati che altrimenti arriverebbero qui, e tutto sommato, è un prezzo accettabile. Soprattutto perché a pagarlo non siamo noi. Non per il momento, almeno. E così è pure per quella che una volta era la Libia e ora a stento sapremmo definirne i confini; non comanda nessuno, ma quelle organizzazioni che non esiteremmo a definire criminali in altri contesti, alla fine fermano «i flussi migratori», e allora, per esser realisti, non si può non cercare con queste un accordo. Ci vergogneremmo, se avessimo la voglia di provare a capire.

Ma poi la neve imbianca i prati sotto i monumenti più belli, e d’un tratto ovunque è magia.

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La differenza in una preposizione, semplice o articolata

Intervistato l’altra sera da Lilli Gruber a Otto e mezzo, su La7, Pieluigi Bersani ha spiegato che si può essere sinistra di governo anche stando all’opposizione. Perché, diceva giustamente, pure da quel ruolo e da quei banchi si possono influenzare i provvedimenti dell’esecutivo, caratterizzarli e farli andare in una determinata direzione o nell’altra. Il tema, appunto, sta nel volerlo fare, nel non volersi arrendere al loro scorrere per i sentieri che qualcun altro ha già tracciato. E nel saperlo fare, ovviamente.

Ma il discorso di Bersani non faceva e non fa una grinza. Strano, semmai, è il suo apparire bizzarro nel panorama del dibattito pubblico attuale. Insomma, dire, come ha fatto l’esponente di Liberi e Uguali, che si può essere di governo anche stando all’opposizione suona paradossale, ma solo a orecchie abituate a confondere quel «di» con un «del», a scambiare la preposizione semplice per la sua articolata. Pensare che solo dalle poltrone del comando si conti e che solo il partito che le esprime può determinare le cose che accadono è il sintomo più chiaro della resa della politica alla sua esclusiva dimensione esecutiva. E di conseguenza, del ridursi della funzione dei partiti alla sola capacità che hanno nel formare o far parte di un governo. Purchessia e qualunque cosa faccia; l’importante è che si sia lì dove quelle cose vengono attuate e fra quelli che le mettono in pratica.

Chiaramente, in questa logica diventata totalitaria e totalizzante, quei pochi che ancora pensano che la politica serva a definire le idee e le elezioni, di conseguenza, a eleggere i rappresentanti che queste possono meglio interpretare e valorizzare, si trovano spiazzati. Per questo può capitare di accogliere con sincero piacere le parole di Bersani e di fare a lui e al movimento di cui è protagonista i migliori auguri, sentiti e non ironici, e, allo stato attuale dei fatti, nulla di più. Sarà per un’altra volta, quando quel tema potrà essere affrontato al meglio e se chi adesso se ne fa portatore non sarà nel frattempo stato tentato dall’ansia di interpretare anch’egli quel «di» come un «del», votato per stare all’opposizione ma vinto dalla seduzione d’esser parte di una maggioranza.

E sulle prossime elezioni, seguendo una prassi che non ha senso applicata all’era del digitale, mi fermo qua. Osserverò un personale “silenzio elettorale”, intimista, quasi. Per la prima volta da un quarto di secolo non ho seguito da vicino la campagna e non starò in attesa di conoscere i frutti che darà. Leggerò i risultati quando ci saranno, li commenterò, certo, cercherò di capirli. Ma da più lontano rispetto alle altre volte, a tutte le altre volte; e di questa per me nuova situazione un po’ mi dispiace, per quanto molto da essa sia incuriosito.

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Devo essermi perso le elezioni. Pazienza

Devono essersi già tenute le elezioni, non c’è altra spiegazione. E devo, evidentemente, essermele perse; pazienza. Come invitava a fare qualcuno qualche tempo fa, me ne farò una ragione. Però, un po’ è curioso che non me ne sia accorto. Insomma, sfoglio almeno un paio di quotidiani al giorno e guardo di sicuro un tg. Ma nulla: non ricordo di aver seguito l’esito degli scrutini, i dati sull’affluenza, i risultati di questi e quelli. Neanche della maratona di Mentana mi sembra d’aver avuto notizia.

