«Does any of this sound familiar?»

Devo dire che l’offerta di giornali della Lufthansa è sempre ricca e interessante. Ma siccome martedì era il giorno delle consultazioni di midterm americane, mi sono diretto sul New York Times (la Faz l’ho presa, confesso, ma messa in valigia per non far la figura dell’imborghesito e perché il tedesco lo leggo con maggiori difficoltà di quelle affrontabili in un viaggio aereo tra Berlino e Torino, con cambio a Monaco e bimbo stanco). Andando al dunque, nella sezione delle opinioni, David Leonhardt scriveva in articolo da Budapest per l’edizione internazionale del quotidiano newyorkese del 6 novembre scorso: «What Orban has done is to squash political competition. He has gerrymandered and changed election rules, so that he doesn’t need a majority of votes to control the governement. He has rushed bills through Parliament with little debate. He has relied on friendly media to echo his message and smear opponents. He has stocked the courts with allies. He has overseen rampant corruption. He has cozied up to Putin. To justify his rule, Orban has cited external threats – especially Muslim immigrants and George Soros, the Jewish Hungarian-born investor – and said that his party is the only one that represents the real people. Does any of this sound familiar?».

Più o meno alla lettera, l’opinionista del Nyt, parlando di una «minaccia di orbanismo in America» spiegava: «Ciò che Orban ha fatto è stato schiacciare la competizione politica. Ha applicato metodi di gerrymandering (nota mia: processo di manipolazione dei confini dei collegi elettorali per indirizzare i risultati in un senso o nell’altro) e ha cambiato le regole delle elezioni, in modo da non aver bisogno della maggioranza dei voti per controllare il governo. Ha affrettato i processi legislativi del Parlamento attraverso una riduzione del dibattito. Ha fatto affidamento sui media amichevoli per amplificare il suo messaggio e diffamare gli avversari. Ha riempito i tribunali di alleati. Ha supervisionato la corruzione dilagante. Si è unito a Putin. Per giustificare il suo dominio, Orban ha citato minacce esterne – in particolare gli immigrati musulmani e George Soros, l’investitore ebreo di origine ungherese – e definito il suo partito l’unico che rappresenti le persone reali. Qualcosa di questo vi suona familiare?». Beh, per rispondere a Leonhardt, direi proprio di sì, nell’oggi e per l’ieri, sinceramente, al di là e al di qua di quell’oceano su cui il moderno Occidente si è andato formando e definendo.

E tristemente, quelle parole me ne hanno riportate altre alla mente, quelle con cui Liliana Segre, qualche mese fa, parlava della fine possibile e progressiva del mondo che conosciamo: «La democrazia si perde pian piano, nell’indifferenza generale, perché fa comodo non schierarsi, e c’è chi grida più forte e tutti dicono: ci pensa lui». Pian piano. Perché non si cade mai completamente e in un momento preciso, ma le fasi arrivano così, un po’ per volta, fino a che ci si trova immersi in qualcosa di orrendo da cui non riusciamo a uscire e dove non sapremmo dire come ci siamo arrivati.

Di questo, non so quanto volutamente, il Memoriale della Shoah di Berlino (costruito non lontano da dove passava il Muro, quasi a ricordare il doppio volto di una città al tempo stesso luogo dei carnefici di prima e delle vittime di dopo) è una dura simbologia. Avvicinandosi, quasi non ci si accorge di essere già sulle prime steli; ma andando avanti, esse diventano più alte, fino a catturarci in un reticolo che non fa vedere la luce, né l’uscita.  

I tempi sono differenti, i modi e le forme della storia anche. Però il fine di quelli che vogliono il potere per il dominio non è diverso, e la disattenzione rappresenta sempre il loro miglior alleato: ecco perché ogni dettaglio è importante. Ed ecco perché non possiamo stancarci di batterci per ogni diritto negato, soprattutto alle minoranze. D’altronde, non esiste una maggioranza tale e definita per sempre, ma è dall’unione di piccole parzialità che nasce, e di cui continuamente si costituisce, un popolo, una nazione, una comunità.

Il resto, sono solo slogan da demagoghi che posson sedurre, e che sempre tradiscono.

