Certo, non siete razzisti

Ne parlavo con un conoscente tempo fa. Mi raccontava di una famiglia che si era presentata da lui in ufficio, e alla sua domanda sulla nazionalità loro avevano risposto «italiana», con suo immenso stupore. «Erano tutti africani, capisci?», cercava di spiegarmi. «E parlavano bene, si facevano capire e capivano tutto, però con un accentro africano, mi segui?», aggiungeva. «Così, quando mi hanno detto di essere italiani, ho risposto: sì, certo. Il marocchino sono io», e giù risate. Da solo, perché a me da ridere non veniva affatto. Ma quel mio conoscente non è l’unico, avendo ormai moltitudini di sodali nascosti dagli slogan sulla priorità per i compatrioti.

Perché, a parte il fatto che, con le parole di don Milani, se voi «avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro; gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri», per me è il concetto stesso che si nasconde dietro quel «prima gli italiani» a essere ipocrita. Quanti di quelli che lo fanno proprio non intendono affatto riferirsi al passaporto, ma pensano all’etnia, al colore della pelle, alla foggia degli occhi, al profilo del naso?

È per loro davvero italiano Mario Balotelli? Pensano davvero che lo siano pienamente Maria Benedicta Chigbolu, Ayomide Folorunso, Raphaela Lukudo e Libania Grenot, le quattro ragazze della staffetta ai giochi del Mediterraneo? Ritengono lo sia quanto lo sono essi stessi un giovane nato a Lagos, in Nigeria, da madre ivoriana e padre maliano che si sia trasferito in Italia da bambino e abbia ottenuto la cittadinanza con la maggiore età?

Ma certo non li si dica razzisti, giammai.

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