Perché non mi fido dei bravi e buoni borghesi

Alla vigilia della pubblicazione, in programma per oggi, del diciottesimo Rapporto Giorgio Rota su Torino, il bollettino che annualmente, su iniziativa del Centro studi Luigi Einaudi, fotografa lo stato della città e che quest’anno, emblematicamente, è titolato Recuperare la rotta, un editoriale di Luigi La Spina ieri su La Stampa disegnava per il capoluogo piemontese una situazione di mesto decadimento, fra l’assenza di visioni della politica e il sentimento di abbandono della società civile, parlando, senza mezzi termini e fin dal titolo, di «declino» e senso di tradimento.

Ora, può essere che l’editorialista del quotidiano subalpino abbia ragione. D’altronde, non ho mai capito dove risiedesse l’alterità della giunta torinese rispetto a quella capitolina e in cosa e come i destini delle due città potessero essere differenti. Al contempo, devo supporre che un po’ tradita la cittadinanza avrà dovuto sentirsi anche prima, se è vero che ha scelto quelli che sapeva essere incompetenti, o almeno inesperti, pur di mandare a casa chi, in varie forme, amministrava da un quarto di secolo. Ovvio, si potrebbe ricordare l’atteggiamento di curiosità conciliante avuto dal mondo che quello stesso giornale adesso critico rappresenta rispetto agli inquilini di Palazzo Civico, ma non si può non tener presente che lo stesso Chiamparino, in questi giorni rapido a incalzare e riprendere la sindaca sul bilancio del Comune, si fosse mostrato più che possibilista rispetto alle virtù amministrative della giunta pentastellata, tanto che circolavano battute su di un «governo Chiappendino». Una cosa non stupisce: la brava e buona borghesia, a Torino come altrove, sta sempre col più forte. Ecco perché di essa non mi fido, mai, nemmeno quando avversa quelli che io stesso critico.

Il caso torinese, in questo, può essere preso a paradigma. Di certo, a giudicare dalla geografia urbana del voto, con un Fassino vincente al ballottaggio proprio in quei quartieri dove questa vive, la borghesia della Mole non ha cercato l’Appendino. Anzi, si potrebbe dire che l’abbia addirittura subita, visto che è stata eletta principalmente dalle periferie. Ma fin da subito se l’è fatta andar bene, dato che potere e comando erano dalla sua, e ha contribuito a creare quel mito della diversità dei cinquestelle torinesi che è valso a lei, probabilmente, il raggiungimento delle posizioni di vertice nelle classifiche di gradimento degli amministratori. Appena quel sentimento è mutato, per mille ragioni, non ultime quelle legate alla gestione pratica della città, gli stessi disposti a collaborare si sono accorti della possibilità di opporsi.

In pratica, hanno valutato cosa convenisse loro fare nel momento in cui lo facevano. Perché quello fa la buona e brava borghesia: non sceglie una parte, segue il suo interesse e sta sempre, e solamente, con chi vince e per la durata di quella vittoria. Lo scrivono, epifanicamente, gli editorialisti dei loro giornali; dovrebbero coglierlo, e mandarlo a memoria quasi come lezione di vita, quanti ci giocano a carte, ne frequentano i locali e le case, li nominano al vertice degli enti…

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Ci son modi meno banali di dire “riflusso”

La svolta verso tendenze più tradizionaliste compiuta dall’Accademia svedese dopo i fuochi di artificio dello scorso anno col Nobel a Bob Dylan non mi è dispiaciuta. Non che avessi qualche pregiudiziale in merito al premio all’autore di Blowin’ in the Wind, tutt’altro: è che Quel che resta del giorno, che credo di aver letto per la prima volta a 19 anni, e per giunta quale parte della sezione monografica nel corso di Teoretica I, è uno dei libri che ho più amato.

Il premio di ieri e le notizie dell’oggi, mi hanno fatto tornare alla mente proprio alcune pagine di quel romanzo di Kazuo Ishiguro. Allo statunitense Mr Lewis che aveva appena finito di spiegare, nel suo brindisi, come fosse tempo che anche la vecchia Europa si arrendesse al principio del “professionismo” pure nelle questioni della politica, non tralasciando di stigmatizzare quanto fatto da quelli che a essa si dedicavano con passione senza farne mai “mestiere”, da lui apostrofati quali «dilettanti», Lord Darlington rispose: «Ciò che voi definite come “dilettantismo”, signore, è una cosa che io credo che la gran parte dei presenti, qui, preferirebbe ancora chiamare “onore”. […] Inoltre, (proseguendo) credo di avere un’idea ben precisa di ciò che voi intendete con “professionalità”. La quale sembra indicare il raggiungimento dei propri scopi tramite l’imbroglio ed il raggiro. Significa disporre le proprie priorità sulla base dell’avidità e del vantaggio personale anziché sulla base del desiderio di vedere la bontà e la giustizia prevalere nel mondo. E se questa è la “professionalità” alla quale voi vi riferite, signore, non mi interessa granché, e non ho alcun desiderio di perseguirla».