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Speriamo che nessuno v’insegua con i forconi

Ricordando che il suo collega di partito Alessandro Di Battista in campagna elettorale citò la strategia della gradualità con la parabola, resa celebre da Chomscky in Media e potere (opera che descrive, in verità, molte delle tecniche utilizzate dai nuovi governanti in tanti posti del globo), della rana bollita, Elena Fattori, nel suo blog sull’Huffington Post Italia, crea una piccola distopia per descrivere la situazione attuale del governo e della maggioranza di cui fa parte.

Scrive la senatrice del M5S, immaginando di raccontare la realtà dell’oggi in un convegno o durante un comizio di qualche mese prima delle elezioni: «Il Movimento 5 stelle non fa alleanze, ma noi cambieremo il termine, ci alleeremo con la Lega e chiameremo questa alleanza “Contratto”. Ricordate la bella presentazione dei ministri 5 stelle che vi avevamo chiesto di votare? Perché il Movimento presenta la sua squadra prima delle elezioni così il popolo può scegliere i suoi ministri. Ecco, non c’entra niente con la squadra di governo che verrà, ma voi non ci farete troppo caso. Avremo un presidente del Consiglio non eletto dal popolo a voi totalmente sconosciuto, come ministro dell’Interno Matteo Salvini, e un ministro della Famiglia “tradizionale” forse un po’ omofobo, ma pazienza. Poi diremo sì alla Tap, sì all’Ilva, valuteremo costi/benefici per decidere sulla Tav e anche sul Ceta ci ragioneremo. Faremo un condono fiscale e uno edilizio. Ed eleggeremo come presidente del Senato una berlusconiana doc. Per quanto riguarda il tema migranti scordatevi il saggio piano 5 stelle di accordi con i paesi di provenienza, lo smantellamento dei grandi e orribili centri di accoglienza che generano conflitti sociali e disagi per i cittadini. Scordatevi la gestione pubblica dell’accoglienza diffusa, i tempi rapidi per le domande di asilo che consentano di rimpatriare chi non ha diritto ed accogliere con dignità i rifugiati. Toglieremo la gestione di migranti ai Comuni e la affideremo ai privati senza gara di evidenza pubblica raddoppiando i tempi di permanenza da nove a diciotto mesi, favorendo così il business dell’immigrazione. Doneremo 150.000 nuovi clandestini alla criminalità organizzata per il lavoro nero e lo spaccio. Chi invocherà il rispetto del programma 5 stelle rischierà sanzioni e persino di essere espulso per non contrariare l’alleato Salvini».

Quasi sconsolata, Elena Fattori conclude il suo post del 29 ottobre con una tristezza che traspare fin dalla punteggiatura: «Mi avrebbero preso per folle o per lo meno mi avrebbero rincorso con torce e forconi. Ma si sa, le rane saltano solo se le butti nell’acqua bollente. Se accendi il fuoco nel pentolone e la temperatura sale piano piano…».

Io spero sinceramente che nessuno, in un domani più o meno lontano, insegua i governanti dell’oggi, soprattutto se le fortune che ora a questi arridono dovessero mai tramutarsi, come spesso accade alle cose degli uomini, in minori agi e possibili inciampi. Però, benedetti ragazzi, il fuoco sotto il pentolone nella cui acqua siete immersi l’avete acceso voi stessi, o almeno alcuni di quelli con cui vi accompagnavate. Quando, in fondo, l’unica cosa che volevate sentire non era cosa avrebbero fatto i vostri al posto degli altri, ma che quegli altri, appunto, sloggiassero dai loro posti.

Battendo le pentole e incuranti di chi, sotto di quelle, attizzava i fuochi.

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E i grillini dissidenti scoprirono la democrazia rappresentativa

«Noi non siamo “spingibottoni”». Dice proprio così la senatrice del M5S Paola Nugnes, «spingibottoni», per spiegare che l’unica sua fedeltà le deve agli ideali e alle idee con cui, e su cui, ha chiesto i voti ai cittadini, mentre il capo politico del suo partito evoca duri scenari di contrapposizione tra quelli «seduti dalla parte giusta della Storia», loro, ça va sans dire, e tutti gli altri, quelli al soldo di Soros, dei Rothschild , della Casta o che semplicemente si macchino del reato di mancato applauso festante a ogni uscita dell’amato leader sul balcone di Palazzo Chigi.

