L’ossessione per il voto moderato è francamente inconcepibile

«Le elezioni si vincono allargando al centro?», chiede, per La Repubblica di ieri, Stefano Cappellini a Massimo D’Alema. «Trasecolo», risponde l’ex presidente del Consiglio. E spiega: «Questo dibattito lo trovo surreale. Dicono: dovete conquistare i moderati. Ma i moderati votano già per noi. O vogliamo sostenere che stanno con Salvini? Noi perdiamo nelle periferie. Questo discorso vecchio aveva un senso quando la sinistra rappresentava la classe operaia e doveva allargarsi verso il ceto medio. La società è cambiata ed è smarrita. Ha bisogno di messaggi forti, identitari».

Lucido e puntuale, in quell’intervista (che v’invito a leggere non in una prospettiva di politique politicienne, ma di visione politica complessiva e generale) D’Alema coglie un dato che dovrebbe essere già sotto gli occhi di tutti, fin dalla lettura della geografia urbana nella distribuzione del voto. E non da oggi. Invece, puntualmente è cose se fossimo all’inizio degli anni novanta del secolo scorso, quando un partito di sinistra erede del Pci aveva bisogno di un’alleanza con i moderati e il centro di matrice democristiana per essere accredito negli ambienti che mai l’avrebbero votato. Non è così, non è più così da molto tempo. Con buona pace dei Calenda, il Pd già ora prende i voti a cui questi dicono di voler guardare: altrimenti, chi ha votato per il predecessore di Di Maio al Mise? Al contrario, sono i consensi radicali, tali perché muovono da esigenze che lo sono per loro stessa natura, a mancare.  

E sono questi, secondo il modesto parere di chi scrive, quelli a cui il Pd e le altre forze politiche dell’alveo del centro-sinistra dovrebbero guardare. Lo so, l’ho scritto altre volte e tante ancora probabilmente mi capiterà di farlo, eppure difficilmente ho offerto una soluzione per superare tali limiti, per andare oltre quello che vediamo accadere tutti i giorni, se non quella, come qualcuno ebbe modo di dire una volta dall’altra parte del mondo, di «camminare domandando» nel nostro procedere.

Lo so: è che però davvero questo è il problema e la sfida che si ha di fronte.

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Perché, se fosse stato “solo” un manifestante?

«Li ho visti arrivare, avevo il cellulare in mano perché stavo facendo qualche foto, mi sono ulteriormente spostato. Ma mi sono arrivati addosso. Ho cominciato a scappare, ma non ne ho avuto il tempo. Allora ho cominciato a gridare, ancora prima che mi buttassero a terra, prima che iniziasse l’incubo. Ho gridato con tutta la mia voce: “Sono un giornalista, sono un giornalista”. Mi hanno fatto cadere e hanno cominciato a picchiare: calci, manganellate, colpi da tutte le parti, non sapevo come pararli, non potevo pararli. E urlavo, urlavo, tiravo fuori la testa dalla posizione fetale che avevo assunto: “Sono un giornalista, sono un giornalista”. Non si fermavano. Ero come un pallone, preso a calci. Sentivo che stavano scaricando su di me una rabbia indescrivibile, avevano un furore irrefrenabile, ero terrorizzato. Allora ho urlato ancora più forte “Basta, basta”. Non si fermavano. Non so quanto sia durato. Mi sono coperto la testa con le mani nude. A un certo punto mi sono accorto che il mio corpo non resisteva più, che non riuscivo neppure più a proteggermi. Lì ho avuto paura di morire. A un certo punto è arrivato un poliziotto, Giampiero Bove, che conosco da molto tempo: si è buttato sul mio corpo, con il casco: “Fermatevi, fermatevi, cosa state facendo, è un giornalista, fermatevi”, ha gridato. Mi ha salvato. Gli sarò per sempre grato. E, come automi, gli agenti hanno smesso e se ne sono andati. Come se il loro furore fosse stato spento, con un clic».