Cantore di un mondo che stava finendo nel volgere di un’era e nello spegnersi dell’Europa delle Nazioni nell’atrocemente caldo bagno di sangue del secondo conflitto mondiale, il neo premio Nobel per la letteratura parlava di una società di cui non sarò di certo io a rimpiangere i fasti. È pur vero, però, che le parole che Ishiguro fa dire a Lord Darlington acquistano adesso un senso maggiore. Cos’è diventata la politica, se non quel “professionismo” di cui parlava il democratico americano e nelle accezioni che allo stesso termine dava l’aristocratico inglese? In quel cambio di paradigma rientra l’insistenza sul tema della governabilità, concetto impropriamente inteso in valore attivo, contrapposto, per efficacia ed efficienza, alle lentezze della pratica della rappresentanza, e tutto quello che da lì consegue, non ultima l’ansia di vincere, quasi fosse solo una partita, nei processi elettorali che dovrebbero definire la mappa istituzionale delle forze presenti nella società.

In quel passaggio che non senza ragioni può dirsi epocale, però, ricade un senso di distacco, come quello che il maggiordomo Mr. Steven nella storia del narratore nippo-britannico sembra provare per il mondo così com’è diventato, allorquando, accettando il suggerimento del suo nuovo padrone di casa, non più Lord Darlington, morto, lui che si ergeva a tutore del suo contrario, nel disonore di un’accusa di complicità con i nazisti, ma curiosamente un altro americano, Mr. Farraday, intraprende un viaggio, alla ricerca di Miss Kenton e, in fondo, di sé stesso.

Fosse stato Ishiguro banale come un sociologo, avrebbe scritto la parola “riflusso”.

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Più che una biblioteca, servirebbe un’etica diversa nell’uso della lingua

«Negli anni della Prima Repubblica — con i partiti più che granitici e con le preferenze conquistate sul territorio — i “cambi di casacca” dei parlamentari erano una rarità. Clamoroso, nel 1975, fu il voltafaccia del super ministro dc Fiorentino Sullo che, sotto il pressing interessato del conterraneo irpino Ciriaco De Mitra, se ne andò con i socialdemocratici per poi tornare indietro nel 1983. Oggi invece — con i partiti deboli e con gli eletti che non riescono a scrollarsi di dosso l’etichetta di “nominati” — serve il pallottoliere, se non una calcolatrice, per tenere il conto dei deputati e dei senatori che cambiano squadra».

Così Dino Martirano sulle pagine de Il Corriere della Sera in edicola lo scorso mercoledì 26 settembre, per un articolo d’attacco fin dal titolo, con quel «voltagabbana», rivolto a deputati e senatori rei (data la condanna emessa, non può che essere una colpa il fatto, almeno per il giornalista resosi in quello giudice) d’aver cambiato partito, sparato in alto, a chiarire subito e senza possibilità di fraintendimenti le distribuzione delle parti fra i buoni e i cattivi. In questi stessi giorni (e proprio di mercoledì, con coincidenze da teatro classico), il quotidiano milanese sta portando in edicola la Biblioteca della lingua italiana, 25 volumi a cura di Giuseppe Antonelli e dedicati alla cura del nostro patrimonio linguistico; ecco, e se invece, o meglio, accanto a importanti e meritorie iniziative editoriali, lo stesso giornale chiedesse e provasse a definire una diversa e meno urlata etica dell’uso della lingua?

Perché, vedete, io non metto in dubbio che ci sia, fra quei parlamentari che han cambiato partito, qualcuno che lo ha fatto per interesse. Così come, ed è anche nelle parole di Martirano, pure io penso che un’elezione con le preferenze, e magari su base proporzionale, sia espressione di un maggior radicamento, e quindi dia più forza, al singolo eletto. Nondimeno, quella dell’indipendenza di mandato rimane una pregiudiziale importante nelle democrazie evolute, e la forza che danno le preferenze non è sempre e solamente positiva, soprattutto se non è chiaro il come siano state conquistate.