Ora, a parte l’insanabile contraddizione fra i termini nell’immagine marziale di un «movimento» teso al «cambiamento» e chiuso a «testuggine» sulle posizioni da difendere evocata da Di Maio, i dissidenti grillini, nella loro sostanziale rivendicazione di indipendenza da mandato imperativo, sbagliano. No, non perché non sia giusto che lo facciano; io ho sempre difeso quel principio, in ogni circostanza e contro chiunque, pure quando a metterlo in dubbio erano gli esponenti dei partiti per i quali avevo votato, e dico che, nel rivendicarlo, Nugnes e gli altri fanno bene. Sbagliano perché quel soggetto politico in cui sono stati eletti nasce proprio dall’idea di superare la democrazia rappresentativa, nell’ottica di una piena fusione tra popolo (di per sé e totalmente considerato) e movimento (inteso in ogni sua sfaccettatura, comprese quelle istituzionali). Se c’è identificazione assoluta fra volontà generale e azione particolare, però, non ci può essere eccezione, dissenso, opinione diversa che tenga: o si sta col Movimento, o gli ci si oppone. In una singola istanza come sul complesso delle scelte, da quel punto di vista, non fa nessuna differenza.

Per questo, la conseguenza logica della loro rivendicazione, porta i dissidenti alla contraddizione pratica nel soggetto politico a cui appartengono: se rivendicano la funzione assegnata loro dall’art. 67 della Costituzione, rappresentano l’intera Nazione e quindi non possono essere assoggettati ad alcun volere che non sia il proprio, fino all’estrema conseguenza del farsi oppositori a chi lo chiedesse. Se, al contrario, spiegano il loro agire quali “portavoce” del Movimento, e quindi a esso completamente collegati e rispondenti, non rimane loro alcun margine di autonomia, rinnegando quel principio costituzionale che dovrebbe guidarli nel ruolo che nelle istituzioni svolgono.

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No, non siete «il popolo», ma una semplice maggioranza relativa e temporanea

I commissari dell’Ue «non stanno attaccando un governo, ma un popolo». Lo ha detto ilministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini. Truppe unioniste stanno forse ammassandosi al di là delle Alpi per invadere il nostro spazio nazionale? Ovviamente, ipotetici risvolti marziali in quell’accusa di attacco non ci sono: semplicemente, da Bruxelles hanno fatto sapere che, stando ai vincoli e agli impegni dalla stessa Italia già assunti e accettati, la manovra finanziaria presentata dal Governo va respinta. Tutto qui; con l’intera totalità degli italiani non ce l’ha nessuno, tantomeno la Commissione europea.

Poche cose trovo più noiose della ripetizione dell’ovvio. Ma non di rado, anche la noia è necessaria. Quindi, cari amici legastellati (si fa per dire e vale pure per quelli che c’erano prima e per chi verrà dopo), permettetemi di correre il rischio della pedanteria; essere all’opposizione di un Governo, bocciarne le decisioni o semplicemente esprimere un parere contrario rispetto ai suoi atti, non significa lavorare contro l’interesse di un intero Paese. Per una ragione semplice: «la maggioranza» è solo una parte di esso, non il tutto. Figuriamoci quanto possa esserlo una singola norma che questa, nel suo essere relativa e temporanea, approva.

Le urla sgraziate dai balconi a rivendicare l’identificazione totale e assoluta con «il popolo» possono funzionare sui profili social dei sempre entusiasti acclamatori di ogni sortita governativa. Però, sono una falsa affermazione. Non siete tutto il popolo, perché, di questo, solo un terzo effettivamente vi ha votati – depurando il dato dei voti dalla maggioranza presi della quota di quanti non ne hanno espressi avendone diritto e di chi, ovviamente, ha votato per altri – e perché, in quello, sono da conteggiare quanti vi osteggiano, vi si oppongono, fanno resistenza al vostro agire.

Anche quelli che non vi piacciono, pure io, s’intende.

