Quand’è che si vota sul processo a Salvini?

Non ricordo più quando si voterà sulla richiesta di autorizzazione nei confronti del ministro dell’Interno per l’ipotesi di sequestro di persona commesso in occasione del blocco dello sbarco dei migranti dalla nave Diciotti della Guardia Costiera. A dirla tutta, non è che m’interessi poi tanto di quella data: è per un interesse, diciamo così, politico-giornalistico che lo chiedo.

Sono infatti curioso di vedere come voteranno i cinquestelle, quelli cresciuti a slogan del tipo «a casa tutti i politici indagati», per dire. Ora, a me il merito di quel loro prossimo voto interessa il giusto; in un caso o nell’altro, il problema sarà tutto loro. Se votassero sì alla richiesta (cosa che io farei, perché ho sempre detto che ci si difende nei processi, non dai, e perché l’azione politica non può essere invocata a scagionare da ipotesi di reato così gravi come quelle sollevate dal Tribunale dei Ministri di Catania, altrimenti rischia di valere tutto), magari Salvini se la prenderà, il governo andrà in crisi e io non piangerò di certo. Se votassero no, beh, «n’sai che pacchia»: ci hanno martellato le tempie per anni urlando di tutto contro sindaci multati per divieto di sosta, e ora che il capo del Viminale è chiamato a processo in uno scenario tanto pesante, cincischiano e cianciano sull’autonomia delle decisioni della politica rispetto all’azione della magistratura? Impagabile.

Come non ha prezzo l’altra scena che involontariamente stanno aggiungendo alla rappresentazione. Il chiamarsi correi di molti esponenti di peso del governo, presidente Conte in primis, spinge ancora di più nell’angolo le loro truppe parlamentari. Se infatti votassero sì a quella richiesta dei giudici, implicitamente starebbero sostenendo che tutto il loro governo dovrebbe essere indagato e giudicato. Al contrario, respingendola non darebbero l’impressione di valutare nel dettaglio una precisa richiesta su un singolo ministro, compito che le leggi assegnano ai parlamentari, ma di giudicare inviolabile il loro esecutivo nel complesso, per metterlo al sicuro e garantirne la sopravvivenza.

«Per salvare la poltrona», avrebbero detto loro stessi qualche tempo fa.

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