Invece, con la semplificazione non nuova alle colonne della maggiore testata della borghesia del Belpaese, i comportamenti della classe politica vengono additati a esempi di miseria morale e umana, con l’uso di parole fuori posto e contesto («voltagabbana» oggi, «casta» ieri), quasi che l’intento fosse quello di colpire, delegittimandola, in toto la rappresentanza del Paese, in tutti i casi, democraticamente eletta.

E in fin dei conti, la democrazia stessa, come piace fare ai populisti quando servono i padroni.

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Immagina noi; è così divertente vedervi lì con lui

Parlando ieri a Radio Capital, durante la trasmissione condotta da Giannini, Circo Massimo, il ministro della Giustizia, fra le tante cose opportune e anche condivisibili rispetto al suo lavoro nel dicastero che rappresenta, ha trovato il tempo di addossare le colpe sulle difficoltà per l’unità del centrosinistra a Bersani e D’Alema. Dev’esser la sindrome di Orfini; prima si è di loro difeso tutto, persino l’indifendibile, ora li si attacca a prescindere, pure quando hanno ragione.

Perché, insomma, non sarà certo colpa di D’Alema e Bersani se saltano le possibilità d’unione in quel campo politico. Più che altro, quelle responsabilità le cercherei nelle politiche fatte in questi anni, che Orlano dovrebbe conoscere bene, e perché no, anche nel modo di fare del segretario del suo partito, convinto che la principale cosa da fare per far vincere la sinistra non fosse contrastare la destra facendo cose differenti e, magari, opposte, ma rottamare, appunto, i D’Alema e i Bersani. De gustibus. Sempre parlando di Renzi e del gusto d’Orlando, il già sfidante del capo alle ultime primarie, nella stessa trasmissione, ha detto che «se il Pd dovesse perdere alle regionali in Sicilia, Renzi dovrebbe fare una riflessione non un passo indietro. Io non gli chiederò di farsi da parte, non ho un’ostilità personale nei suoi confronti». Caro Andrea, immagina noi: vedervi lì con lui, ad approvare e sostenere tutto quello che per anni, quando lo faceva Berlusconi, dicevate di avversare e, non di rado, radicalmente, ci diverte tantissimo.

Certo, rimangono poi le macerie di quello che state toccando in questi anni: la gestione dei flussi migratori e dei problemi legati alla povertà ridotti a questioni meramente securitarie, i diritti sul posto di lavoro compressi sull’altare di una malintesa idea di modernità, una concezione vincista in politica portata al parossismo, tanto che pure chi vi si oppone non parla più di rappresentanza, ma solo di governo come declinazione del comando. Però, noi che ci possiamo fare? Forse le scorie che lasciate intossicheranno le falde profonde a cui si disseta il Paese, e magari dopo sarà tutto più difficile da ricostruire e ricomporre; ma era a voi demandato il compito di badarvi, perché voi a quello dicevate d’esserne pronti.

Oggi abbiamo solo ciò che la meglio gioventù dirigente ha saputo fare. Purtroppo.

Nota a margine. Nei giorni scorsi, mi è capitato un’altra volta di parlare di Renzi. Un amico mi ha redarguito, accusandomi di essere ossessionato dalla sua figura. Meglio, e più fedelmente alle sue parole, ha detto che rispetto a lui provo «gelosia e invidia». Gelosia e invidia? E di cosa? Della sconfitta referendaria con conseguenti dimissioni? Lui ha perso solo un referendum, io è una vita che perdo le elezioni, anche quando è quella che nominalmente sarebbe la mia parte a vincerle. Al massimo, visto che io sono ancora dov’ero prima e lui non più, la mia potrebbe esser detta nostalgia.

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Effettivamente, una rivoluzione non può essere legale

Le vicende catalane, nella (almeno a guardarla da qui) apparente follia generale in cui si sono svolte, un risultato credo lo abbiano ottenuto, grazie all’intervento della Guardia Civil e la gestione della situazione, dopo la sentenza di sconfessione del percorso referendario emessa dalla Corte costituzionale ispanica, fatta dal governo di Madrid; un risultato paradossalmente favorevole agli indipendentisti di Barcellona, e cioè quello di, adesso sì e concretamente, spaccare la Spagna. Niente, penso, potrà più essere ricomposto come se nulla fosse accaduto, dopo le immagini che tutti abbiamo visto scorrere domenica in tv.