Ha i toni del dramma, il racconto di Stefano Origone, il giornalista finito sotto i manganelli della polizia durante gli scontri seguiti alla manifestazione contro il comizio di CasaPound a Genova, che gli autonomi volevano impedire e i tutori la Questura garantire. E un dramma immagino l’abbia vissuto davvero, in quegli attimi tremendi. Poi l’arrivo del poliziotto buono che lo salva, urlando ai suoi colleghi «fermatevi, è un giornalista». E dopo, le scuse del questore in persona, per lo spiacevole equivoco. Ad Origone va il mio abbraccio più sentito. A tutti gli altri, una domanda: ma se fosse stato solo un manifestate? No, perché, ovviamente, i poliziotti col manganello non sapevano fosse un giornalista. Ma che era disarmato, lo vedevano. Che era finito a terra, incapace di reagire sotto i loro colpi, anche. Che non fosse più in grado di alzarsi e resistere, pure. Senza l’intervento del loro collega, quanto avrebbero continuato? E se questi non l’avesse riconosciuto quale giornalista, quel pestaggio così violento, sarebbe stato lecito?

Mi chiedo ancora, per uno Stefano salvato, quanti altri martiri sono finiti sotto la gomma dura delle suole degli anfibi solamente per essersi opposti a un evento di una forza che per le leggi e la Costituzione che quelle stesse forze dell’ordine hanno giurato di difendere nemmeno dovrebbe esistere? Ecco, perché è nella risposta a quesiti come questi che risiede e si ritrova il senso di una comunità nell’appartenenza alle sue istituzioni. Di questo e per questo, dovrebbe chiedere scusa il questore, e con lui, lo Stato.

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Però è dal 2008 che va così

«È andata male, il risultato è negativo, inutile girarci attorno. Molto al di sotto di quello che ci aspettavamo». Sono le laconiche dichiarazioni di Nicola Fratoianni, uno dei leader della compagine La Sinistra, sul voto di domenica scorsa raccolte dal Corriere della Sera il giorno dopo le elezioni. E il parlamentare di Liberi e Uguali ha ragione. Solo che quella che fa è tutt’altro che un’analisi nuova. Soprattutto, tutt’altro che imprevista.

Nei numeri, sì, anche a me ha impressionato in negativo. Avevo messo in conto che La Sinistra potesse non raggiungere la soglia di sbarramento, ma che stesse poco sopra l’1,5 per cento, sinceramente no. Eppure, è successo. E non è la prima volta che, da quelle parti, si sbaglia (meglio, sbagliamo) i conti con la realtà elettorale. Ricordo l’avventura del 2008, con la Sinistra Arcobaleno: si partiva forti di dati parlamentari e sondaggi entusiastici, si mancò l’obiettivo del 4 per cento. E poi, le europee dell’anno successivo: tutti divisi, nessun seggio preso. E ancora il 2013, divisi di nuovo ma con Sel che spunta uno striminzito 3,2 e accede alla rappresentanza nelle Camere grazie al fatto di essere in coalizione col Pd. L’anno dopo, la Lista Tsipras, e quella soglia di sbarramento superata di un capello con tre soli parlamentari pronti a litigare fra loro la sera stessa della chiusura delle urne. Di quest’anno s’è già detto. Io non so più che pensare, ma se non è coazione a ripetere, poco ci manca. Mi chiedo solamente, dopo più di dieci anni: si va avanti così, o si prova a cambiare strada?

Lo so, nella società del digitale, sul codice binario viaggiano anche le risposte che i cittadini dallo alle loro stesse domande politiche. E la semplificazione fa sì che l’esaustività di un bisogno la si legga nelle possibilità e nelle disponibilità esclusive di chi ha in mano le leve del comando, del potere. Se non sei lì, non ci sei; la rappresentanza, in quest’ottica, non è contemplata. Figuriamoci quella che non riesce nemmeno più a essere espressa nelle istituzioni a tanto deputate.

Di per sé, non sarebbe un limite, se intendessimo la politica come quella pratica a cui si può dar corso ugualmente stando fuori da aule parlamentari o consiliari. Ma so che chi invece si spende per quelle forze politiche che poi ne rimangono fuori, proprio nelle sedi della rappresentanza intenderebbe usare la propria voce per far valere le sue idee. Se è così, però, decidete cosa fare per dare soluzione a una storia che si trascina immutata da oltre due lustri. Al limite, persino ipotizzando di vedere in altre forze politiche meglio organizzate quelle camere di rappresentanza in cui, in percentuale, discutere e proporre le vostre idee.

D’altronde, non è quello che han fatto e fanno i vari Sandres e Corbyn a cui pur guardate?