Eppure, deve essere così. Perché uno ha inviato la lista dei ministri al Quirinale (credo fosse una prassi specificata in qualche dispensa del suo esame di costituzionale), un altro ha già giurato sulla Costituzione (e sul Vangelo, dicendo che sarà il suo programma di governo; certo, me lo vedo accogliere stranieri e poveri, non scagliar pietre fino a quando non sarà senza peccato, amare il suo prossimo), un terzo è presidente a prescindere (di tutto e da sempre), certi propongono un governo del presidente per cambiare la legge elettorale (magari guidato da quello che proprio questa che abbiamo e che a loro non piace ha imposto con una raffica di voti di fiducia), altri dicono che solo loro sono i capaci e i meritevoli di governare (infatti, hanno già proposto ministri all’istruzione che avevano tanto bisogno di farsene una e al titolare del lavoro in grado di teorizzare il formato a 5, nel senso del calcetto, del currriculum vitae) e certi vogliono dare tutto il potere al popolo (ma non era «ai soviet»?), e così avranno vinto quando vedranno che, appunto, quel loro popolo il potere se l’è tenuto. C’è solo una cosa che non ho capito di queste elezioni: realmente, come sono andate?

Smesso l’abito della celia, rimane il dato. Eravamo abituati a una politica capace di intestarsi i risultati delle votazioni comunque fossero andate. Ma almeno aveva la buona educazione di farlo dopo il responso delle urne. Qui siamo al tema della vittoria di tutti e tutte teorizzato in forma preventiva, quasi cautelativa. Poi chiedetevi perché non genera entusiasmo, né fa proseliti il vostro — troppo spesso esclusivamente formale — appello al voto e alla partecipazione.

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Ma fino a che punto potete chiedere di votare il meno peggio?

Fra i tanti inviti al voto utile, quello fatto da Renzi di certo li ha superati tutti. In un’intervista al quotidiano di Napoli Il Mattino, qualche giorno fa ha detto: «questa è l’occasione per seguire il suggerimento che a suo tempo diede il grande Indro Montanelli: turatevi il naso e votate Pd». Cioè, il segretario di un partito dice che la sua non è proprio una forza politica che sappia di fresca purezza, però, insomma, di meglio non c’è e le altre puzzano di più. Non un bello slogan, diciamo. Ma c’è un di più in tutta questa faccenda del meno peggio, ed è nella domanda che la tesi dei suoi teorici si porta dietro: fino a che punto lo si può scegliere?

Cioè, fino a quale limite è lecito spingersi, se pure gli altri son davvero peggiori, per chiedere il consenso in virtù del relativo esser migliori? Soprattutto, fino a quale confine il singolo riesce a portarsi nell’accettarla? Perché ritengo che il tema della questione non sia da considerarsi nel suo valore generale, quanto nel rapporto fra ciascuno di noi e quello di cui si discute. Rispetto al Pd che citavo all’inizio, negli anni scorsi ho letto critiche più feroci e commenti più cattivi alla sua gestione da parte di quelli che poi ci son rimasti e han continuato a votarlo di quanto io abbia mai pensato o detto, prima di lasciarlo con un giudizio in fin dei conti più lusinghiero di quanto esposto da tanti altri suoi militanti, dirigenti e rappresentanti. Ho sentito ministri parlare di «piccole e mediocri filiere di potere» e «vere e proprie piccole associazioni a delinquere sul territorio» operanti nel partito di cui, ancora, sono esponenti, letto note di parlamentari criticare l’azione del governo sostenuta da quel partito fino al punto di configurare da parte di questo l’adozione di provvedimenti capaci di definire un «diritto diseguale», addirittura un «diritto etnico», salvo poi continuare a votare per quello stesso partito, giovani leve declinare un invito alla candidatura per contestare una quasi sorta di «ereditarietà delle cariche pubbliche», un «residuo di feudalità», ma continuare ad avallare l’una e l’altro col proprio sostegno nell’urna, senza metterlo in discussione nemmeno per ipotesi, neanche per un attimo. Ecco, ripeto, in molto meno ho trovato il punto di saturazione, ma è un problema mio. Rimane la domanda: fino a dove può invece condurre la logica della sopportazione in nome di un postulato «male minore»? E poi, perché?

