Non è per elitismo che non mi convince il tema della Patria

«Tu critichi l’idea di patria perché sei, o peggio ti senti, parte di un’élite culturale, internazionalista e sradicata». Mi guardava quasi con compassione, più che col disprezzo che quelle parole suggerirebbero, la persona con cui mi ritrovai a parlare, incautamente, di patriottismo e sentimento nazionale. Probabilmente per quel suo «ti senti», riferitomi in relazione a un presunto sentimento elitario, chissà. Il fatto è che le motivazioni per le quali non cedo al canto dell’amor patrio non sono assolutamente da rintracciarsi in un credermi a qualcuno o a qualcosa superiore.

Al contrario: rifuggo quei concetti e quelle chiamate perché, ogni volta che un discorso è iniziato con l’appello al patriottismo, è finito con quelli della mia razza a fronteggiarsi in armi, e a uccidersi vicendevolmente, lungo divisioni create da altri, gli stessi pronti a dire «nostra», di tutti comunemente affratellati, la terra insieme calpestata, quando c’è da difenderla o accrescerla con lance e fucili, ma lesti a ribadirla loro, se mai qualcuno parlasse di dividerla e darne a tutti di che vivere. In questo sì, sono internazionalista, con i cafoni di tutto il mondo, e persino sradicato, ma senza i toni mesti con cui tale accusa pronunciava il mio conoscente, perché «la mia Patria è dove l’erba trema», sempre sapendo che un solo «alito può trapiantare/ il mio seme lontano». Tutto qui, nessuna pulsione elitaria, anzi.

La terra, mi hanno spiegato proprio quelle élites a cui impropriamente mi accostava, è di chi ce l’ha e nella misura in cui la possiede, gli stessi che fanno sempre tutto quanto possono per negarla a chi la vorrebbe non avendone; per questo ritengo giusto che siano gli stessi padroni a difenderla dalle minacce d’oltre quello che sempre loro han stabilito essere il confine. E sì, lo so, su quelle parole ben cantate dai poeti son state scritte anche belle pagine della storia. Ma sono pagine, appunto, e non sempre la mia gente le ha potute leggere.

La guerra del Piave, per esempio, fu grande nel racconto che se ne fece, e i monumenti dall’Alpi e Sicilia tutti dissero fratelli i combattenti nel fango delle trincee. Ma i figli dei Caruso, dei Rizzo, degli Esposito lì macellati furono ancora, e con disprezzo, chiamati villani e bifolchi dopo il 4 novembre, o peggio, perché l’insulto veniva da loro pari, «terroni», quando cercano pane per le proprie famiglie. E si affidarono ai fasci e ai loro manganelli i padroni, per piegare o spezzare le ossa degli eroi di Vittorio Veneto, pur di non doverne seguire le rivendicazioni portate avanti col movimento operaio. E armarono la mano degli sgherri a Portella della Ginestra e degli sbirri in molte campagne italiane contro i discendenti dei sepolti a Re di Puglia, per metter fine alle rivolte contadine.

Già, la Patria, il sentimento di comunanza, la fraternità tra figli della terra degli avi.

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