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Da domani, che Europa sarà?

Quasi quasi, chissenefrega di Salvini. Oddio, il risultato in Italia è di una certa impressione e qui farà rumore per un bel po’, ma non credo che sposterà gli equilibri del continente il fatto che la Lega che fu padana manderà lì una pattuglia di una ventina di leghisti. Le politiche europee cambieranno, dopo il voto nei 28 Paesi? Ecco, credo sia questo il tema; no, sì e se sì, come? Per i popoli dell’Unione, saranno migliori o peggiori i giorni che verranno? Di quello che succederà nel Belpaese per i mutati rapporti fra i partiti, vedremo. La compagine di governo ha più o meno gli stessi voti che avevano un anno, pur se a proporzioni invertite fra i due partner, e dopotutto, probabilmente questo è quello che i nostri connazionali voglio: non tanto un governo che governi, ma un leader che indichi loro un nemico forestiero per la situazione locale.

Spaventato? Non proprio. Dieci anni fa, le forze di centrodestra che governavano il Paese superarono, nelle europee, il 50 per cento dei consensi, e l’anno successivo, Cota vinse in Piemonte e dal Monviso al Tarvisio, dovunque fu Legnano, nel senso della Lega. E poi, arrivò il 2011. Potrei anche ricordare il 40,8 di qualcuno alle europee del 2014, ma mi pregio d’essere «vergin di servo encomio/ e di codardo oltraggio», quindi sorvolo. Preoccupato, invece, lo sono. E molto. Per «lo stato presente dei costumi degli italiani», e per i risvolti che tutto ciò potrebbe comportare. Proprio perché ricordo cosa avvenne dopo quei successi e come andò a finire, quando si posò la polvere sui fasti mendaci degli altari di volta in volta eretti al di turno vincitore.

Non crollerà l’Unione europee, almeno non per mano dei Salvini e delle Le Pen. Potremmo però finire noi ai margini di questa, isolati da chi dell’isolazionismo ha una visione deformata, che per paura di dover condividere qualcosa con qualcuno, alla fine, rimane da solo, senza più nulla da mettere insieme, senza nessuno con cui poterlo fare. E non è detto che per il resto dell’Unione ciò debba per forza essere un male, ovviamente.

Ma che Europa sarà, da domani, alla luce dei risultati di questa tornata elettorale? In tutta sincerità, non ne ho idea. A guardarla così, so quello che mi augurerei: un’Europa più tedesca. Non senza nascondere una certa amarezza per il risultato socialdemocratico, ma con un po’ di speranza, viste anche le prime considerazioni tratte dai rappresentanti delle forze di sinistra, il fatto che quasi l’80 per cento dei consensi espressi tra il Reno e il Brandeburgo siano andati a forze di chiaro orientamento europeista, nel più popoloso e competitivo stato dell’Unione, mi tranquillizza non poco.

Al massimo (e non troppo scherzando), potrei render la visita agli antichi svevi.     

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I politici che promettono «i bei tempi andati», mentono due volte

Scrive Jonathan Coe in un contributo all’incontro a cui parteciperà durante la Festa del racconto, in programma dal 29 maggio al 2 giugno in diversi centri della provincia modenese, su Paesaggi contemporanei. Raccontare la Brexit, pubblicato sul Corriere di venerdì scorso nella traduzione di Maria Sepa: «non voltiamo del tutto le spalle all’attrazione seducente e luccicante dei “vecchi tempi”. È umano e naturale guardare al passato quando il presente ci delude. Ma dobbiamo fare attenzione ai politici che ci dicono che possono far girare a ritroso le lancette dell’orgoglio, ridarci il controllo, rendere il nostro Paese di nuovo grande. Il lavoro dei politici (per il quale sono in gran parte tristemente inadeguati) è quello di gettare le basi del nostro futuro. Qualunque cosa promettano, non possiedono una macchina del tempo che può riportarci a un’età dell’oro in cui i problemi odierni non esistevano. La cosa più vicina a quel mondo, descritto da T. S.  Eliot come quello in cui “Presente e passato sono forse presenti nel futuro, e il futuro è contenuto nel passato”, non si trova nella politica. Si può trovare nella letteratura».