No, la mia non è un’antitesi a quell’assunto volta a creare i presupposti per contraddirlo sul piano teoretico. Tutt’altro: è proprio una questione pratica, morale, arrischierei. Dallo sdoganamento progressivo del più piccolo passa la via per l’arrivo al grande. In una sorta di mitridatizzazione verso il peggio, il male, dal poco si passa al sempre di più, e ogni volta pare che l’asticella della sua tolleranza si possa spostare un po’ più in là, giustificando la traslazione, e facendosene di questa una ragione consolatoria, con l’apparire di sempre peggiori altri pericoli sulla scena, reale o presunta che sia la loro effettiva possibilità di concretizzarsi.

Davvero pensate che sopportare ancora un po’ di più sia la strada giusta? E di nuovo, perché?

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Il motivo del voto e del suo contrario

«Un voto dato a D’Alema è un voto dato a Salvini». Con lo stile sobrio della sua comunicazione politica, Renzi resuscita il voto utile. Come Veltroni dieci anni fa, dice in sostanza che, il buon democratico di sinistra, può votare solo per loro, se vuole evitare che vinca la destra; la stessa con cui hanno fatto diversi governi, a dimostrazione che quel voto era ed è utile solo a togliere (o a ridurre sensibilmente di forza) qualsiasi possibile avversario alla loro sinistra. Ma non è questo il tema principale del danno che quella logica fa al discorso politico.

Questo risiede invece nell’applicazione assoluta della teoria del «male minore» fattosi valore positivo, capace anche di condonare tutti i limiti e i vizi di cui chi lo chiede è responsabile. E così, non fa niente nulla di tutto quello che hanno fatto, l’importante è evitare che vincano quegli altri, con la minaccia che potrebbero fare forse di peggio. Solo che, miei cari amici, così non funziona sempre, ammesso che abbia mai funzionato davvero; perché c’è, o ci potrebbe essere, pure qualcuno che si ricorda quello che voi avete messo in atto quando siete stati a quel governo a cui ambite con l’arroganza di ritenervi l’unica soluzione accettabile per il Paese, e che non è disposto a rendersi di ciò responsabile. Perché, insomma, se Renzi gioca sul piano della trasposizione elettorale per cui un voto dato a Tizio sia un voto dato a Caio, a me piacerebbe stare più sul concreto delle cose che ci sono. E quindi, un voto dato al Pd sarebbe un voto dato al Pd, a tutte le cose che questo ha fatto e con ogni probabilità continuerà a fare, al modo di fare politica che da quel partito in questi anni abbiamo visto. E che non è stata solo «colpa di Renzi», volendo personalizzare e semplificare: tutto quella forza politica, come un sol uomo, ha voluto, sostenuto e votato le cose che in questi anni abbiamo avuto.

E Visto che siamo arrivati a questo punto, vorrei fare un rapido, non esaustivo e imperfetto elenco. Ogni voto per il Pd e alleati è un voto per l’abolizione o l’annichilimento delle parti più caratterizzanti dello Statuto dei lavoratori, per la chiamata diretta degli insegnanti, per la libera trivella in libero mare, per il Piano casa come misura securitaria che fa la felicità dei ricchi e la disperazione dei poveri, per il decreto Minniti-Orlando che ha fatto parlare – non me, ma due senatori del Pd come Tocci e Manconi – di una norma che «configura per gli stranieri una giustizia minore e un “diritto diseguale”, se non una sorta di “diritto etnico”», per la cacciata degli ultimi dai centri delle città a difesa “del decoro” (o era forse «dei dehors»?), per le cariche della polizia sui profughi eritrei, per gli sgomberi degli occupanti senza titolo di immobili altrimenti vuoti, e su, su, o giù, per gli accordi con la Libia volti a farne il gendarme cattivo contro i disperati alla ricerca di una vita migliore, come quelli, se non peggio, che avevamo criticato ai tempi in cui sulle sabbie di Tripolitania e Cirenaica dominava il Colonnello con la tunica.

Su queste, e su altre che, verosimilmente, nello stesso solco si inserirebbero, si è chiamati a votare: se vi sono piaciute, bene; altrimenti, regolatevi di conseguenza. Il giochino del «se no, vincono quelli più brutti» può strappare un applauso ai tifosi e ai fans, ma ha il respiro corto. E soprattutto, danneggia per prima cosa l’immagine stessa del partito che lo propone, quasi che si vergognasse a chiedere un voto per ciò che è, al punto da chiederlo per quanto sono o potrebbero essere i suoi rivali.

