Ma è proprio tutta e solamente colpa del disagio sociale?

Capita sempre più spesso che qualcuno, dopo qualche tormentone social a proposito di strafalcioni più o meno gravi commessi da politici di spicco (qui siamo) e anonimi frequentatori di chat istituzionali (ultimi, in ordine di tempo, gli scambi di messaggi fra utenti e moderatori su quella dell’Inps), invochi, se quale soluzione o come resa non è ben chiaro, l’abolizione del suffragio universale. Battute a parte, chiariamoci.  

Io, di un diritto di voto a cui accedere previo esame, non saprei che farmene; se non fosse universale, non m’interesserebbe averlo – ammesso che ne conquisterei l’ammissione, s’intende. Di contro, però, le difese d’ufficio dell’ignoranza come epifenomeno del disagio sociale a volte non mi convincono. No, non perché non siano argomentate bene: proprio perché il caso non si addice a quelle spiegazioni. Vedere nella pretesa dei colti di togliere la possibilità di espressione politica agli altri un’odiosa prevaricazione di classe è giusto. Dire che gli ignoranti lo sono perché, e solamente perché, nati in contesti difficili non è sempre e del tutto vero. Perché ci sono quelli che non hanno potuto aver accesso all’istruzione, e vanno rispettati e aiutati. Ma non sono tutti così. Davvero nascere negli anni ’70 o ’80 del Novecento, in una città come Roma, Napoli o Milano, per quanto in periferia e in una famiglia di modeste o medie condizioni è potuto essere un disagio così grande da non aver consentito un adeguato percorso formativo, capace di far comprendere che i vaccini hanno contribuito non poco al crollo della mortalità infantile e al miglioramento delle condizioni sanitarie del Paese, che la terra è tonda e che le sirene si trovano, e magnificamente, fra i versi omerici, non certo su scogli e coste reali?

Di questo, non di altro, parliamo. Non ci sono tanto i poveri e gli ultimi della società dietro quelle reazioni che un certo orribile gergo vorrebbe risolte dal dotto con qualche coniugazione attiva dell’improbabile verbo «blastare», ma ragazzi andati a scuola, spesso conquistando anche titoli importanti, e finiti alle massime rappresentanze della nazione inseguendo scie chimiche e lunari tesi complottiste. Ci sono persone nate e cresciute in contesti adeguati a formarsi un’istruzione e una cultura media divenute seguaci del primo tirapiedi “terrapiattista”, per non dover fare la fatica di fermarsi a riflettere sull’idiozia stellare della teoria presentata a soluzione. C’è gente (e su questo, i responsabili della comunicazione social dell’Istituto di previdenza non avevano tutti i torti) che ha imparato ogni trucchetto e la totalità delle funzioni più amene del suo smartphone, ma che non ha voglia di fermarsi e cercare di capire come diavolo si inoltri quella, per sé necessaria, dannata domanda online.

Non ci sono i miei avi, che pure da analfabeti, con sudore, si sforzavano di comprendere.

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