Ma la domanda che mi pongo, ed è di carattere generale, non strettamente cucita sulla questione catalana, è però un’altra e differente: se davvero una popolazione intera, nella sua totalità o a stragrande maggioranza, con forza e convinzione volesse l’indipendenza dallo Stato a cui appartiene, credete sinceramente che basti come risposta dire «il vostro referendum è illegale»? In effetti, a pensarci meglio, sì; chi vuole separarsi da una comunità nazionale senza che le regole lo consentano, persino in un sistema democraticamente organizzato, si pone, ipso facto, al di fuori della legalità che quell’ordinamento giuridico ha definito. E se vuoi superare lo stato di diritto, non chiedi un referendum, non ti poni nel solco dei processi codificati e accettabili, semplicemente perché non più andare contro la legge rimanendo nella legalità: se vuoi una cosa che l’assetto costituzionale vigente vieta, fai la rivoluzione.

Così facendo, però, la democrazia formale si dimostra, come sta accadendo in Catalogna, incapace di accogliere e contenere processi complessi e, volendo semplificare, “irrituali”. Il rischio di tutto questo, ovviamente, è quello di spingere coloro ai quali tutti gli spazi si negano (o che li sentano negati senza che ciò sia necessariamente vero, perché in democrazia non si può far tutto, ma non è questo il punto e di poco il considerarlo cambierebbe la sostanza delle cose) sulle strade di un confronto oppositivo e radicale contro l’ordine costituito.

In generale, se un gruppo significativo chiede con forza qualcosa, dirgli «è al di fuori delle regole» può non bastare, se non a spingerli a tentare di sovvertire l’impianto stesso di quelle regole. Ora, uno potrebbe dirmi: «pure la mafia chiede fortemente qualcosa, non è che glielo si possa dare». Giustissimo, come si accennava, non è che in democrazia si possa far fare a tutti ogni cosa. E infatti, anche la mafia cerca di sovvertire l’impianto delle regole.

Quello che manca e che è mancato nella questione spagnola, credo, sia la politica. Quella capace di comporre i dissidi e quella in grado di risolvere le questioni, accogliendo e contemplando le ragioni, se tali sono, o cercando di risolverle e, quando siano solo la strumentalità su cui un’azione delittuosa poggia, come nel caso di organizzazioni criminali radicate sul territorio (ad esempio la mafia, appunto) o di movimenti interessati esclusivamente al lucro del malessere per fini elettoralistici, di prosciugarne l’alveo in cui si alimento.

Altrimenti, con la battuta di prima, rimane solo la “rivoluzione”, per cui non serve nemmeno la maggioranza.

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Borghesi piccoli piccoli contro la cultura sindacale

Se non ci fossero altre circostanze a supporto, le parole con cui ieri due tra i rappresentanti dei maggiori sindacati italiani hanno risposto all’improvvida uscita dell’inconcepibilmente vice presidente della Camera, Luigi Di Maio, sarebbero sufficienti a chiarire quanto sia mainstream oggi, fra le forze politiche più importanti, il pensiero piccolo borghese che vede nelle organizzazioni di categoria e nei corpi intermedi della società il problema per lo sviluppo e il limite alla crescita dell’economia. Il segretario confederale della Uil, Carmelo Barbagallo, ha commentato con un sarcastico «avanti un altro; se hanno idee buone per il mondo del lavoro ce le facciano conscere», mentre la sua pari grado della Cgil, Susanna Camussa, ha criticato, senza nascondere il disappunto per quella che sembra esser divenuta una moda, il «linguaggio autoritario e insopportabile, ma non è il primo che lo usa; ce n’è stato un altro che poi ha fatto il Jobs act».

Il fatto che il leader di uno dei maggiori partiti nazionali dica ai sindacati «o vi riformate spontaneamente, o vi indurremo noi a riformarvi», è il sintomo, l’ennesimo, di quell’eterno fascismo che questo Paese sembra vivere senza particolari apprensioni, almeno fino a che non ne è morso diffusamente e negli interessi particolari dei singoli. Come scriveva a Giovanni Ansaldo il mio conterraneo Giustino Fortunato, nel febbraio del 1930 (in Carteggio 1927-1932, Laterza, 1981, p. 185), infatti: «Non “rivoluzione”, no, ma “rivelazione” è stato, e rimane, il fascismo: rivelazione di quel che realmente è, di quel che realmente vale l’Italia. Il fascismo è proprio l’Italia, di ieri e dell’altro ieri, così come sarà indubitatamente, l’Italia di domani e di domani l’altro Oggi come ieri, non sarà affatto rivoluzione; al massimo, rivelazione». Oggi come ieri, appunto, e adesso non solamente fra le forze che, dichiaratamente, si dicono di destra, ma pure tra chi, nominalmente di sinistra, i sindacati li vede utili come «gettoni per l’iPhone», o in quanti, come nel caso del grillino in cravatta blu, che non avendo mai lavorato crede di sapere tutto dell’organizzazione del mondo del lavoro, si dicono «oltre» quelle distinzioni tra categorie politiche ritenute passate, come solitamente fanno i reazionari e quelli che a loro reggono il gioco, peraltro.

