Non era la contessa a voler dottore il figlio dell’operaio

Il caffè di ieri sul Corriere rendeva conto dell’ultima uscita del campione nazionale di trumpismo (e chissà che non ce lo si ritrovi presidente), Flavio Briatore, impossibilitato a non farci sapere che suo figlio non lo manderà all’università. Cosa della quale m’interessa il giusto, sia detto per inciso. Gramellini, però, non sbagliava (anche un orologio rotto un paio di volte al giorno può dire l’ora esatta) a mettere in relazione le sue idee con quelle di Marchionne, comunque queste le si giudichi. Mentre per il proprietario del Billionaire la cultura accademica non è importante, per il fu amministratore di Fca solo questa aveva rappresentato la possibilità avuta di accedere a fortune e potere. Più che punti di vista diversi, storie differenti.

Ma quella rubrica mi ha fatto tornare alla mente una notizia distrattamente letta, per mia colpa, poco prima di Natale, a proposito di una circolare del ministro Bussetti emanata con l’intento di sensibilizzare i docenti alla riduzione dei compiti assegnati per le vacanze. Notizia che ricordo aver appreso dalle colonne di un giornale sfogliato al bar con un amico, il quale, stupendomi, se ne uscì con un rotondo «finalmente», forse più pensando alle sue esperienze andate che alle future fatiche del figlio ancora troppo piccolo per porsi il problema. In quella sua espressione di liberazione si coglieva però un sottotesto, poi ritrovato in altri commenti alla questione, sul genere delle briatorate di cui si dava conto. Quello, cioè, per cui lo studio sui libri sia fondamentalmente una perdita di tempo; meglio imparare un mestiere e via, a farsi ciascuno la propria vita, guadagnandosi da subito i soldi che in quella possono e devono essere spesi.

Lungi da me voler dileggiare la scelta di chi si dà a un lavoro manuale, considerato che quello che svolgo non di certo è superiore. Ciò che un po’ mi fa male è l’idea che si debba per questo rinunciare ad avere una cultura necessaria a capire anche le cose che vanno oltre quel che si fa quotidianamente. Inoltre, la tesi di Bussetti è quanto di più classista possa esserci. Perché riducendo quanto imparato a scuola, saranno i figli dei poveri a rimetterci. Quelli dei ricchi, dei colti, con o senza compiti a casa, faranno tante esperienze, conosceranno molte cose. Chi danneggeranno le rinunce alla cultura che in nome d’un cambiamento solo a sé finalizzato si stanno imponendo?

Era l’operaio che voleva il figlio dottore, per non esser più alla mercé, con la sua poca conoscenza, dei padroni. Alla contessa e ai suoi amici, al contrario, tale prospettiva non era molto gradita; meglio lasciarlo operaio come il padre, al lavoro da subito e via dai libri, che magari mettono strane idee in testa. Così saranno quel tipo di potenti gli unici a poter festeggiare per il dato dei laureati italiani e delle loro capacità scolastiche, fra i più bassi della media Ocse. A noi, rimarrà solo il rammarico di non aver seguito strade che pure un tempo avevamo tracciato. Con le parole di Riccardo Lombardi, pronunciate a Torino un anno prima di quella canzone di Pietrangeli, alle celebrazioni del primo maggio del 1967: «la nostra lotta è contro la società affluente e il benessere, non già perché non vogliamo il benessere, ma perché vogliamo un certo tipo di benessere, non quello che domanda tremila tipi di cosmetici o una dispersione immensa di risorse, ma quello che domanda più cultura, che domanda più soddisfazione ai bisogni umani, più capacità per gli operai di leggere Dante o di apprezzare Picasso, perché questa, che preconizziamo, è una società in cui l’uomo diventa diverso a poco a poco e diventa uguale; diventa uguale all’industriale o all’imprenditore non perché ha l’automobile, ma perché è capace di studiare, di apprezzare i beni essenziali della vita».

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