Che tristezza il “vincente” Trump

«Venderò la mia sconfitta/ a chi ha bisogno di sentirsi forte/ e come un quadro che sta in soffitta/
gli parlerò della mia cattiva sorte». Sono solo canzonette, però, a volte, possono servire. Così, prendo in prestito questi pochi versi di Edoardo Bennato per parlare di quello che una certa vulgata ormai, credo, superata dalla storia ancora vuole quale uomo più potente del mondo, Donald J. Trump, quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America.

Arrivando a Londra, l’inquilino della Casa Bianca non ha trovato di meglio che scrivere un post contro il sindaco della capitale inglese, definendolo «perdente» e lasciandosi andare anche a una battuta da preadolescenti sulla sua statura. Che ci volete fare, quello è: gioca ancora nei bagni come facevano a scuola quei noiosi personaggi che solitamente segnavano il passo su tutto il resto. A lui, invece, è andata bene: figlio di padre ricco, ha usato quei soldi per farsi conoscere e la notorietà per scalare i vertici della politica statunitense. E che sia arrivato dov’è dà la misura dello stato delle cose in tutto quello che si autodefiniva un tempo «il mondo libero». In tutto ciò, provo una profonda tristezza. Per le sorti del grande Paese che accolse le mie genti (non proprio come sognava Emma Lazarus ma nemmeno tanto diversamente da quel che diceva), certo. E per lo stesso Trump: quanto dev’essere stata misera la vita di uno ragazzo cresciuto fra gli agi e dalla parte più fortunata del pianeta e dell’umanità da fargli covare tanto risentimento per gli altri da riversarlo in ostentato disprezzo in formato tweet?

Per questo, come il cantautore partenopeo, venderò a tutti coloro che ne hanno bisogno per sentirsi forti ognuna delle mie sconfitte. Anzi, gliele offrirò quale dono generoso. A me non servono, e di sicuro ne avrò altre domani. A loro, magari, possono tornare utili. Un po’ come lo sarebbe, se mai l’avessero capita o quantomeno letta, la lezione che dall’antichità a oggi ci racconta della fine che attende chi si macchi di prepotenza e prevaricazione.

O forse no. Dopotutto, dal Serse dei Persiani di Eschilo in poi, il sovrano oltremodo superbo quasi mai s’accorge di esserlo, fino al momento in cui i fatti, o gli dèi, non s’incaricano di mostrargli il limite della sua ambizione e la finitezza del suo essere. E allora, per quanto prima arrivasse un’ombra di Dario a far la sua lezione, inascoltata sarebbe come inutilmente puntuale fu in quell’opera il suo canto su cosa spettasse in paga per la presunzione e come la «tracotanza,/ poiché fiorí, fruttifica una spiga/ di sciagura, e una messe indi raccoglie/ d’amaro pianto».

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