Se fossero stati azionisti di banca li avrebbero salvati in 10 minuti

Cosa stavate facendo il 22 dicembre scorso? E cosa avete fatto in questi giorni, fino ad oggi? Andate bene le feste? Bello, sono contento. Pensate, invece, che da quella data delle persone sono state costrette su delle navi. In balia delle onde che si facevano via via sempre più grosse, con bambini che, ragionevolmente, piangevano per il mal di mare, madri affrante e impaurite, uomini abbattuti e umiliati dal non poter far altro che sperare. Che gli si aprissero i porti, che li facessero scendere a terra, che un continente di 500 milioni di abitanti, la parte più ricca del mondo, smettesse di aver paura di 49 disperati, vittime di trafficanti e aguzzini, schiavi della miseria e del terrore, miracolosamente scampati a un naufragio.

Già, ma a chi importa davvero? Non di certo ai governi dei popoli più benestanti del pianeta. Ovvio, dopo il clamore suscitato dalla vicenda, dopo che il papa li ha ricordati più volte, dopo che da una ventina di giorni la Sea Watch e la Sea Eye hanno inondato di tweet la coscienza degli europei, pure la sonnolenta UE ha speso parole per favorire l’attracco dei due natanti delle Ong tedesca e olandese. Ma se quei 49 migranti fossero stati migliaia di azionisti di banche affondate dai propri dirigenti, e non bambini, donne e disperati su due barche messesi a mare in loro aiuto, li avrebbero probabilmente salvati con una riunione straordinaria del consiglio dei ministri in dieci minuti.

Tanto è infatti durato il vertice di governo italiano convocato nella notte di lunedì sulla questione Carige che ha deliberato la concessione della garanzia governativa per i titoli e le obbligazioni emesse dall’istituto genovese. E no, non si tratta di questioni diverse e quindi non paragonabili. Perché sì, sono differenti, ma il confronto è necessario: là, esseri umani alla disperazione bloccati in mare dalla paura di perdere consensi nei sondaggi; qui, soldi, soltanto soldi, nient’altro che soldi.

So che potreste obiettarmi che anche quella è vita, e che i risparmi degli italiani vanno pur tutelati. Vero. Ma non sappiamo se in quei conti ci siano solo risparmi onesti, e non, per esempio, soldi fatti immoralmente, per quanto magari in modo legale, per esempio arricchendosi sulle ludopatie o con le storture normativa del sistema di accoglienza, che ci sono e vanno denunciate. E non è detto, lo dico nella per nulla celata speranza di disturbare il sonno o la digestione a qualche sovranista al pesto, che siano tutti italiani quei correntisti.

Ma si sa, come ci insegna il sermone di Padre Mapple ascoltato da Ismaele nella Cappella del Baleniere di New Bedford la domenica prima di raggiungere Nantucket da cui salperà col Pequod, in quel grande affresco sul mondo che Hermann Melville ha tracciato nel suo Moby Dick: «Now Jonah’s Captain, shipmates, was one whose discernment detects crime in any, but whose cupidity exposes it only in the penniless. In this world, shipmates, sin that pays its way can travel freely, and without a passport; whereas Virtue, if a pauper, is stopped at all frontiers». Nella traduzione di Cesare Pavese: «Ora, compagni, il capitano di Giona era uno di quegli uomini sagaci che capiscono subito se uno è colpevole ma per la loro cupidigia denunciano solo i poveri. Su questa terra, compagni, il peccato che paga può andare in ogni luogo e senza passaporti, mentre la Virtù, se è povera, viene fermate a tutte le frontiere!».

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