L’han fatta degli uomini, la rifaranno altri uomini

Parigi non è, nella realtà, una delle città che amo particolarmente. Bella è bella, emozionante, non so negarlo. Ma ne preferisco altre. Ripeto, nella realtà; perché nel suo portato letterario, Parigi sono i versi di Baudelaire nel lento scorre della Senna, infinitamente amata come l’uomo cantato dal poeta difronte al mare, la rive gouche dei poètes maudits e la droite di Proust, perfino i degradati sobborghi del Viaggio di Céline, raccontati così bene che quasi si dimenticano le colpe assolute del loro autore.

Eppure, ieri non ho pensato alle pagine lette. Non era la Notre-Dame di Hugo a bruciare, ma quella davanti alla quale correva l’anno scorso il mio bambino. Non il simbolo, ma la sostanza di cui è fatta a cadere giù. E la sostanza, su questo ha ragione Macron, la si ricostruisce. Non stava andando e non è andata in cenere la civiltà europea in quel rogo, ma un tetto, le sue travi in legno e anche, ovviamente, qualche importante opera d’arte. Solo dei folli sedicenti fedeli d’altro credo o dei cristiani per mero gagliardetto possono – in quest’estremismo idiota ovviamente uniti – vedere tra quelle fiamme il giudizio divino o il segno della decadenza culturale d’un continente.

Non finisce una civiltà domani perché un suo monumento cade oggi. È grave quanto accaduto, certo, e fa male al cuore vedere quel fumo dove c’era alcune tra le volte più belle al mondo. Le lacrime e i visi terrei nel guardare quelle immagini ci stanno tutti; leggerci di più di quello che è accaduto, con meglio o peggio celata soddisfazione, ancor più squallida quando veste l’ipocrisia della posa triste mentre arma il dito accusatorio verso la modernità causa della presunta perdita della tradizione, è più dannoso di quel tetto nel nero affondato.

L’han fatta degli uomini, la rifaranno altri uomini. Dèi e demoni non c’entrano.    

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