Rompere il giocattolo o semplicemente giocarci? Una storia privata

«Beh, dopo aver passato anni a spiegare che bisogna rompere il giocattolo per capire come funziona, ti sta bene; avessi dato ragione a me, ora ci starebbe semplicemente giocando». Ha commentato così, sarcasticamente, il mio caro amico artista, dopo che il mio bimbo, in cinque minuti primi, aveva già tolto le ruote al pulmino appena comprato in un esoso negozietto di souvenir in Portobello Road. In fondo, se non aveva tutte le ragioni, di certo non gli si poteva dare ogni torto.

Mi fa sempre piacere parlare con lui, anche se ormai accade sempre più di rado, e quella sua rapida battuta m’ha portato indietro di almeno vent’anni. A una questione, in verità, per me ancora irrisolta: quella cioè se sia meglio smontare le cose che si hanno davanti, per capire come siano fatte e perché funzionino, o semplicemente usarle, un po’ come si fa con alcuni tipi di salsicce, che difficilmente mangeremmo se sapessimo cosa c’hanno messo dentro? Mah, non saprei. Lui, esteta d’istinto e talento, propendeva per l’uso; io, sedotto da un’improbabile epistemologia presa a prestito da libri probabilmente mal capiti, per la via tortuosa e tetra del capire per forza. In fondo, un dilemma ancora oggi.

Se non nella risposta che a entrambi ha dato spontaneamente il piccolo Claudio: si può giocare smontando un giocattolo, divertendosi nel farlo, e si può smontare un giocattolo giocandoci, in modo da sapere su di esso qualcosa di più, ma senza nulla togliere al piacere di averlo fra le mani, rigirarlo, farlo correre giù da una tavolo o su un tronco.

E seminare minuscoli pneumatici per Kensington Gardens.

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