Il ministro, il suo partito e i poliziotti: sarà poi difficile non fare confusione

Del caso dei due agenti fermatisi a un banchetto della Lega per firmare una petizione in favore del ministro dell’Interno e, di conseguenza, contro l’indagine sullo stesso avviato dalla magistratura non parlerò: basta la confusione che già si avverte dalle parole di questo periodo a chiarire il cortocircuito su cui rischia di avvitarsi tutta la vicenda. Quello che m’interessa è più che altro il contesto generale nel quale sembra ci si stia muovendo, senza peraltro dare l’impressione di aver ben capito i confini e gli azzardi di questo movimento. Provo a spiegarmi meglio.

E per farlo, mi aiuterò con un disegno, di Makkox. Si vede un bambino scambiare un poliziotto per un attivista del partito di Salvini, perché, ai suoi occhi, se i due hanno la medesima divisa, dovranno per forza giocare nella stessa squadra. Il problema (che è il pericolo e sono i limiti di cui parlavo prima) è che non si capisce più quale sia questa squadra: se le istituzioni, che il ministro pro tempore rappresenta, o il partito, che il politico da tempo guida. Come spiegava lo stesso vignettista, che il leader leghista appaia come un fan della Polizia, poco male. Maggiore preoccupazione desta l’ipotesi contraria, e cioè che i poliziotti vengano identificati quali supporter della Lega.  

L’intuizione nel limitare, all’inizio dell’età repubblicana, la possibile attività politica degli appartenenti alle forze armate non nasceva tanto da una volontà di restrizione dei diritti individuali dei loro appartenenti – linea su cui poi ci si è esclusivamente orientati per smantellare quelle stesse limitazioni –, ma dalla considerazione che queste dovessero incarnare l’istituzione tutta, e quindi la società che in essa doveva riconoscersi, non poter essere confusi con una parte chiamata a rappresentarla, al di là dei numeri e dei consensi, in ogni caso e per loro stessa natura parziale.

In quell’epoca di forti passioni politiche che appena qualche tempo prima avevano deposto le armi, e non sto parlando in senso metaforico, nel reciproco confrontarsi non fu del tutto insensato. In questa di semplificazioni continue, dove la dialettica amico/nemico si amplifica nel riverbero di una comunicazione spinta da tecnologie, curiosamente anch’esse binarie, alcune derive rischiano di mettere a repentaglio altri necessari equilibri.

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