«Mi Heimat es su Heimat»

«Ci sono due cose necessarie perché un popolo diventi soggetto della storia, smettendo di esserne solo oggetto: la coscienza di quello che è, e il non sentirsi di troppo, fuoriposto, emigrati». Semplicemente, come stesse parlando della cosa più ovvia del mondo, nel suo saluto durante la cerimonia di un concorso letterario da loro organizzato (un premio l’hanno dato pure a me, ed è la seconda volta e li ringrazio sinceramente), il presidente della Fondazione Giorgio Amendola di Torino, Prospero Cerabona, ha ricordato le coordinate e l’armamentario culturale e ideologico minimo per la rivoluzione. E scusate se è poco.

Ecco perché lo slogan sulla maglietta con cui la leader dei Grünen, Katharina Schulze, si presento ai seggi delle elezioni bavaresi dello scorso ottobre, «Mi Heimat es su Heimat», credo che fosse il punto più avanzato (sebbene non possa dire quanto volutamente tale) del dibattito pubblico in Europa; potenzialmente rivoluzionario. Non si tratta di semplice ideologia — che pure c’è ed è fondamentale nello sviluppo del ragionamento —, ma di pratica politica applicata alla realtà del presente, nelle possibili dinamiche del futuro. Per anni, su queste sponde del Mediterraneo e fino al Baltico e oltre, invece di vedere nei migranti dei nuovi compagni per la lotta tesa a modificare radicalmente i rapporti di forza fra capitale e lavoro, abbiamo inteso leggervi solo una pletora di concorrenti nella corsa individuale all’accumulazione di beni. Al contempo, respingendoli ai margini del consesso sociale, in loro si è instillato un senso di estraneità e distacco che li ha spinti lontano, fino al farli sentire legittimamente disinteressati alle sorti dello spicchio di mondo in cui si sono ritrovati a vivere. Un fallimento totale e su due fronti.

Con una non indifferente questione linguistica. Se già la definizione di «emigrati» nelle parole del mio amico Cerabona dava il senso dell’alterità per mancanza di radicamento, il contemporaneo «migranti» fa del continuo sradicamento il suo metro e la propria misura. Il participio passato, almeno, un limite lo poneva; il continuo andirivieni del gerundio rischia davvero di poter essere scambiato per assenza totale e da ogni luogo, addirittura, salvaci oh divinità della filosofia, per mancanza di Dasein.

Nota a margine: e poi, ci sono quelli che non sono a posto in nessun luogo, quelli per cui la terra è di chi sa e può possederla, di chi ce l’ha, quelli che hanno una patria bellissima che è là «dove l’erba trema», perché essi stessi steli eternamente vibranti, sempre sul punto d’essere spostati dal vento o dagli accidenti. Ma questa è un’altra storia.

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