Ed è interessante quello che il romanziere inglese dice, perché pone l’accento su questioni spesso sottovalutate. I politici che prometto il “make our country great again”, in tutte le sue forme, da quella rampante trumpiana a quella ruspante salviniana, mentono due volte. Perché non lo possono fare, evidentemente, dato che a nessuno è concesso tornare indietro nel tempo, e perché fingono, al di là della sua possibilità, che quello sia il loro compito, ritornare al già stato, non indicare la via per il come sarà. Su questo dovremmo invece chiedere che idee hanno. I gelati a mille lire e l’America capace di piegare tutti al suo verbo, li abbiamo già conosciuti, e sono andati con i giorni che li hanno visti. E il domani che vorremmo sapere da voi che vi candidate a guidarlo come dovremo affrontarlo, quali sfide ci porrà dinanzi e quali strumenti essi saranno in grado di offrirci per accettarle.

In fondo, che fosse quella la missione della politica, avremmo sempre dovuto saperlo. Il programma è sul da farsi, sul quanto stato. Riavvolgere anche solo sentimentalmente il nastro del tempo può essere il lavoro della letteratura, come dice Coe, quando vuole consolare su un presente che delude, non dei politici. Al contrario, questi dovrebbero superare la delusione nella prospettiva dell’avvenire, non ingannando sulla facilità del traguardo, ma spiegando, circostanziatamente, dove vorrebbero andare e come vedono il Paese nel mutato scenario che, rispetto al passato, il presente offre e pone davanti. Un lavoro, commenta l’autore de La banda dei brocchi, «per il quale sono in gran parte tristemente inadeguati».

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Recuperando il senso della storia

Scrive Ezio Mauro su La Repubblica di ieri: «Il racconto oggi egemonico parla di un’Europa stanca di sé, incapace di manifestare una personalità istituzionale seducente e un carattere politico convincente, […] portatrice di un sistema di vincoli di cui la popolazione non è più in grado di rintracciare la legittimità […]. Ma se recuperiamo il senso della storia, ci accorgiamo che questa stessa Europa è molto di più […]. Ciò che troppo spesso dimentichiamo è che l’Europa non è una costruzione artificiale, per la semplice ragione che ha dato una fisionomia politica e istituzionale a un modo di vivere, a una tradizione, a una cultura […]. Cominciamo così a capire che è di noi che si parla, quando parliamo di Europa. In questo concetto storico, geografico, politico, sociale e soprattutto culturale convergono il seme greco che ha generato l’idea di città e dunque lo spazio pubblico dell’agorà, in cui per la prima volta l’individuo si muove come cittadino, il diritto romano che fissando la regola di convivenza per questi cittadini e riconoscendo i loro ambiti fonda la nozione di persone, il cristianesimo che oltrepassa la stessa invenzione giuridica dei pretori romani introducendo la rivoluzione della misericordia. Arriviamo infine ad altri elementi costitutivi dell’identità europea, che tutelano il suo carattere democratico: lo stato di diritto […]; il pluralismo […]; la contendibilità del potere […]; il rendiconto […]; la libertà di espressione fino al dissenso».

Ha ragione. È proprio recuperando il senso della storia che andrò a votare domenica. Vedete, io non ho un sentimento nazionale particolarmente sviluppato, né mi convincono gli appelli alla centralità della “patria” per la vita degli uomini. Perché so che le nazioni sono una costruzione e perché ho visto gli uomini muoversi sulla terra da quando sono in grado di farlo; nulla vieta alle une di esser diverse (e spesso, nella storia, differenti da come oggi le si ha, lo sono già state), nulla, per me, dovrebbe vietare agli altri di muoversi liberamente fra di esse, attraversandole e rimodulandole. Da questa considerazione muove quindi il mio senso per l’Unione europea, una costruzione figlia come le altre della storia e della somma delle cose fatte dagli uomini, incidentale, certo, non naturale, nel senso di non iscritta per sua stessa essenza nell’organizzazione ineluttabile del mondo, ma opportuna e giusta, per come io vedo il dover essere delle cose in questa parte del pianeta.

