Definendole «piccole» si disprezzano le cose di tutti i giorni; per molti, le uniche

«Noi vediamo il grande problema delle città. Chi vi risiede è divenuto estraneo agli altri. La convivialità di un tempo ha lasciato il posto all’indifferenza se non alla diffidenza. Non ci si parla più. Non si conoscono più i vicini che, tuttavia, vivono e condividono gli stessi problemi: la difficoltà di trovare un posto all’asilo, l’alloggio troppo piccolo o troppo rumoroso, i problemi di impiego, i risultati scolastici dei figli, la sicurezza nel quartiere – in una parola –, la vita. […] Potrei dirvi che occorre riconciliare urbanità e urbanismo, riapprendere a parlarsi […] è questa la democrazia di tutti i giorni, quella che non trascura alcuna difficoltà della vita reale dei francesi, che sa che non ci sono da una parte i grandi problemi e dall’altra i piccoli […]. La speranza si iscrive in tale democrazia di ogni giorno, si radica nella riconciliazione dell’azione politica con la vita quotidiana, nella riconciliazione dello Stato con la società civile, trae la sua forza nella riconciliazione dell’istante con la durata».

Trent’anni fa, il 29 giugno del 1988, da poco più di un mese nominato primo ministro, con quelle parole Michel Rocard pronunciò il suo discorso di politica generale all’assemblea nazionale francese. Riconciliare l’azione politica con la vita quotidiana, lo Stato con la società civile, l’istante con la durata. Se fosse ancora fra i vivi, si potrebbe consigliare a Macron di andarci a parlare. Ma l’attuale inquilino dell’Eliseo ha una visione più simile a quella tutta interna alle strutture di comando e alle élites di potere di Mitterrand (che pure nominò Rocard primo ministro, nonostante fossero acerrimi rivali nel partito socialista) che a ciò che quello che fu ironicamente definito «il discorso del pianerottolo» disegnavano. E infatti, da allora, negli anni in Francia quei vicini che non comunicano più hanno molte volte riversato in piazza le loro frustrazioni e le proprie difficoltà. Rocard si dimise a meno di un anno da quel discorso; non lo presero sul serio i deputati francesi, non lo ascoltò nessun altro. Ma quante ragioni ancora oggi si potrebbero trovare.

Erano passati vent’anni da quell’intervento che ancora, al tempo, non conoscevo. Eppure, commentando il pessimo risultato elettorale della Sinistra Arcobaleno, mi chiedevo se non fosse stato in virtù, o per colpa, di un certo strabismo intellettuale che la parte politica a cui guardavo, e guardo, non avesse compreso quello che stava avvenendo nella realtà, quale fosse davvero, con Rocard, il «grand problème des villes». C’è una verità che non riusciamo a dirci fino in fondo: i problemi non si possono dividere superficialmente in grandi e piccoli. Perché ogni tassello di quella percezione individuale crea «il problema» della città e della società tutta: definire «piccole» le cose che ogni giorno affannano la vita è disprezzarle. E non di rado, per molti quelle sono le uniche cose che si hanno e si vivono.   

Guardo intorno, nel mio campo; mi sento come allora. E non è una bella sensazione.

Questa voce è stata pubblicata in libertà di espressione, politica, società e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento