Solo una questione contingente

«Si prenda, ad esempio, la città ucraina di Lvív (l’antica Leopolis, poi divenuta Lemberg in tedesco, Lwów in polacco e L’vov in russo, a seconda di chi comandava sulla città), dove fino alla Prima guerra mondiale la cosa più conveniente per gli abitanti fu dichiararsi leali sudditi di sua maestà l’imperatore austriaco Franz Jospeh e, fra il 1918 e il 1939, definirsi patrioti polacchi. Fra il 1939 e il 1941, l’istinto di sopravvivenza dettò loro di tributare un’entusiastica devozione all’Unione Sovietica e a Stalin. Fra il 1941 e il 1944, la loro vita dipese dal non contrariare gli occupanti nazisti, mentre dopo il 1944 manifestare una sconfinata ammirazione per Stalin divenne nuovamente una questione di vita o di morte». István Deák, Europa a processo. Collaborazionismo, resistenza e giustizia fra guerra e dopoguerra, Il Mulino, 2019, pag. 29.

Sono partito da questo passo del libro dello storico della Columbia University perché dovevo una risposta a un commento inviatomi in privato circa le mie posizioni, a detta di chi mi scriveva, «antinazionali» e «antipatriottiche». Ecco, il problema è che io non mi sento affatto “anti”, al massimo “a”, nel senso di privazione di quei sentimenti. Non li sento miei quei concetti, ma non ne capisco nemmeno fino in fondo il senso e la portata. Come nel caso di Lvív, non di rado questi hanno ondeggiato, a seconda dei momenti storici. Risalendo nel mio albero genealogico, il mio bisnonno nacque italiano, suo padre no. Quest’ultimo, se avesse lottato contro i garibaldini e l’esercito Savoia, sarebbe stato un patriota del Regno borbonico o un traditore del nascente tricolore? E nel caso contrario, chi l’avrebbe detto patriota, chi traditore? E suo figlio, finito sul Carso a combattere per una terra che avrebbe chiamato terroni i suoi discendenti, sparando a un triestino arruolato agli ordini dell’imperatore viennese, avrebbe aperto il fuoco su un futuro connazionale o su un ancora straniero nemico? E il triestino stesso, come avrebbe dovuto comportarsi? Da italiano per la lingua o da austro-ungarico per la sudditanza? E se l’ipotetico giuliano nella Grande Guerra avesse dovuto sentirsi italiano per parlata e cultura, il sudtirolese, dopo di allora e fino ad oggi, che posizione dovrebbe tenere rispetto alla sua cittadinanza?

Come capite, è un gioco che non ha senso, perché tutto quello di cui si parla, quando si dice patria e nazione, attiene alla contingenza del momento in cui viene detto e nel luogo in cui è affermato. Un anno prima e un chilometro più in là, tutto può essere diverso, ogni cosa ribaltarsi nel suo contrario. «Io sono un filo d’erba/ un filo d’erba che trema/ e la mia Patria è dove l’erba trema./ Un alito può trapiantare/ il mio seme lontano», scriveva pertanto a ragione Rocco Scotellaro nel 1949. Se quella che diceva il poeta è la patria, nazione sono i tanti steli ovunque essi tremino, di qualsiasi foggia o tonalità abbiano foglia.

In mezzo a loro, qualunque inclinazione assumano le stelle nel cielo, sono a casa.

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