Perfetta? E quando mai lo sono le cose degli uomini. L’Unione nasce da uno sviluppo che prende avvio subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale, e si definisce come spazio veramente unitario, includendo la libera circolazione degli uomini e la cittadinanza europea all’inizio degli anni novanta del secolo scorso. È giovane, per l’arco della storia, una bambina; come questa, a volte può incespicare, sbagliare nel suo cammino, esser sgraziata nel passo: ma chi ha l’ha detto, per parafrasare Ingrao, che un’idea debba «nascere già tutta compiuta, quasi in bella copia?».

Ancora una citazione, per definire meglio il senso di questo appello a votare per chi o quanti – e sceglieteli voi, questo è un appello al voto per un pensiero, non a votare qualcuno per sé – più di altri vogliono oggi lavorare al rafforzamento di quel progetto, e ancora una domanda. Slavoj Žižek, a Internazionale qualche tempo fa: «nella storia dell’umanità c’è mai stato un così grande numero di persone che ha vissuto così relativamente libero, sicuro e protetto dal welfare come nell’Europa occidentale degli ultimi settant’anni?».

Rispondete su ciò a voi stessi domenica nell’urna, ve ne prego.

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A volte, la rabbia si può fare ragione politica (con tutte le conseguenze)

«I francesi filonazisti più radicali presenti a Parigi costituirono un gruppo eterogeneo in cui confluirono ex comunisti, antisemiti militanti, fascisti, pacifisti dogmatici e giornalisti, scrittori e poeti vanitosi e autoreferenziali. […] Quello che gli estremisti filonazisti parigini ebbero in comune fu l’odio nei confronti della defunta Terza Repubblica, rea di non aver apprezzato abbastanza il loro talento, e il disprezzo che nutrirono per i conservatori e gli opportunisti di Vichy». István Deák, Europa a processo. Collaborazionismo, resistenza e giustizia fra guerra e dopoguerra, Il Mulino, 2019, pag. 83.

L’odio per gli uni, che li avevano ignorati, il disprezzo per gli altri, che anche nel rovesciamento delle sorti collettive avevano ancora una volta trovato il modo di sistemarsi. Il professore emerito della Columbia University, fra quelli di cui parla, cita pure Céline, stigmatizzando il suo razzismo ma riconoscendone il talento, a dimostrazione di quanto l’accolita filonazista parigina non fosse solo una ciurma rancorosi buoni a nulla. Mi ha fatto pensare, però, a quanta gente è spinta su posizioni politiche disastrose non dalla convinzione radicale nella loro bontà, quanto dal fatto che, dalle altre parti, sono stati troppo spesso ignorati o messi di lato. Nessuna giustificazione per le scelte fino a tal punto sbagliate, solo una domanda (che non trova risposta) su quanto si possa fare per attenuarne la portata.

Dagli ardori sansepolcristi agli umori nelle birrerie bavaresi, quanta parte di chi finì a ingrossare le forze del male negli anni che prende in esame Deák nel suo saggio fu incentivata a cercare speranze di inclusione per le troppe, ripetute esclusioni patite? Chi da una società è espulso, quante probabilità ha di maturare in sé la ripulsa per quella stessa società? E quanto può essere tentato dai tanti che, con parole suadenti e finti riconoscimenti, cercano di reclutarlo al loro verbo promettendogli quella considerazione che egli sente stata negata?E non è forse questo ciò che vediamo accadere intorno a noi?

E non è forse questo ciò che vediamo accadere intorno a noi, qui, oggi?

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Populisti col Rolex e droite caviar

«L’unica certezza […] è che il demone del lusso sfrenato, quando si trova in presenza dei leader populisti, riesce spesso a trovare terreno fertile». È perfido oltre il consueto Tommaso Labate, nel suo articolo sul senso dei populisti per le sfoggio di pecunia e la vita agiata che prende le mosse dall’affaire Strache che sta portando alla caduta del governo austriaco, scritto per il Corriere di lunedì scorso. Perfido, ma puntuale e preciso.

Lo è nel ricordare gli eccessi cafonal della lussuosissima vita del vate di tutti i populisti, quel Donald Trump da miliardario assurto a difensore del popolo oppresso, il soggiorno di Steve Bannon all’Hotel Bristol, dove la camera più economica costa 1.200 euro a notte, «e lui non ha scelto la più scarsa», le cene a 400 euro a testa organizzate dal partito di Marine Le Pen «al costosissimo Ledoyen di Parigi» e quella organizzata per lo scorso Natale dal gruppo parlamentare europeo dei sovranisti alle ostriche «da 13.500 euro e 230 bottiglie di champagne», o gli auguri fatti erga omnes dal garante dei cinquestelle un paio d’anni fa, proclamando, con le parole di Goffredo Parise, la povertà quale rimedio ai mali del presente, comodamente assiso sulle poltroncine d’un resort «a Malindi». Altro che comunisti col Rolex e gauche caviar; lo sperpero dell’opulenza in faccia alla miseria, se c’è, arriva dai populisti e dalla destra. Come d’altronde sempre è stato.

Anche l’arroganza da Marchese del Grillo (non Beppe, quello di Sordi) è tipica di quelle parti politiche, meno di altre. Fosse solamente per distinguersi, un raffinato intellettuale progressista nel suo studio in centro pieno di libri, più facilmente lo si immagina con un leggero e piccolo orologio dal cinturino in pelle che non con un vistoso e metallico manufatto della nota oreficeria coronata (se steste pensando di citarmi gli sgargianti segnatempo con bracciale di Che Guevara e Fidel Castro a smentire la tesi appena esposta, rischiereste, per curiosa eterogenesi dei fini, di confermarla). Così come per il caviale; il prototipo del bersaglio populista è oggi più facile trovarlo in un ristorante etnico o in una bottega di prodotti tipici “a chilometri zero” che ad acquistare e consumare pietanze ormai appannaggio quasi esclusivo di recentemente arricchiti oligarchi russi.

Battute a parte, la storia è piena proprio di leader populisti, come ricorda pure Labate nel suo pezzo, che preso il comando, e coi soldi del palazzo, si perdono nei lussi e nelle sfacciataggini d’una ricchezza non loro ma tanto, troppo a lungo bramata. Viceversa, non di rado sono i morigerati democratici forgiatisi nell’opporsi a questi che, giunti al potere, lo gestiscono con misura, rigirando il proprio cappotto o vestendo quasi sempre in puntuali grisaglie sottotono.

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Al contrario, sono le nazioni a soffocare l’Unione

Leggendo il mio post di ieri, un amico mi ha scritto: «In parte, concordo. Però, questa Ue che schiaccia le nazioni e limita la loro libertà di prendere decisioni è forse il limite maggiore della costruzione comunitaria. Su ciò giocano i cosiddetti “sovranisti”, e riescono facilmente a raccogliere consensi». Non per prenderlo in giro, ma come scriveva lui anch’io solo in parte concordo.

Concordo parzialmente perché sì, è su quello che giocano i nazionalisti europei, e proprio lì riescono a mietere la maggior parte dei consensi. Ma per il resto no, tutta quella narrazione è falsa. Al contrario, l’Ue è limitata proprio dalle singole nazioni e dalla loro indisponibilità a cedere sovranità alle strutture comunitarie. In questo, sono campioni proprio quanti si dichiarano «oppressi» dalle regole europee. Provo a fare un esempio prendendo spunto da una delle questioni che più di altre scaldano i cuori della destra nazionalista, quella dei migranti. Cosa succederebbe se l’Ue chiedesse la redistribuzione in parti uguali degli arrivi sulle coste greche e italiane? Domanda retorica, lo so; succederebbe quello che già succede, sovranisti danubiani alleati di chi si diceva padano e nazionalisti orfani d’un impero un dì felix  e da tempo andato e freddo come i marmi d’una cripta viennese sarebbero i primi a tirarsi indietro, lasciano ai sodali nell’idea delle nazioni tutto ed esclusivamente l’onere di pensarci.

Vale su questo come su altro. L’Ue non è un’entità federale, ma una somma di Stati sovrani, in cui l’ultima effettiva voce su ogni singola questione è demandata al Consiglio europeo, quell’organismo che fa sedere intorno a un tavolo tutti i capi di Stato e di governo dell’Unione e dove i veti reciproci spesso fanno più di quello che può il consenso diffuso sulle diverse decisioni. In sostanza, quell’organo è la plastica dimostrazione di quanto l’Ue sia quell’Europa «degli Stati e delle nazioni» che gli stessi sovranisti dicono di volere.

E che criticano però nei fatti e nella pratica.