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Così va, nel mondo deciso dai ricchi

Riva è l’ultimo paese che s’incontra prima di giungere a Chieri, venendo dall’uscita autostradale di Villanova. Era il segnale che si stava arrivando a casa dei nonni, prima, degli zii, poi. Una zona che per me ha sempre significato tanto, dove, come detto, ci han vissuto i miei nonni, dove ci vivono zii e cugini, ci ha vissuto mia mamma per dieci anni, mio fratello per otto, dove ci sono pezzi non piccoli della mia famiglia. I nomi dei luoghi mi sono familiari da sempre: Cambiano, Santena, quella di Cavour, Pessione, che di Chieri è frazione ed è il posto della Martini & Rossi, Andezeno, Arignano e su fino a Castelnuovo, che è già Asti ed il luogo di nascita di San Giovanni Bosco, che ora porta nel nome. E Riva, appunto, che è presso Chieri, nei fatti e nel toponimo.

La storia della Embraco, quindi, l’ho sentita come una questione di casa. E mi lascia l’amaro in bocca e una forte tristezza il vedere come è andata a finire. Ma quella storia e il comportamento della società del gruppo Whirlpool in questo caso sono anche una cartina su cui leggere quello che da tempo è la globalizzazione a trazione delle multinazionali; un affare dove gli interessi dei ricchi e potenti vengono sempre e comunque prima di tutto il resto. Senza infingimenti ideologici e votati all’unico credo del fare sempre e comunque più soldi possibili, le aziende possono fare e disfare a loro piacimento: delocalizzare sfruttando costi di lavoro più bassi e una fiscalità più competitiva e potendo al contempo contare su un mercato comune per vendere le loro produzioni, oppure chiedere dazi, come la stessa Whirlpool ha fatto negli Usa, per proteggersi dalla concorrenza delle sudcoreane Samsung e Lg. Noi tutti, lavoratori, subiamo, con l’illusione di vivere in un mondo perfetto quando, tolti i panni del mestiere di ognuno e indossati quelli del consumatore totale, possiamo risparmiare qualcosa comprando beni e servizi prodotti e forniti in quei modi. A poco servono le incazzature feroci nelle parole dei ministri: è il mercato aperto, bellezza. Quello che gli stessi che ora fingono di fare la voce grossa hanno voluto è difendono. Un sistema economico-territoriale è aperto, come gli stessi lo vogliono, se c’è piena mobilità di merci e fattori produttivi. E questi, a quel punto, si muovono.

Certo, all’interno dell’Unione europea possono farlo pure le persone; ma non è così semplice trasferirsi per andare a lavorare in Slovacchia. Per giunta, andando incontro a condizioni contrattuali e salariali peggiorative. Quelli della Embraco sono «gentaglia», come a Calenda stava per sfuggire quando ha malcelato lo sfogo, perché spostano la sede produttiva per risparmiare qualche euro di tasse e contributi? Potrebbe essere; ma allora cosa sono quelli di Fca che per motivi non diversi spostano la sede legale in Olanda ed elevano domicilio fiscale a Londra? Perché nessuno tono duro e diretto in quel caso?

Ma soprattutto, voi che difendete i trattati di libero scambio sempre e comunque, il Ceta, il Ttip, il prossimo che farete e cercherete di spiegarci come il futuro inevitabile che arriva e s’invera, voi che invitate gli investitori a mettere i soldi dove il costo del lavoro costa meno (che è precisamente quello che sta facendo la Embraco), perché non fate i conti con quello che noi viviamo e provate a dire una, una sola, parola di verità? Nel mondo, comandano i ricchi. Se loro vogliono, voi gli date i mercati aperti. Se a loro stanno stretti, voi glieli restringete, con i dazi sulle merci dei concorrenti. Tanto, qui, tra i cafoni e gli ultimi, che sia così lo si sa già.

Ecco perché in sempre meno credono ai vostri racconti e si spendono per le vostre idee.

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Forse è l’offerta a non essere allettante

Tra quelli che ti spiegano che per il diritto di voto sono morti in tanti e non è possibile sprecarlo rinunciando a votare e quanti chiamano alla responsabilità che solamente si può esprimere a sostegno loro e dei loro preferiti, oggi tutti sembrano aver scoperto che in Italia c’è e ci potrebbe essere un problema di astensionismo. Meglio tardi che mai, se le preoccupazioni sono in buona fede e poi, a queste, conseguirà un attento studio sul perché quelle cose accadono. Aspetti questi, entrambi, di cui mi par lecito dubitare, comunque.

Perché è curioso che quelli che oggi temono l’apatia elettorale, ieri la derubricavano a «problema secondario», ne ricordavano la legittimità, attribuendole una sorta di significativo spessore politico, o direttamente invitavano a starsene a casa, che là fuori era un mondo già perfetto così come lo avevano pensato loro. Ora, però, paiono preoccuparsene. Per me, l’astensione era scelta legittima anche quando, approfittandone, veniva penalizzato un qualcosa per cui lottavo, come nel caso del referendum sulle trivellazioni del 2016; forse un po’ da cialtroni, se nel contempo si rivendica d’esser schiacciante maggioranza, ma lecito e corretto nelle forme e nella sostanza. Lo pensavo allora, lo penso adesso. Ma come dicevo al tempo, se proprio chi sulla legittimazione popolare fonda il suo discorso pubblico ne presuppone la valenza politica in guisa di scelta, poi è difficile che essa non diventi una delle forme d’espressione del consenso, pur se in negativo. Perché, ad esempio, se io non dovessi andare alle urne il prossimo 4 marzo, non sarà perché penso che la mia parte non possa vincere e governare. Io credo nella democrazia rappresentativa e parlamentare, non ho ansie da governo e non penso che le elezioni servano a decretare vincitori e vinti; al contrario, il problema è che non so come e in chi individuare il mio rappresentante attraverso quel segno di matita. E per me è un problema un po’ più grave di avere «un vincitore certo la sera delle elezioni».

E poi, chi dice che chi non vota sprechi il suo diritto? Potrebbe anche esser che tenga in così gran conto quella possibilità datagli proprio da quelle lotte a cui, con una retorica veramente stancante almeno quanto sterile e a tratti truculenta e cupa, i critici a intermittenza di quella decisione non di rado fanno riferimento, da non avere alcuna voglia o intenzione di banalizzarla, esprimendola con poca, o del tutto senza, convinzione.

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Se non c’è un’alternativa possibile, perché partecipare?

«Il punto è che meritereste di trovare sulla scheda elettorale delle plausibili opzioni alternative al Partito Democratico: meritereste di avere la possibilità di scegliere un’altra strada, non fosse altro che per il sano principio dell’alternanza, senza per questo temere tragedie. Eppure – guardiamoci negli occhi – sapete anche voi che oggi l’unico governo da paese normale che queste elezioni possano esprimere, l’unica classe dirigente da paese normale che questo paese possieda, sia in questo momento quella del Partito Democratico e dei suoi alleati. Gentiloni, Padoan, Bonino, Calenda, Bellanova, Della Vedova, Boschi, Scalfarotto, Minniti, Delrio, Franceschini, eccetera. Non è la classe dirigente migliore possibile. Orrore, sto allora forse dicendo che è la meno peggio? No, magari. Sto dicendo che è l’unica».

La visione da cui muove il vicedirettore de Il Post nell’articolo che ho appena citato non è diversa da quella di molti che in questo giorni sento chiamare a un’assunzione di responsabilità collettiva, e sostenere con decisione l’unico, a loro modo di vedere, governo possibile per il Paese: quello del Pd e alleati. In effetti, è uno sguardo triste e pessimista sul destino dell’Italia, che gli stessi chiedono di affidare a una classe dirigente non perché sia adeguata al ruolo, ma perché non ne vedono un’altra. Insomma, come direbbero dalle mie parti, «non c’erano persone da bene, fecero nonno sindaco». E sue queste premesse non entusiasmanti, invocano un generale «prendere parte» per evitare l’arrivo dei barbari. Ecco, allora chiariamoci, e come invita a fare lo stesso Francesco Costa, «guardiamoci negli occhi»: voi, della partecipazione degli altri, non sapete che farvene. Voi non volete che si prenda parte, che sia parte di un progetto condiviso. No, a voi interessa che si voti la vostra parte, quella in cui voi o i vostri beniamini siete contemplati; per il resto, che ci si tolga di mezzo e si lasci indisturbati i manovratori. Ma è proprio su quel terreno che state scontando i curiosi esiti d’una particolare eterogenesi dei fini.

