E i grillini dissidenti scoprirono la democrazia rappresentativa

«Noi non siamo “spingibottoni”». Dice proprio così la senatrice del M5S Paola Nugnes, «spingibottoni», per spiegare che l’unica sua fedeltà le deve agli ideali e alle idee con cui, e su cui, ha chiesto i voti ai cittadini, mentre il capo politico del suo partito evoca duri scenari di contrapposizione tra quelli «seduti dalla parte giusta della Storia», loro, ça va sans dire, e tutti gli altri, quelli al soldo di Soros, dei Rothschild , della Casta o che semplicemente si macchino del reato di mancato applauso festante a ogni uscita dell’amato leader sul balcone di Palazzo Chigi.

Ora, a parte l’insanabile contraddizione fra i termini nell’immagine marziale di un «movimento» teso al «cambiamento» e chiuso a «testuggine» sulle posizioni da difendere evocata da Di Maio, i dissidenti grillini, nella loro sostanziale rivendicazione di indipendenza da mandato imperativo, sbagliano. No, non perché non sia giusto che lo facciano; io ho sempre difeso quel principio, in ogni circostanza e contro chiunque, pure quando a metterlo in dubbio erano gli esponenti dei partiti per i quali avevo votato, e dico che, nel rivendicarlo, Nugnes e gli altri fanno bene. Sbagliano perché quel soggetto politico in cui sono stati eletti nasce proprio dall’idea di superare la democrazia rappresentativa, nell’ottica di una piena fusione tra popolo (di per sé e totalmente considerato) e movimento (inteso in ogni sua sfaccettatura, comprese quelle istituzionali). Se c’è identificazione assoluta fra volontà generale e azione particolare, però, non ci può essere eccezione, dissenso, opinione diversa che tenga: o si sta col Movimento, o gli ci si oppone. In una singola istanza come sul complesso delle scelte, da quel punto di vista, non fa nessuna differenza.

Per questo, la conseguenza logica della loro rivendicazione, porta i dissidenti alla contraddizione pratica nel soggetto politico a cui appartengono: se rivendicano la funzione assegnata loro dall’art. 67 della Costituzione, rappresentano l’intera Nazione e quindi non possono essere assoggettati ad alcun volere che non sia il proprio, fino all’estrema conseguenza del farsi oppositori a chi lo chiedesse. Se, al contrario, spiegano il loro agire quali “portavoce” del Movimento, e quindi a esso completamente collegati e rispondenti, non rimane loro alcun margine di autonomia, rinnegando quel principio costituzionale che dovrebbe guidarli nel ruolo che nelle istituzioni svolgono.

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