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The reports of her death are greatly exaggerated (I think)

«Siamo credibili», scrive Timothy Garton Ash in un articolo tradotto per La Repubblica in edicola lo scorso 14 maggio da Emilia Benghi, «solo se ammettiamo che l’Unione Europea sta attraversando una crisi esistenziale ed è sotto attacco dall’interno e dall’esterno. Sta pagando il prezzo dei passati successi che fanno dare per scontati i risultati ottenuti e dei suoi errori di un tempo, molti dei quali hanno come caratteristica comune la supremazia liberale. In una prospettiva storica di lungo periodo questa è la migliore Europa che abbiamo mai avuto. La maggioranza degli europei vive in democrazie liberali impegnate a superare le divergenze restando in riunione tutta la notte a Bruxelles, senza ricorrere ad azioni unilaterali e tanto meno alle forze armate. Questa Unione Europea non è un Paese e non lo diventerà nel prossimo futuro, ma è ben di più di una semplice organizzazione internazionale. Da cittadino di uno stato membro della Ue ti puoi svegliare un venerdì mattina, decidere di prendere un volo per l’altro capo del continente, stabilirti, studiare o vivere là godendo dei diritti di cittadino europeo all’interno di un’unica comunità giuridica, economica e politica. Tutto questo, come la salute, si apprezza di più quando si è sul punto di perderlo. È proprio questo il rischio più grande: bisogna davvero perdere tutto per ritrovarlo? Nato nel fitto della barbarie europea più di settant’anni fa, portato alla crisi da una hybris frutto del trionfo liberale di trent’anni fa, il progetto di un’Europa migliore deve proprio cadere in basso, prima che le persone si mobilitino per riportarlo in alto?».

Questa lunga citazione mi ha riportato alla memoria (non per i temi, ma per il tono e la prospettiva di fondo) un articolo di Benedetto Croce su La Critica, nel 1920 (volume 18 di quella rivista dallo stesso filosofo partenopeo diretta), dedicato al successo che in quegli anni stava avendo un libro per lui impensabile, come Der Untergang des Abendlandes. Umrisse einer Morphologie der Weltgeschichte di Oswald Spengler. Un saggio la cui fortuna, per Croce, non poteva «non impensierire gravemente coloro che hanno a cuore le sorti del lavoro scientifico», in quanto il suo autore, nel momento di scriverle, «ignora affatto le questioni che sommuove, e le sue idee non meno che la sua erudizione sono da dilettante […]. E poiché ignora la storia delle questioni, anche a lui accade di immaginare, ad ogni sgangherata combinazione di concetti che egli esegua o ad ogni mezza verità che gli baleni nel cervello, di aver compiuto scoperte mirabili, che sconvolgono la scienza generalmente ammessa: l’incauto asserire dello pseudoscienziato va così a braccetto con la più audace sicurezza e vanteria di sé medesimo». Ora, non tanto nella perfetta descrizione dell’approccio spengleriano ai problemi concettuali, che tanto ricorda i moderni complottismi spacciati per scienza, le parole di Croce mi sono state ricordate da quelle di Ash per la conclusione di quell’articolo d’un secolo fa: «Il signor Spengler consiglia di acconciarsi all’imperialismo-socialismo, e poi al dispotismo, e via dicendo, perché ormai siamo alla vecchiaia dell’Europa, e il vecchio deve vivere da vecchio. Ma neppure il vecchio ascolta, nelle cose dello spirito, questi vili consigli, e continua a pensare e ad operare, fino all’estremo anelito […]. Figuriamoci se li debbono ascoltare le società umane, la cui giovinezza e la vecchiaia sono soltanto metaforiche! […] E il signor Spengler dimentica che gli “europei” (dei quali si prende ora a fare strazio) sono uomini, e che serbano perciò molte “sorprese” a coloro che pensano meccanicamente come lui».

Chissà che qualche sorpresa, questi europei, non la riservino pure a quelli che pensano, meccanicamente, che visti i successi dei vari nazionalismi in alcuni Stati e date le forze in campo nello scacchiere mondiale, dagli Usa alla Russia, passando per la Cina, l’Ue è ormai morta e sepolta, e che tanto vale rassegnarsi e acconciarsi alla rinuncia di ogni idea democratica, liberale e solidale, votandosi in tutto e convintamente al culto delle autocrazie e degli uomini forti al comando di nazioni, dietro di questi, compatte e omogenee.

O almeno è quello che penso.

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