E adesso, abbassiamo il Pil

Fridays for FutureGlobal Strike for FutureYouth for Climate; comunque l’abbiate chiamato, ragazzi, l’altro giorno siete stati meravigliosi. E gli adulti che vi hanno sostenuto hanno fatto benissimo il loro dovere, visti gli errori fin qui compiuti. Quelli che vi hanno criticato, deriso, addirittura insultato, beh, le loro storie, opere, vicende e lo stato in cui è ridotto il mondo che vi lasciano parlano in loro accusa meglio di quanto potrei fare io.

Ora, per dar seguito e senso a quello che dicevate in piazza, vogliamo tutti, da oggi, consumare decisamente di meno, ognuno riducendo le sue spese, il proprio utilizzo di risorse, il personale accesso a beni e prodotti non strettamente necessari? Perché, vedete, l’inquinamento contro cui lottate, giustamente, altro non è che il risultato del consumismo che per anni, tutti, ci ha sedotti. Lo abbandoniamo, o il giorno dopo le manifestazioni riprendiamo a desiderare altri prodotti e nuove cose? Insomma, con le parole di un nonno dei vostri genitori, Riccardo Lombardi nel ’67, siamo capaci di uscire dal paradigma di questo tipo di benessere, «che domanda tremila tipi di cosmetici o una dispersione immensa di risorse»?

Nessuna esagerazione o pratica da mendicante scalzo: quello che intendo è che bisogna cambiare un paio di scarpe solo quando sono davvero consumate, non perché non più di moda. Che un telefonino va bene finché funziona. Che un’auto si sostituisce quando non si può più riparare. Che, in inverno, 18-19 gradi in casa sono sufficienti. Vi sembrano cose ragionevoli? Bene. Allora, pensate a quante scarpe si accumulano negli armadi, lontane dai piedi che dovrebbero calzarle, invecchiando ancora intonse o quasi, a quanti telefonini sono sostituiti con altri solo per una prestazione migliore, che comunque non sarà usata, a quante auto fiammanti sostituiscono altre ancora funzionanti, a quante case ospitano gente in maglietta quando fuori c’è la neve. Di questo, solamente di questo, sto parlando.

E della successiva e relativa riduzione del Pil, ovviamente.

Un’osservazione che mi si potrebbe fare: «Eh, ma questi sono sacrifici che ricadrebbero più sui poveri che sui ricchi». Vero. Dopotutto, il consumismo è l’altro aspetto dell’accesso ai beni e ai prodotti dell’industria da parte dei meno abbienti; i ricchi vi accedevano anche prima. Se per ridurre l’inquinamento dobbiamo restringere il consumo di questi su larga scala, saranno inevitabilmente quelli dei ceti medi e bassi che si dovranno contrarre. Come, se ciò non dovesse accadere, saranno loro le case a finire sott’acque nelle alluvioni sempre più frequenti prodotte dal climate change, loro i figli a morire nei quartieri operai a ridosso delle fabbriche che avvelenano l’aria, loro a fare più fatica a reperire gli alimenti quando i prezzi saliranno per colpa della siccità o sobbarcarsi i costi della lotta fra poveri a seguito della riduzione delle risorse della terra. I ricchi, pure allora, giocheranno in un altro campionato.

Però, con il Lombardi di prima, è il paradigma del modello di benessere che va cambiato, per andare verso un tipo diverso, «che domanda più cultura, che domanda più soddisfazione ai bisogni umani, più capacità per gli operai di leggere Dante o di apprezzare Picasso, perché questa, che preconizziamo, è una società in cui l’uomo diventa diverso a poco a poco e diventa uguale; diventa uguale all’industriale o all’imprenditore non perché ha l’automobile, ma perché è capace di studiare, di apprezzare i beni essenziali della vita».

Questa voce è stata pubblicata in economia - articoli, libertà di espressione, politica, società e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento