Eppure, a me vien da piangere su quel latte versato

«A noi cafoni ci hanno sempre chiamati». Per questo, i pastori e i contadini sono da sempre e in ogni luogo, di qualsiasi lingua, la mia razza. Ed è per questo, compari sardi, che vi chiedo di non buttare più il latte per strada. Quell’asfalto inondato di bianco dai bottiglioni riversi è un affronto alla miseria.   

Protestate, bloccate la Sardegna e l’Italia intera per come siete trattati; avrete il mio sostegno. Ma tutto quel latte sotto le ruote delle auto, fra i piedi, sopra gli stivali sporchi di fango, lasciato correre verso le cunette in spregio alla fame, mi ha fatto male. Non vendetelo a chi vi deruba invocando il mercato: lavoratelo e donatelo a chi soffre, a chi non ha altro con cui sostentarsi, fatene formaggi e ricotte da regalare fuori dai negozi, per distorcere ancora di più i prezzi al dettaglio, gli unici che interessano a chi sfrutta il vostro lavoro, datelo gratis a caseifici concorrenti di quelli che tanto poco ve lo vogliono pagare, per colpire nelle tasche chi in queste vuole colpirvi. Vederlo però usato rabbiosamente per lavare il gasolio dal catrame d’una statale, io, discendente di moltitudini affamate e atavicamente tale, davvero non riesco a sopportarlo.

Tutto qui. È un dolore alla bocca dello stomaco. Quando butto un pezzo di cibo perché ormai immangiabile non posso evitare di accompagnarlo con quel bacio sull’indice che le mie genti hanno sempre rivolto alle questioni e agli affari del sacro. Mi son ritrovato a farlo guardando il tg; e mi si è stretto il cuore, e mi si è incupito l’animo.

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