Recuperando il senso della storia

Scrive Ezio Mauro su La Repubblica di ieri: «Il racconto oggi egemonico parla di un’Europa stanca di sé, incapace di manifestare una personalità istituzionale seducente e un carattere politico convincente, […] portatrice di un sistema di vincoli di cui la popolazione non è più in grado di rintracciare la legittimità […]. Ma se recuperiamo il senso della storia, ci accorgiamo che questa stessa Europa è molto di più […]. Ciò che troppo spesso dimentichiamo è che l’Europa non è una costruzione artificiale, per la semplice ragione che ha dato una fisionomia politica e istituzionale a un modo di vivere, a una tradizione, a una cultura […]. Cominciamo così a capire che è di noi che si parla, quando parliamo di Europa. In questo concetto storico, geografico, politico, sociale e soprattutto culturale convergono il seme greco che ha generato l’idea di città e dunque lo spazio pubblico dell’agorà, in cui per la prima volta l’individuo si muove come cittadino, il diritto romano che fissando la regola di convivenza per questi cittadini e riconoscendo i loro ambiti fonda la nozione di persone, il cristianesimo che oltrepassa la stessa invenzione giuridica dei pretori romani introducendo la rivoluzione della misericordia. Arriviamo infine ad altri elementi costitutivi dell’identità europea, che tutelano il suo carattere democratico: lo stato di diritto […]; il pluralismo […]; la contendibilità del potere […]; il rendiconto […]; la libertà di espressione fino al dissenso».

Ha ragione. È proprio recuperando il senso della storia che andrò a votare domenica. Vedete, io non ho un sentimento nazionale particolarmente sviluppato, né mi convincono gli appelli alla centralità della “patria” per la vita degli uomini. Perché so che le nazioni sono una costruzione e perché ho visto gli uomini muoversi sulla terra da quando sono in grado di farlo; nulla vieta alle une di esser diverse (e spesso, nella storia, differenti da come oggi le si ha, lo sono già state), nulla, per me, dovrebbe vietare agli altri di muoversi liberamente fra di esse, attraversandole e rimodulandole. Da questa considerazione muove quindi il mio senso per l’Unione europea, una costruzione figlia come le altre della storia e della somma delle cose fatte dagli uomini, incidentale, certo, non naturale, nel senso di non iscritta per sua stessa essenza nell’organizzazione ineluttabile del mondo, ma opportuna e giusta, per come io vedo il dover essere delle cose in questa parte del pianeta.

Perfetta? E quando mai lo sono le cose degli uomini. L’Unione nasce da uno sviluppo che prende avvio subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale, e si definisce come spazio veramente unitario, includendo la libera circolazione degli uomini e la cittadinanza europea all’inizio degli anni novanta del secolo scorso. È giovane, per l’arco della storia, una bambina; come questa, a volte può incespicare, sbagliare nel suo cammino, esser sgraziata nel passo: ma chi ha l’ha detto, per parafrasare Ingrao, che un’idea debba «nascere già tutta compiuta, quasi in bella copia?».

Ancora una citazione, per definire meglio il senso di questo appello a votare per chi o quanti – e sceglieteli voi, questo è un appello al voto per un pensiero, non a votare qualcuno per sé – più di altri vogliono oggi lavorare al rafforzamento di quel progetto, e ancora una domanda. Slavoj Žižek, a Internazionale qualche tempo fa: «nella storia dell’umanità c’è mai stato un così grande numero di persone che ha vissuto così relativamente libero, sicuro e protetto dal welfare come nell’Europa occidentale degli ultimi settant’anni?».

Rispondete su ciò a voi stessi domenica nell’urna, ve ne prego.

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