Se non si vuol fare, non servono nemmeno i soldi per farla

«Non possiamo escludere, se ci sono ritardi prolungati, di dover chiedere all’Italia i contributi già versati». Ha detto un portavoce della Commissione Ue citato dall’Ansa (a proposito, scrivere i nomi non si usa più?). E c’è il rischio, riporta sempre l’agenzia di stampa, che i fondi non ancora impiegati «possano essere allocati ad altri progetti». Come dire: a noi, delle vostre analisi costi/benefici, non interessa molto; se non fate l’opera, rinunciate ai soldi.

L’arguto Toninelli, invece, spiega che proprio quell’analisi è il fulcro del ragionamento, e soprattutto, è l’atto di un governo sovrano. Cosa che la Commissione, nelle parole del portavoce riportate dall’Ansa, non mette minimamente in dubbio; solo spiega che il governo è padrone coi fondi propri. Quelli della Ue, ovviamente, non ricadono nell’esclusiva italica sovranità, e su questi insistevano le dichiarazioni sul possibile ritiro dei finanziamenti. Ora, seppure non con la profondità di analisi del ministro ai trasporti (o era l’interpretazione fattane da Crozza?), io da sempre sono contrario a quell’opera in Val di Susa, per una serie di ragioni che non ripeto qui solo per non annoiarvi e di cui ho già scritto altre volte. Il punto, però, è che il ragionamento contenuto nelle dichiarazioni del portavoce Ue non fa una piega: se non si vuol fare la ferrovia per il Tav, non servono i finanziamenti concessi o stanziati per farla. Preciso.

Mi direte: ma così si perdono dei soldi. Sì, è vero, se si guarda nella stretta dimensione data da un buco in una montagna. Ma se quell’opera la si ritiene superflua non è una perdita, è un risparmio di risorse. Risorse che giustamente, dice quel portavoce, potranno essere impiegate in progetti diversi. In altri Stati, non in Italia? Anche, perché no? È l’Unione Europea, usa i soldi nelle sue disponibilità in tutti i Paesi che ne fanno parte, qual è il problema?  

Insomma, capiamoci: ai sostenitori del concetto che vuole quell’opera una «mangiatoia» per affaristi e personaggi poco limpidi (tutti eufemismi rispetto ai termini effettivamente da loro usati) non dovrebbe dispiacere una riduzione del suo “foraggiamento”. Che questo possa comportare una diversa distruzione dei fondi ipotizzati per scavare quel tunnel, io l’avevo messo in conto, così come metto in conto che qualsiasi azione di risparmio e di riduzione degli sprechi, da quelli energetici a quello alimentare che ciascuno di noi può mettere in atto, comporti una contrazione del Pil e del ciclo di produzione, scambio e consumo che questo misura.

Ma ci sono imprese già impegnate, operai assunti per i lavori, sono a rischio piccole, medie e grandi realtà industriali, centinaia di posti di lavoro, come puoi prenderla così alla leggera? E chi vi dice che lo stia facendo. Il problema c’è, lo vedo benissimo. E so che, per quanto il mio timore sia che la realizzazione completa dell’opera possa esser foriera dei danni maggiori e più a lungo termine, allo stato dell’arte in cui siamo arrivati, qualsiasi strada si prenda oggi comporterà ricadute dolorosissime e, ahimè, inevitabili.

Perciò non avrei mai avviato quel progetto, individuando altri impieghi per quei denari.  

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