Per il Giggino pentastellato, e per i tanti che come lui condannano i sindacati senza averne contezza, bisogna però aggiungere una valutazione di altro tipo. Il loro un supplemento di rabbia è il sentimento di un ex ceto medio, ormai impoverito ma culturalmente alto, o comunque superiore a quello di molta parte delle classi lavoratrici sindacalizzate del recente passato e ancora del sempre minor importante presente, quasi fosse quel «vivo sentimento di invidia e di odio per le classi lavoratrici» che Gaetano Salvemini, nelle sue lezioni ad Harvard (raccolte a cura di Roberto Vivarelli in suo Le origini del fascismo in Italia. Lezioni di Harvard, Milano, 1966) rintracciava nella borghesia impiegatizia e intellettuale all’inizio degli anni ’20 del secolo scorso, e che oggi, al massimo, potrebbe essere patrimonio di un precariato creativo e soffocato. Proprio in quei testi (cfr. Id cap. 10, Lo sciopero generale dell’aprile 1919, pp. 118-119), il politico di Molfetta riporta un articolo del Corriere della Sera, in cui si sosteneva: «Oggi sono molti gli ingegneri professionisti od anche dirigenti di officine, moltissimi i professionisti, i funzionari pubblici, gli alti magistrati, presidenti di tribunali e di corti, professori ordinari di università, consiglieri di stato, i quali non sanno credere ai loro occhi. Vedono dei capi tecnici chiedere paghe, le quali […] sono di 1000, 1250, 1625 e 2000 lire il mese […]. Che cosa dovremmo chiedere noi, si domandano tutti quegli alti magistrati, quei professori universitari, i quali hanno passato nello studio i più begli anni della vita per giungere sì e no verso i 35-40 anni a 600 lire di stipendio al mese ed i più anziani alle 1000 lire? La mortificazione nei ceti intellettuali è generale. I padri di famiglia si domandano se essi non hanno torto di far seguire ai loro figli corsi di studio lunghi 12 o 14 anni, dopo le scuole elementari; e se non sarebbe meglio di mandarli senz’altro in una officina».

Pensare a quanto somigliano queste parole a quelle che si ascoltano dalle alte professionalità, impiegate o potenziali, contro coloro che ancora hanno un posto fisso e lo difendono, fa riflettere davvero, soprattutto se consideriamo che quella borghesia impiegatizia e di concetto fu un forte alleato culturale nella repressione delle nascenti rivendicazioni socialiste, operaie o bracciantili che fossero.

Una rabbia, un odio, un rancore, quelli attuali, che però a parer mio non muovono solamente dalla considerazione della diversa situazione occupazionale, né delle differenti tutele. Nascono, invece e più tristemente, da un’aspettativa tradita, dalla promessa non realizzatasi del mito dell’autoimpiego. Pensandoci bene, quella cultura dell’autonomizzazione del lavoratore è potuta diventare da dominante, egemone perché in tanti hanno voluto crederci durante i lunghi anni del self made man, del “tutti imprenditori”, dal tycoon dell’industria al pizzicagnolo all’angolo, fino al lavoratore che non è più precario e sfruttato, ma “imprenditore di se stesso”, nella progressione infinita, quand’anche solo presumibile, dell’economia.

Una mito seducente, capace di far leva sull’apparato dei desideri, di generare passioni e promesse a cui non sempre dare seguito, infatuazioni persino durature. E come tale, in grado di deludere, non prima di aver spostato su di altro le ire per l’oggetto desiderato e perduto, non sulla menzogna medesima del racconto di cieli azzurri e soli in tasca, se solo si fosse accettata l’ineluttabilità dei rapporti di forza nel mondo liberato dalla dittature dei corpi intermedi e, soprattutto, di quel residuo di contro potere popolare che ostinatamente ambisce a essere ogni sindacato dei lavoratori.

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L’Appendino è dov’era Pericu nel luglio del 2001

«Non sfugge la responsabilità tutta politica, di aver lasciato Torino senza G7 perché, dicevano, bisognava evitare che si fermasse la città, e invece a Torino è sfuggito l’appuntamento politico mondiale, ma son rimasti gli scontri per strada. […] L’altra, enorme, responsabilità politica, è che ci sono alcune persone che ricoprono ruoli importanti istituzionali della nostra città e che avallano la protesta. Ma a proposito, Chiara Appendino, dov’è?».

Le parole riportate sopra sono del responsabile organizzativo del Pd torinese, Saverio Mazza, che su Facebook, poi, si diverte anche in un post giocato su un poco originale «AAA, cercasi Sindaca di Torino». Ora, per me i cinquestelle sono l’incarnazione perfetta della voglia di rinuncia a partecipare che da tempo sento crescere in me; se siamo arrivati lì, è meglio darsi alle boccette. Detto questo, però, sugli scontri nel capoluogo piemontese in concomitanza col G7 a Venaria e sulle responsabilità politiche, a differenza di Mazza, non posso non seguire un filo di coerenza intellettuale: se nel 2001 le colpe le demmo agli Scajola e ai Fini, oggi non possono andare alle Appendino. Nessuno di noi si chiese dove fosse finito Pericu in quei giorni di luglio del 2001 che sconvolsero Genova, e per tensioni e problemi in città ben più gravi. Perché oggi la responsabilità dovrebbe essere del primo cittadino e non, come allora, dei titolari dei dicasteri governativi?

Fate pure, ovvio. Per me, l’Appendino, secondo il loro assunto per cui “uno vale uno”, non è di natura diversa dal grillino medio da tastiera, sebbene, negli stessi ambienti vicini a Mazza, non di rado si è cercato di spiegarne un’alterità fatta di sobrietà sabauda rispetto alla, immagino, approssimazione caciarona della collega capitolina. Ma se le responsabilità per gli scontri in città devono ricadere sull’amministrazione municipale, allora lo dovranno sempre. A Torino come a Genova, a Roma come a Firenze e Bologna, Napoli o Milano.

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Capita pure a me di riderne, ma in effetti ha ragione chi consiglia di non sottovalutarlo

Lo ammetto: quando penso a Di Maio, rido. Sia chiaro, non che mi capiti spesso, ché per fortuna ho ben altri e più interessanti e dolci pensieri. Ma, a causa della sua quasi onnipresenza in tv e sui giornali, accade; e quando succede, dicevo, rido. Un po’ per lui, a cui consiglierei un disco degli Intillimani accompagnato da un manualetto semplificato di grammatica; molto per quest’Italia che con uno come lui con velleità da classe dirigente ha dovuto fare i conti. In effetti, però, se non tutte le ragioni, di sicuro ha pochi torti chi consiglia, come Francesco Castellato in un suo articolo ricco di spunti interessanti, di non sottovalutarlo.

Scriveva sul sito Linkiesa qualche giorno fa Castellato che Di Maio rappresenta un buon pezzo della nazione per vari motivi, tra cui (e a mio giudizio quelli più calzanti in tutta la riflessione), il fatto che «non è solamente “uno di noi”. È la personificazione di tutto ciò che di noi è stato penalizzato, in questi anni. È giovane, il più giovane candidato premier che ci sia mai stato, coi suoi 31 anni, nel momento in cui la disoccupazione giovanile ha raggiunto percentuali da record. È del Mezzogiorno, negli anni in cui la forbice tra Nord e Sud del Paese è tornata ad aprirsi come mai prima d’ora. È (era) un freelance, senza contratto a tempo indeterminato: di quelli che le banche nemmeno li fanno avvicinare allo sportello. La personificazione della vittima di questi dieci anni di crisi. […] Di Maio è perfetto per marcare le distanze tra la classe dirigente e il resto del Paese. Attacchi lui e le sue debolezze, e finisci col prendertela con la maggioranza degli italiani. Lo sfotti perché non è laureato? Notizia: siamo il penultimo Paese europeo per percentuale di laureati sul totale della popolazione. Lo sfotti perché prima di fare politica era un giovane nullatenente e disoccupato? Contateli, i giovani nullatenenti e disoccupati, e aggiungeteci pure i loro genitori, già che ci siete. Ah, e se credete che fare i primi della classe coi tempi verbali e le citazioni in punta di Wikipedia porti consenso, vuol dire che vi siete dimenticati quanto fossero “popolari” i primi della classe quando andavate a scuola». Verissimo; non saprei aggiungere altro.

