«Dio. Patria. Famiglia» è uno slogan fascista

Portava un cartello, la senatrice Monica Cirinnà durante una manifestazione per l’8 marzo, con su scritto: «Dio. Patria. Famiglia. Che vita de merda». Scontate e nemmeno da tenere in considerazione, dato l’argomento, le critiche della più becera delle destre europee in questo momento, che sfortunatamente, nel nostro Paese, è pure al governo. Curiosi, al contrario, gli attacchi all’esponente dem da parte di alcuni ambienti politici e intellettuali, diciamo così, di quel vario mondo che guarda alle forze di sinistra o liberali. Dall’ex ministro renziano Carlo Calenda alla già direttrice della web-tv del Pd ai tempi della segreteria Bersani Chiara Geloni, passando per il direttore del tg di La7 Enrico Mentana.

L’ansia di attaccare i dirigenti e gli esponenti del Pd può fare brutti scherzi, questo ci sta. Così come un certo loro ripiegamento borghese, che li ha portati a concentrarsi esclusivamente sui diritti civili dopo aver scordato la difesa di quelli sociali, li pone facilmente nel mirino delle critiche da sinistra. Ma rimane il fatto che «Dio. Patria. Famiglia» sia uno slogan fascista, e non si può difenderlo in nessuna chiave ermeneutica, a meno di non essere emuli e sodali dei vari Salvini e Meloni, ovviamente. Mettendolo alla berlina, il cartello impugnato dalla Cirinnà mandava un messaggio antifascista, in una manifestazione, peraltro, che si batteva pure contro alcune derive che vorrebbero il ruolo della donna relegato all’esclusiva cura della famiglia per il bene della patria, e in nome di dio, ça va sans dire; come i fascisti volevano che fosse, appunto.

Dinanzi a un’ipotetica pari superficialità di lettura fatta dai grillini, gli stessi che oggi criticano la Cirinnà sarebbero stati pronti a rinfacciare loro la poca conoscenza della storia. Invece, spiegano che non si possono ridicolizzare quei concetti perché, altrimenti, si rischia di perdere il contatto con il popolo vero e la gente comune, che in essi crede e si riconosce.

E che c’entra? Quella triade così concentrata era un messaggio politico e ideologico forte; è questo che contestava il cartello, non i concetti in sé stessi considerati. Non coglierlo, è triste. Che a farlo siano persone che leggono e scrivono libri, è persino preoccupante. Per non dire, inoltre, che in quegli stessi ambienti da cui giungono tali stigmatizzazioni, proprio del superamento della visione restrittiva di quelle definizioni insieme considerate s’è da sempre fatto impegno e missione ideologica, culturale e sociale.

Tre aggettivi, gli ultimi, per tre nozioni, queste sì, oggi davvero fatte a brandelli e dissacrate.

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