Ma a chi altro volevate venderle ancora?

Mi è capitato sotto gli occhi in questi giorni un articolo della testata online Il Post che parlava del futuro incerto del mercato dell’auto. Leggendolo, mi sono ricordato di una testimonianza raccolta da Nuto Revelli durante le sue inchieste sociali e antropologiche nel cuneese, nella quale una signora dell’alta valle Stura, lamentando lo spopolamento delle sue terre per l’accorrere dei giovani nelle fabbriche di Torino, si chiedeva, alla fine, a chi mai avrebbero potuto ancora vendere quelle auto che costruivano, una volta che tutti ne avessero avuta una.

Difficilmente Michael Dunne, Ceo della società di consulenza ZozoGo, ha letto le parole di quella donna prima di spiegare come le previsioni per il 2019 segnino un ulteriore calo del 5 per cento nelle vendite delle automobili in Cina, dopo il meno 2,8 registrato nell’anno appena trascorso. Ma non è necessario che lo abbia fatto; basta un po’ di ragionamento pratico per arrivare a quelle stesse conclusioni. Tanto più è matura un’economia, tanto meno beni duraturi essa richiederà. Se tutti abbiamo un’auto è poco probabile che corriamo a comprarne un’altra. Se tutti abbiamo una casa, in non pochi casi persino la seconda, è arduo immaginare grossi rialzi negli indici del mercato immobiliare. Ed è così per tutto il resto, in particolare per quei beni e prodotti che, per loro stessa natura, non necessitano sostituzioni continue.

L’auto, poi, è l’archetipo di un’industria e di un approccio al consumo che mi sembra non esista più, o resista sempre meno. La mia generazione, in occidente, è forse stata l’ultima a considerare la macchina con le ruote un qualcosa di imprescindibile. Questo mito, da questa parte del mondo, è finito. Dall’altra, dove magari è arrivato dopo, non tarderà a finire. Perché cambiano le cose, le dinamiche, le possibilità. E perché, come spiegava appunto quella contadina piemontese, quando una cosa ormai ce l’hanno già tutti, a chi altro la si può vendere?

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