Tranne forse una cosa. Curiosamente, il post di Castellato era titolato: «Di Maio è l’autobiografia dell’Italia di oggi». Non so quanto volutamente provocatoriamente, ma quelle parole sono la citazione di un pezzo famoso di Piero Gobetti su La Rivoluzione Liberale in cui spiegava le ragioni del fascismo anche con la rinuncia alla lotta politica, come si potrebbe dire oggi, con la fine dello scontro tra destra e sinistra, tra interessi concorrenti, tra opposte ideologie.

Per poi concludere, mestamente: «È doloroso dover pensare con nostalgia all’illuminismo libertario e alle congiure. Eppure, siamo sinceri fino in fondo, c’è chi ha atteso ansiosamente che venissero le persecuzioni personali perché dalle sofferenze rinascesse uno spirito, perché nel sacrificio dei suoi sacerdoti questo popolo riconoscesse se stesso. C’è stato in noi, nel nostro opporsi fermo, qualcosa di donchisciottesco. Ma ci si sentiva pure una disperata religiosità. Non possiamo illuderci di aver salvato la lotta politica: ne abbiamo custodito il simbolo e bisogna sperare (ahimè, con quanto scetticismo) che i tiranni siano tiranni, che la reazione sia reazione, che ci sia chi avrà il coraggio di levare la ghigliottina, che si mantengano le posizioni sino in fondo. Si può valorizzare il regime; si può cercare di ottenerne tutti i frutti: chiediamo le frustate perché qualcuno si svegli, chiediamo il boia perché si possa veder chiaro».

Scettico anch’io; chissà, forse, domani.

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L’università e il portato simbolico che chi la vive non le riconosce

Mi è capitato di discutere, sui social e dal vivo, dei fatti di cronaca legati all’indagine sul sistema delle abilitazioni scientifiche nazionali condotta dalla Procura di Firenze, e molti di quelli che, personalmente o per via di congiunti, hanno a che fare con il mondo accademico per vie professionali, docenti, ricercatori o dottorandi che siano, si sono precipitati, accalorandosi in alcuni casi, a spiegarmi che «non si può generalizzare partendo da un’inchiesta», «l’università non è tutta così», «negli ultimi anni molte cose sono cambiate», e via discorrendo con argomentazioni, come quelle contenute in questo bell’articolo di Fabio Sabatini per Strade, tese a chiarire ai profani, nel senso di non pienamente consapevoli dei risvolti della materia, quali e come sono i processi selettivi oggi in quell’universo.

Bene, amici carissimi e professionisti dotati: tutto quello che dite, chi mai l’ha messo in discussione? Non di certo io; lungi da me pensare che gli atenei siano un coacervo di corruzione, che lì non alberghino competenze e conoscenze pregiate ed elevatissime, che chi è davvero capace, per quelle strade trova il suo posto. Ma perché ve la prendete con l’indignazione di quelli che non conoscono tutti i meandri dei luoghi che frequentate? Bisogna forse sapere a memoria tutti i commi del Codice degli appalti per indignarsi quando un sindaco o un dirigente pubblico finiscono in carcere? È necessario essere medici esperti per scandalizzarsi per un caso di malasanità? Non si può provare rabbia se la Guardia di Finanza scopre un giro di evasione Iva e false fatturazioni se non si è almeno tributaristi affermati? E perché se cose non dissimili accadono fra le aule e i dipartimenti di una facoltà dovrebbe essere diverso? Per differente lignaggio, perché non si può provare sdegno per il comportamento di un docente senza avere il suo stesso numero di pubblicazioni, in virtù di una qualche alterità accademica? Qui ci sono sette professori arrestati, ventidue interdetti dall’insegnamento e una cinquantina di indagati: a meno di non pensare a un complotto dei giudici verso il sistema dell’alta formazione e della ricerca, dev’esserci di più di qualche chiacchiera da bar o post senza fondamento. Calmatevi, vi prego: nessuno giudica tutti, ma alcune cose si vedono. E si criticano, come pure voi accademici fate quando vi lamentate delle cose che, alla stregua di noi che non abbiamo fatto i vostri stessi alti studi, leggete sui giornali.

E poi c’è un dato che, paradossalmente, sembra sfuggirvi; quei luoghi che frequentate con la sicurezza dell’abitudine, per gli altri hanno anche un valore simbolico, quasi la sacralità del concetto dell’eccellenza. Per questo motivo, un cognome che si ripete lì fa molto più rumore di uno che si reitera in altri, più bassi e meno prestigiosi, gangli della vita pubblica di questo Paese. Possibile che non ve ne accorgiate?