Voi cercate di parlare e veicolare un’idea di politica che muova, appunto, dalla responsabilizzazione comune dei partecipanti e che si affidi alle competenze dei più indicati per la messa in atto delle idee condivise. Però, da un lato tradite quel messaggio di partecipazione dimostrando tutta l’insofferenza verso quelli che, realmente, intendono esser parte dei meccanismi che conducono a definire quello che si decide e si sceglie, dall’altro, affossate il mito della diversità della qualità del personale politico nella scelta di élites come quelle di cui diceva lo stesso Costa, o di altre selezionate attraverso l’unica lente della fedeltà al leader di turno, pronta a esser scambiata con quella verso il prossimo come già lo è stata con i precedenti.

Ma alla fine, se Berlusconi può suscitare il voto sull’onda del «ghe pensi mi» e Di Maio confondere la propria inconsistenza dietro i fumi e gli alambicchi della democrazia diretta, perché entrambi da quei discorsi sempre han mosso e quelle sono le risposte che il loro elettorato cerca e dimostra di apprezzare, a voi, cari amici del voto responsabile, la strada del bluff è preclusa. Perché diverso è il discorso politico che fate mentre lo tentate, e perché, nel farlo, cercate di intercettare e convincere a venire sulle vostre posizioni quanti quel raggiro è precisamente quello che da anni vi rimproverano.

Di sicuro, come spesso accade nelle cose della politica che mi è capitato di commentare in questi ultimi anni, voi siete nel giusto, e io continuo a vivere nell’errore. Eppure, mi chiedo, anche se siete davvero l’unica alternativa possibile, come voi stessi dite, anzi, soprattutto in questo caso, a che serve partecipare?

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The De Lucas. Ovvero, della visione ereditaria della democrazia

Quante ne avrete letti di resoconti sulla vicenda che vede al centro Roberto De Luca? Tanti, credo. E questo a quelli non si aggiungerà. Perché delle ingerenze reali o presunte del dimissionario assessore salernitano in questioni di appalti e rifiuti qui non ne parlerò. L’unica cosa che della storia portata all’onore della cronaca dal sito di informazione Fanpage che dirò è che mai pensavo che in un’assemblea del partito a cui per un tempo ho aderito, una giornalista potesse essere aggredita per aver scritto o detto delle cose non gradite. In questo, e senza mezzi termini, tutta la mia solidarietà a Gaia Bozza.

Del resto, sinceramente, non m’interessa. Non m’interessa discutere i mezzi (che non condivido) usati da Fanpage. Non m’interessa cercare di capire se De Luca s’interessava alla questione rifiuti come rappresentante delle istituzioni o, come sostiene la tesi della sua difesa, quale libero professionista (quadro non meno grave). Non m’interessa capire chi e quanti altri siano coinvolti nella gestione dei rifiuti campani (che non è ancora risolta, visto che le ecoballe sono sparite solo dai tg della prima serata). Quello che m’interessa è il contesto in tutto questo è incasellato; un contesto ereditario. Sì, perché di tutta questa storia, quello che rimane è che, in Campania, per la carica di presidente della Regione, di assessore al Comune di Salerno e di candidato alla Camera nel collegio uninominale della stessa città, nel Pd non c’è spazio per chi non si chiami De Luca.

Non ci sono altri capaci e competenti in quel partito per quei ruoli, né, con tutta evidenza, è pensabile che ci siano. De Luca Vincenzo e figli; più che un partito, è una società. Fatta con capitali pubblici, che sono in sostanza i voti dei cittadini che in un progetto politico condiviso probabilmente ci credono davvero, ma con dividendi appannaggio di pochi privati.

Sempre gli stessi, al Comune, alla Regione, alla Camera. Sempre con lo stesso cognome.

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