Io mi vergogno

Ragioneremo ancora e altre volte dei problemi sociali nelle periferie. Tante ancora diremo che una società allo stremo può cadere in comportamenti diversamente impensabili. Spiegheremo in più occasioni di quanto sia facile credere nel nemico indicato da una narrazione aggressiva ed eleggerlo a capro espiatorio e ragione unica per il proprio malessere. Però in me, per quello che vedo e che sento, cresce un incontenibile senso di turbamento.

Dov’è la «città maestra di accoglienza e integrazione» di cui pochi giorni fa parlava il Papa in Campidoglio? Quale diavolo di assalto stavano respingendo, da quale stramaledetto «piede straniero sopra il cuore» si stavano liberando i residenti di Torre Maura scesi a centinaia in piazza, e con tanto furore da costringere immediatamente l’amministrazione di Roma a cambiare le proprie decisioni? Davvero una sessantina di persone, per la metà bambini, rappresentano un pericolo così alto da auspicare loro la morte per inedia, calpestando — e non diteli poveri, quei calpestatori; i poveri, quelli veri, quelli della mia schiatta, il pane non lo calpesterebbero mai — il poco pane che doveva sfamarli? Di tutto questo, io mi vergogno.

E non c’entra il colore politico del governo. O meglio, non è solo quello il problema. Se domani Salvini sparisse, sparirebbero con lui anche i sentimenti vomitati in strada da quelle persone in una periferia capitolina? E non è forse vero che simili episodi li abbiamo già visti, in quella stessa città e in altre? Non sono forse tali sommovimenti sempre presenti l’humus di cui i Salvini di tutto il mondo e di ogni epoca si nutrono e nei quali crescono, e non questi ultimi gli untori malati in una società altrimenti sana?

Per tutto questo, provo dolore. E paura.

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