Su tutto, poi, c’è quella un’usata pratica delle classi dirigenti nostrane che ha sensibilizzato e reso meno disposto alla comprensione l’approccio medio a questioni come queste. Volendo usare un esempio, ieri mi veniva spiegato che la «storia dei cognomi» nelle università è sopravvalutata. Concesso; ma esiste. E non si mette in dubbio che il talentuoso possa riuscire a emergere. Al contrario, fa sorgere molti dubbi la constatazione che in alcune famiglie siano tutti talentuosi. Di più, mi si diceva che conta poco perché sono i curricoli a definire le carriere, e quelli si formano in modi complessi, attraverso gli studi e i percorsi individuali e pure con meccanismi poco rispondenti alle logiche parentali, come le pubblicazioni su riviste scientifiche serie, che guardano più alla qualità della ricerca che alla genealogia del ricercatore.

Anche qui; ovvio. Però, c’è o no problema familistico, o di cerchia, gruppo, clan, in quegli ambienti? C’è un problema di opportunità date solo ai figli di, agli amici di, ai sodali di, oppure ce lo inventiamo noi che siamo esclusi dai giri migliori? E non è forse in virtù di quelle stesse opportunità che si costruiscono e ampliano i curricoli che poi vengono selezionati (perché a quel punto lo sono, sicuro) quali migliori?

Io di università non ne capisco affatto, ma se uno viene favorito nell’accesso alle migliori, nel fare un dottorato, nell’avere un posto da ricercatore, nel condurre gli studi più proficui, nel pubblicarne i risultati attraverso i canali più importanti, non è forse proprio in virtù di quel favore che si definisce il suo curriculum, per quanto prestigioso e saldo sia? E non dovrebbe destare scandalo quella situazione? Non dovrebbero indignarsene quanti pensavo di non essere arrivati a quelle vette esclusivamente perché non all’altezza? Sarebbe come impedire al figlio dell’operaio di iscriversi a medicina, e poi pretendere che accetti sorridendo che diventi primario quello del padrone perché il suo non è diventato dottore.

Per questo, in un Paese a mobilità sociale bloccata, la «storia dei cognomi» non è un marginale inconveniente.

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Se per paura che vincano fate le loro politiche, non stupitevi che qualcuno ignori le differenze

«La differenza che non fa differenza non è una differenza». La frase, in apparenza banale, viene solitamente attribuita a William James, fra i primi esponenti della filosofia pragmatista, che pare l’abbia mutuata in parafrasi da una precedente affermazione dal fondatore di quella corrente di pensiero, Charles Sanders Peirce, riportata dallo stesso James (Conferenza II. Che cosa significa pragmatismo, in W. James, Pragmatismo, 1907, edizione italiana a cura di S. Franzese, Milano, 2007, pag. 33): «Non ci può essere una differenza da qualche parte che non si traduca in una differenza altrove».

Tutta questa introduzione, diciamo così, filosofica – pur senza averne io le opportune competenze accademiche – per dire ai teorici di un altro tipo di pragmatismo, quello che si vuole immaginare quale modus operandi in politica, che può essere data differenza solo se delle differenze si producono. Così, fare le cose che farebbe la destra se vincesse solo per paura che la destra vinca, non ha molto senso e, appunto, non pone in campo delle differenze apprezzabili fra le due ipotesi. Quella sullo ius soli, con Alfano che si lancia in sottigliezze dialettiche per spiegar la distanza fra il possibile e il giusto, è un caso di scuola in questo senso. Scrive bene Mario Calabresi: «hanno vinto la propaganda della Lega, la furbizia di Grillo e Di Maio, le paure e le mistificazioni. Hanno perso ottocentomila ragazzi, la politica che ha il coraggio di scegliere e uno scampolo di idea che si poteva ritenere di sinistra, ma perfino di centro». Solo che il direttore de La Repubblica dimentica qualcuno, nel suo elenco dei vincitori e vinti in questa storia: i parlamentari e i politici delle forze di maggioranza. Sì, perché loro, in quella peculiare accezione pragmatica della politica di cui si diceva, sono da considerare fra i vincenti. Se, infatti, vincere è stare al governo, lì sono; ergo, hanno vinto.

A nulla valgono le idee, i princìpi, le visioni complessive. Contano le cose concrete che fanno le donne e gli uomini pratici; si fa solamente quello che si può fare, senza inseguire per forza quel che è giusto, come giustamente, dal suo punto di vista, ovvio, spiega il ministro degli Esteri: l’importante è che siano quelli giusti a farlo.

È la fine delle ideologie, che festeggiavamo cavalcando un muro che cadeva. E questo era.

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