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In ogni caso, è una questione di “scelta”

«Quello che colpisce», scrive sull’edizione torinese de La Repubblica di domenica 21 ottobre Francesca Bollino (in un articolo intitolato I volenterosi delatori sabaudi che schedarono gli ebrei torinesi, a riprendere il titolo della drammatica opera di Goldhagen) a proposito della mostra organizzata curata dall’archivio storico del Comune di Torino per ricordare gli orrori delle leggi razziali, «[…] è uno zelo tutto torinese nell’applicare la direttiva sulla razza. L’immagine – o il mito – della Torino antifascista, città tradizionalmente fredda nei confronti del duce, resta piuttosto scalfita».

«Già ad agosto», continua il bel pezzo della Bollino sui fatti di quel nero 1938, «e quindi ben prima dell’entrata in vigore delle leggi sulla razza, l’amministrazione aveva fatto richiesta a tutte le scuole di inviare gli elenchi degli alunni per i quali le famiglie avevano chiesto l’esenzione dell’insegnamento della religione cattolica, con la presunzione che si trattasse di ebrei. Lo stesso vale per gli insegnanti. E tutte le scuole rispondono, con tragica prontezza». E c’è un passaggio, nella ricostruzione della giornalista, che fa davvero riflettere su quanto possa essere realmente «banale» il male, quasi fosse un lavoro fra gli altri. Da Roma chiedevano con insistenza i dati a tutto il Regno, autorizzando anche i comuni ad assumere personale o a pagare gli straordinari. A Torino si erano portati avanti, con una delibera del Comune del 3 ottobre, oltre un mese prima dell’emanazione delle norme della vergogna, che finanziava i costi per il lavoro in più dei dipendenti impiegati nel censimento, i quali, si può leggere nel testo del provvedimento esposto nella rassegna dell’archivio storico cittadino, «hanno lavorato con enorme zelo, la sera, durante i giorni festivi, per arrivare a raccogliere quanti più dati possibili». Tutto questo per dire che, al di là di ciò che il tempo, i costumi e i governi stabiliscano essere la legalità, ciò che accade è sempre e solo una questione di scelte individuali.

No, nessuna caduta in una forma di esistenzialismo sartriano; sto parlando proprio di responsabilità morale, pratica, effettiva derivante dalle scelte di qualcuno sulla vita reale e concreta di qualcun altro. Non furono le leggi di per sé a segnalare, segregare e poi crudelmente sopprimere gli ebrei. Furono, al contrario, esseri umani, singoli che nella loro assoluta libertà, decisero così.

Per questo ha ragione Domenico Lucano, il sindaco di Riace sospeso dal suo incarico e indagato per non aver rispettato tutte le leggi che contrastavano con la sua idea di giustizia e umanità, nel dire che pure le leggi naziste, nel tempo in cui furono efficaci, costituivano «la legalità». Le leggi, i codici, gli ordini, ci sono e ci saranno sempre. E non sempre saranno giusti o corretti. Rispettarli, renderli efficaci, eseguirli è invece, tutte le vole e in ogni occasione, demandato al singolo, nella sua libertà, per quante e quali conseguenze l’esercizio di questa possa avere.

Sempre; nel bene e, appunto, nel male.

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Molti credono di non poter vincere al vostro gioco; ecco perché ne fanno un altro

In un articolo non proprio tenero nei confronti del Governo italiano, soprattutto nella sua parte pentastellata, lo scorso sabato sul feuilleton della Frankfurter Allgemeine Zeitung, Klaus Georg Koch retoricamente poneva una domanda come la potrebbero porre i tanti che lui identificava potenziali sostenitori di quel movimento, ma che, in fondo, non si può dire fosse davvero lontana dalla realtà dei fatti: «Warum noch mitspielen, wenn man sowieso nur hinten landet?». Più o meno: che senso ha giocare, quando si finisce sempre solo dietro? Ecco, credo che un interrogativo del genere, a torto o a ragione, in molti fra i nostri connazionali se lo siano posti. E la risposta la conosciamo anche dai loro comportamenti elettorali.

