Non “nostri” e “loro”; solo capitalisti interessati agli utili

La Nutella compra i biscotti Murray, e così, oltre che per la colazione, siamo a posto pure per l’ora del tè. Battute a parte, la Ferrero mette a segno un altro colpo nella sua politica di acquisizione di ogni cosa di dolce da mettere sotto i denti, comprando alcuni marchi della Kellogg’s molto noti nel Nord America, quali, oltre ai Murray citati, Keebler, Famous Amos e Stretch Island. Auguri.

No, davvero: auguri. Cos’altro potrei dire? Soprattutto, come può interessarmi sapere di chi sia la proprietà di quel particolare biscotto che non compro o di quella crema alla nocciola che non mangio? Cambia qualcosa se il padrone del dolce vapore, con o senza olio di palma, abiti a Battle Creek, nel Michigan, o ad Alba, nella provincia in cui vivo? Per me no. Per i tanti che si dilungano in festeggiamenti per il risultato dell’italico brand evidentemente sì. Chiariamoci: Ferrero fa il suo mestiere. In modo non diverso da quello che fanno i vari Nestlé, Edison o ChemChina. Sono società di capitali che perseguono i propri interessi, tutto qui. Legittimamente, per carità, ma non per questo mi sento in dovere di fare il tifo a seconda della bandierina che, di volta in volta, scelgono di apporre sulla propria sede legale.

Già, scelgono di apporre. Per quanto tempo avete sentito la storia del «compro Fiat perché è italiana»? Appunto. Oggi, Ferrero ha ancora sede legale nella Granda, e qui, nei suoi stabilimenti cuneesi, occupa, e bene, migliaia di persone; sono contento, lo dico convintamente e senza ironia alcuna. Fino a quando? E se fosse acquisita da un gruppo di Sapporo, ma continuasse a produrre in tutte le sue sedi con gli stessi numeri, e magari più occupati e meglio retribuiti, dovrei solamente per la diversa nazionalità d’elezione del gruppo industriale dolermene?

E perché?

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