Il razzismo è una montagna di merda ancora più grande

«Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda!». Aveva ragione Peppino Impastato, e voglio immaginarla proprio come Marco Tullio Giordana la fa gridare a Luigi Lo Cascio ne I cento Passi quella frase, urlata nel cuore della notte sotto le finestre di Tano Badalamenti. La mafia è solo questo: volontà di dominio con la violenza, sopraffazione, esclusione di quanti non sono del clan, del gruppo, della famiglia, sfruttamento dell’altro, crudeltà. Nulla in essa si può salvare; la mafia è una montagna di merda. E il razzismo lo è ancora di più.

Perché metto in parallelo la mafia e il razzismo? Perché gli elementi più deleteri ci sono tutti in entrambi i fenomeni: la sopraffazione e il dominio attraverso la forza e con metodi violenti, l’esclusione di quelli che non fanno parte del gruppo che rivendica la superiorità e il potere, lo sfruttamento dell’altro, la crudeltà inflitta senza motivazioni ad altri esseri umani. In più, il razzismo ha la dimensione potenzialmente universale. Al razzista non basta il controllo sul suo habitat immediatamente prossimo, vuole la supremazia completa della propria etnia su tutta l’umanità, vorrebbe che ogni uomo si sottomettesse alla sua Weltanschauung, che ciascun abitante della Terra riconoscesse, e di conseguenza accettasse, la superiorità sua e della sua «razza». Altrimenti, ogni mezzo coercitivo vale: dalla segregazione all’espulsione e fino alla riduzione in schiavitù o allo sterminio totale e assoluto degli altri gruppi. Tutte cose che abbiamo già visto, e in misure enormi e folli.

La mafia è da combattere e cancellare in ogni sua diversificazione. E il razzismo da estirpare in tutte le sue forme. Niente «ma», nessun «però»; sono due mali senz’appello, uno dell’altro più grande e capace di portare a stermini e delitti incommensurabili, enormi per dimensione e virtualmente assoluti nelle intenzioni di chi li attua o pensa che sia lecito dar loro corso.

E una montagna di merda, più è grande, più appesta l’aria.

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