Vedete, io lo so che ci sono le regole in qualsiasi gioco, pure in quelli politici e sociali, internazionali ed economici. E so che, mediamente, se si vuol giocare, in una certa misura bisogna seguirle, rispettarle, quantomeno accettare che vi siano. Ma, appunto, se si vuol giocare. Una voglia che, suggerisce forse senza nemmeno accorgersene la firma della Faz, in alcuni potrebbe essere passata. Perché? Beh, perché da tempo non vincono. Anzi, da sempre, non hanno mai vinto, son sempre stati battuti, solitamente arrivando fra gli ultimi. Che tutto ciò sia effettivamente così non importa; così è percepito, e tanto fa, nella disposizione d’animo e di spirito di quelli che a questo tema si approcciano e si comparano. Non vinco mai, sembrano dirsi, che gioco a fare, perché devo rispettare regole che di me non hanno alcun rispetto?

E ripeto, non c’entra assolutamente nulla la realtà effettiva delle cose: basta la percezione che di queste si ha. Giusto o sbagliato che sia, c’è tanta gente in questo Paese, milioni di persone, a giudicare dai voti espressi, che crede che l’Europa, l’Unione europea, sia stata per loro un’immane sciagura. E una delle colpe nostre, di tutti noi, è stata quella di non aver spiegato abbastanza come così non fosse.

Se davvero pensiamo che così non sia, s’intende.

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Cosa pensate che ci possa essere, al posto di quest’Europa che disprezzate?

«Avevo ormai vissuto dieci anni del nuovo secolo, avevo veduto l’India, una parte dell’America e dell’Africa, cominciavo a guardare la nostra Europa con nuova e feconda gioia. Mai ho tanto amata la nostra vecchia terra come in quegli ultimi anni prima della guerra, mai ho tanto sperato nell’Europa, mai ho tanto creduto nel suo futuro come in quegli anni in cui ci sembrava di assistere a una nuova aurora. Era invece già l’igneo riflesso dell’enorme incendio che s’avvicinava».

Le parole qui sopra sono di Stefan Zweig, da Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo (nella traduzione di Lavinia Mazzucchetti, per Mondadori, edizione 2017, pag. 167). Le ho cercate dopo aver letto di un sondaggio di Eurobarometro che vede gli italiani come il popolo maggiormente euroscettico. Quel sondaggio dice anche che, se si votasse oggi, solo il 44% dei nostri connazionali sceglierebbe convintamente di rimanere nell’Ue. Ora, premesso che io vorrei qualcosa di più integrato e con ancora meno sovranità da parte degli Stati nazionali, non credo di poter comunque essere annoverato fra i fanatici dell’extra Unionem, nulla salus. Per questo, ai tanti che pensano che la soluzione a tutti i mali stia nell’abbandonare quella bandiera blu d’oro stellata, una domanda mi piacerebbe farla: ma fuori, cosa pensate di trovare? Perché cosa c’era prima lo sappiamo, ma quello che potremmo trovare dopo è oscuro; e non è escluso che sia proprio sinonimo di buio.

Sempre Zweig, perché oggi è a lui che affido questo spazio: «Mi trovai per caso a Strasburgo, in viaggio per il Belgio, il giorno in cui il grande dirigibile Zeppelin si preparava al suo primo viaggio e potei vederlo salutato dal giubilo della folla nel suo volo attorno alla veneranda cattedrale, quasi volesse, librandosi, rendere omaggio al millenario capolavoro.  La sera, quando ero già da Verhaeren, giunse la notizia che il dirigibile si era sfracellato a Echterdingen. Verhaeren aveva le lacrime agli occhi ed era terribilmente sconvolto; perché belga non rimaneva indifferente alla catastrofe tedesca, ma perché europeo, uomo del suo tempo, sentiva la comune vittoria sugli elementi e soffriva del lutto comune. Quando Blériot superò in volo la Manica esultammo a Vienna come fosse un nostro eroe; nell’orgoglio per il rapido succedersi di trionfi della tecnica e della scienza si stava per la prima volta formando un senso di solidarietà europea, una coscienza nazionale dell’Europa. Come sono assurdi, ci dicevamo, questi confini ora che un veicolo li può tanto facilmente sorvolare; come artificiose e provinciali queste dogane e guardie di confine, contrarie al senso del tempo nostro, che visibilmente aspira all’unione e alla fraternità universale! Tale slancio dei sentimenti non era meno mirabile di quello degli aeroplani: io compiango tutti quelli che non hanno veduto l’Europa in quegli anni della fede europea» (Idib., pag. 170).

Quell’idea di cui discutiamo, nasce da lontano. Eppure, sempre è stata minacciata, ed è ancora il grande scrittore viennese a farcene monito, soprattutto per noi che viviamo le nostre speranze: «Ahimè, noi amavamo quel nostro tempo che ci sollevava sulle sue ali, amavamo l’Europa, ma la nostra fede ingenua nella ragione, che avrebbe saputo fermare saputo fermare la follia all’ultima ora, fu al tempo stesso la nostra colpa. È vero, noi non sapemmo leggere i segni profetici con sufficiente diffidenza, ma non è appunto proprio della vera giovinezza non conoscere diffidenza, ma fede? Noi confidavamo in Jaurès e nell’Internazionale socialista, credevamo che i ferrovieri avrebbero preferito far saltare le rotaie che portare i loro compagni al fronte come bestie da macello, noi contavamo sulle donne, che avrebbero negato i loro figli e i loro sposi al Moloch, eravamo convinti che nel supremo momento si sarebbe manifestata, trionfante, la forza spirituale e morale dell’Europa. Il nostro idealismo comune, il nostro ottimismo determinato dal progresso ci fece misconoscere e disprezzare il comune pericolo» (Ibid., pag. 173).

Curiosamente, le generazioni che vengono dopo, non di rado sono più vecchie di quelle che precedono; in fondo, invecchiare non è che accumulare esperienze, e chi segue può sommare a quelle che fa quante ne apprende da chi c’è stato prima. Ecco, comportiamoci da meno giovani di quanto lo furono loro, meno incantati e più diffidenti. A che non si debba, come Zweig, compiangere quelli che non avranno veduto l’Europa e il suo sogno.

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Se ciò che dice Di Maio è vero, han ragione i falchi nordeuropei. Se non lo è, pure

A Porta a porta, mercoledì scorso, Di Maio ha portato una pagina del decreto fiscale, con evidenziato un comma in un articolo, e ha detto che quello arrivato al Quirinale non è il testo licenziato dal Governo il giorno prima. Di più, ha annunciato querela presso la Procura della Repubblica l’indomani stesso. Ma al Colle non è arrivato alcun testo, così, almeno sull’annunciata denuncia, il ministro ha dovuto fare un passo indietro. Rimangono le parole, e quell’accusa a «una manina», che lo stesso Di Maio non sa dire se politica o tecnica, che ha truccato le carte dell’Esecutivo.

E rimane il problema di credibilità del Paese. Il vicepresidente del Consiglio dei ministri, non un troll sui social, afferma che il testo del decreto fiscale mandato al capo dello Stato per la firma non è conforme a quanto collegialmente deciso e votato dal Governo di cui fa parte. Dice, inoltre, che ricorrerà ai giudici per accertare l’accaduto. E anche se dall’ufficio stampa della massima istituzione nazionale si apprestano a far sapere di non aver ricevuto alcunché su quel provvedimento e se lo stesso Di Maio, poi, non procederà ad alcun esposto alla magistratura (che sarebbe stato un ulteriore gesto di debolezza, certificando l’incapacità del Governo di agire, in via politica e amministrativa, per tutelare l’integrità dei suoi provvedimenti), la questione rimane tutta sul tavolo. Inoltre, il suo alleato Salvini lo smentisce maliziosamente, dicendo che il provvedimento è stato votato all’unanimità, senza trucchi, e che, al massimo, è l’inserimento della sanatoria per le case abusive di Ischia infilata nel cosiddetto “decreto Genova” ad averlo contrariato. Un quadro triste, e che dà ragione a quanti, a Bruxelles, non si fidano dell’Italia.

Perché mentre Conte era tra i suoi omologhi europei a spiegare come l’intera nostra manovra finanziaria e gli atti a essa strettamente collegati fossero stati approfonditamente analizzati e di difficile modifica e revisione, uno di essi veniva certificato dal suo vice come il frutto di una modifica e di una revisione a insaputa dello stesso Governo, o di una sua parte, almeno. Ora, però, se Di Maio ha ragione, cioè se gli atti del Governo possono essere cambiati nelle poche centinaia di metri che separano Palazzo Chigi dalla residenza che fu di Paolo V, figuriamoci con quanta poca considerazione possano essere presi in esame da chi è già su di essi critico a migliaia di chilometri di distanza. Se ciò che dice il ministro, al contrario, non fosse vero, e cioè se avesse ragione il suo omologo a dire che il testo era già quello “scoperto” nel salotto di Vespa, i falchi nordeuropei che non perdono occasione a dipingerci come un Paese poco serio, sempre alla ricerca dell’escamotage e della scorciatoia per uscire dai problemi, avrebbero ragione ancora una volta.

Il dubbio non solo mio è che questa storia sia solo l’ennesima dimostrazione di quanto vedesse lungo Ennio Flaiano nel definire la situazione politica italiana grave, ma non seria. Perché il testo, molto probabilmente, era quello fin dalla riunione del Consiglio dei ministri, e così è passato, con tanto di scudo fiscale per i capitali all’estero e di soglia a 100.000 euro di evasione per singola imposta e per singolo anno. Poi, a cominciare da Travaglio, il mondo vicino ai Cinquestelle a iniziato a definirlo per quello che era: un condono peggiore di quelli di Berlusconi, perché pure ipocrita nella sua definizione di «pace fiscale». E così, da par suo, il buon grillino ha gridato al complotto, pensando di compattare le truppe contro i terribili e oscuri nemici esterni o i perfidi e obbligati alleati interni.

E queste tentate macchiette le capiscono persino oltralpe; infatti, non ci prendono sul serio.    

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Siamo ricchi, evviva!

E noi che ci preoccupavamo tanto delle coperture finanziarie: evidentemente, c’erano e le hanno trovate. Tutto va bene, in questo tempo di magnifiche sorti e progressive, rese possibili dalla perizia e dal coraggio del «Governo del cambiamento» che, finalmente, ha definito e approvato la tanto attesa e auspicata «manovra del popolo». Dite che sono ingiustamente sarcastico e inutilmente divertito? E perché mai? Siamo ricchi, evviva! Non ci credete? Sbagliate, dovreste fidarvi; lo dicono quelli assisi a Palazzo Chigi, in cui la stragrande maggioranza degli italiani si identifica, almeno stando ai sondaggi.

In Italia, mette infatti nero su bianco l’Esecutivo nella nota di aggiornamento al Def, ci sono le risorse per dare 780 euro al mese a chi purtroppo non lavora, mandare la gente che lavora e ha lavorato in pensione con “quota 100”, quale somma fra età e anni di contributi versati, e condonare le evasioni e le pendenze col fisco fino a 100.000 euro. Certo, uno potrebbe obiettare a chi governa che, se ci sono i soldi per fare tutte insieme queste cose, dando ai nostri connazionali trattamenti più generosi, vantaggiosi o del tutto sconosciuti nel resto dell’Unione, l’euro e le politiche precedenti non hanno ridotto il Paese sul lastrico, come pure essi stessi per anni ci hanno spiegato. Ma lasciamo perdere; il dato importante è che i soldi, nell’Italia del 2018, ci sono e sono tanti. Meno male.

Ora, se pensate che io sia contrario a forme di sostegno ai disoccupati o a mandare la gente in pensione prima di quello che prevedono le attuali norme, sbagliate ancora. Io chiedo – anche cantando, come si faceva negli anni della mia gioventù – il «salario minimo garantito» da quando Di Maio era alle elementari (perché le ha fatte le elementari, giusto?) e sono contro l’innalzamento repentino dell’età “pernsionabile” dai tempi in cui la Lega, con Maroni, era al governo. Contro i condoni (ancor più se ipocritamente chiamati “pace”), invece, lo sono sempre stato, almeno dalla stagione in cui li faceva Berlusconi.

Perché è lì il problema, dal mio punto di vista. Per pagare quelle misure, io vorrei una patrimoniale. E vorrei pagare l’Imu sulla mia prima casa. E vorrei un’imposta di bollo doppia sulle giacenze medie superiori ai 50.000 euro, e tripla su quelle che superano i 100.000, conteggiate per codice fiscale dell’intestatario, così da non poter essere nascoste con una semplice frammentazione in conti diversi. E vorrei che i guadagni realizzati con i Bot fossero tassati un punto in più dell’aliquota più alta per i redditi da lavoro, cinque punti quelli fatti con azioni e altri strumenti finanziari. E questi soldi vorrei usarli per un piano di salvaguardia del territorio in cui impiegare parte dei disoccupati, per dare assegni di solidarietà più generosi dell’attuale Rei e per concedere, a chi ha lavorato per anni, il meritato trattamento di quiescenza, come dicono all’Inps.

L’attuale Governo, al contrario, intende mandare in pensione la gente prima (anche delle europee, per incassare il dividendo in voti delle sue speculazioni) e promettere un reddito per tutti, e per finanziare queste misure, vuol fare un po’ di cassa scontando quanto dovuto per le tasse ed emettendo altro debito, cioè caricandone i costi sulle spalle di quelli delle generazioni più giovani e di quelle future.

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Quel mondo alla rovescia che funziona nel racconto

In un esame all’università (in un’altra vita, in un tempo diverso), mi toccò di leggere, e con estremo piacere, À rebours, di Joris Karl Huysmans. Tra gli agi di una condizione privilegiata e le nevrosi d’una vita ritirata, in quel libro il protagonistra, Jean Floressas Des Esseintes, scopre un suo peculiare modo di fare al contrario le cose che la mondanità chiede e l’esistenza impone a tutti gli altri, fino alla follia di una tartaruga intarsiata di gemme, fino al capovolgimento della natura in clisteri nutritivi, di cui egli già si immagina gran mastro in ricette e preparazioni. E al contrario mi sembrano andare anche le cose dell’oggi, qui dove viviamo.

Leggo dall’account ufficiale del Movimento 5 Stelle su Twitter, il partito di maggioranza relativa nel Governo del Paese: «Che La Repubblica sia diventato un quotidiano di regime è sotto gli occhi di tutti, basti pensare che tra i senatori del #Pd c’è Tommaso Cerno, fino allo scorso gennaio condirettore de #LaRepubblica». Ora, per questa tesi, cosa sarebbero le testate per cui lavoravano i giornalisti finiti nell’area della maggioranza attuale, da Emilio Carelli, un passato a Mediaset e poi direttore di SkyTg24, a Gianluigi Paragone, già direttore de La Padania e una carriera fra Rai e La7, fino a Dino Giarrusso, ex “iena” di Canale5, non eletto nelle file del M5S perciò premiato con un importante incarico nel ministero dell’Istruzione? Ma lasciamo perdere. Il dato più interessante di quel tweet è l’idea che il «regime» sia quello dell’opposizione. Insomma, il mondo al contrario, come si diceva.

Se un regime c’è (e io non lo credo, non ancora, almeno), al massimo è rappresentato da chi è al potere: loro. Gli altri, nella migliore o peggiore delle ipotesi, a seconda del lato da cui si giudica, fanno ciò che possono per opporsi; definirli regime è un modo preoccupante di intendere la vita politica. Una sorta di «neolingua» (a proposito di Orwell, ricordate i tre slogan sulla facciata del
Ministero della Verità? La guerra è pace, La libertà è schiavitù, L’ignoranza è forza? Appunto) nella quale non può esserci il dibattito e il contraddittorio democratico, ma solo lo scontro tra i buoni e i cattivi, il bene e il male. E se il bene coincide col potere, allora a questo non è legittimo opporvisi, a meno di non ricadere nel male, nell’errore, nel problema da risolvere, magari estirpandolo.

La tentazione di rispondere col sarcasmo a uscite del genere è sempre alta, però qui rischiamo di essere a un livello più profondo e raffinato di aggiramento della realtà nel discorso pubblico e nel racconto politico. E fino a quando questo tipo di narrazione farà presa nell’elettorato, un problema, meglio, il problema, lo avremo tutti. Non esclusi quelli che credono di stare dalla parte giusta della discussione.

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