In ogni caso, è una questione di “scelta”

«Quello che colpisce», scrive sull’edizione torinese de La Repubblica di domenica 21 ottobre Francesca Bollino (in un articolo intitolato I volenterosi delatori sabaudi che schedarono gli ebrei torinesi, a riprendere il titolo della drammatica opera di Goldhagen) a proposito della mostra organizzata curata dall’archivio storico del Comune di Torino per ricordare gli orrori delle leggi razziali, «[…] è uno zelo tutto torinese nell’applicare la direttiva sulla razza. L’immagine – o il mito – della Torino antifascista, città tradizionalmente fredda nei confronti del duce, resta piuttosto scalfita».

«Già ad agosto», continua il bel pezzo della Bollino sui fatti di quel nero 1938, «e quindi ben prima dell’entrata in vigore delle leggi sulla razza, l’amministrazione aveva fatto richiesta a tutte le scuole di inviare gli elenchi degli alunni per i quali le famiglie avevano chiesto l’esenzione dell’insegnamento della religione cattolica, con la presunzione che si trattasse di ebrei. Lo stesso vale per gli insegnanti. E tutte le scuole rispondono, con tragica prontezza». E c’è un passaggio, nella ricostruzione della giornalista, che fa davvero riflettere su quanto possa essere realmente «banale» il male, quasi fosse un lavoro fra gli altri. Da Roma chiedevano con insistenza i dati a tutto il Regno, autorizzando anche i comuni ad assumere personale o a pagare gli straordinari. A Torino si erano portati avanti, con una delibera del Comune del 3 ottobre, oltre un mese prima dell’emanazione delle norme della vergogna, che finanziava i costi per il lavoro in più dei dipendenti impiegati nel censimento, i quali, si può leggere nel testo del provvedimento esposto nella rassegna dell’archivio storico cittadino, «hanno lavorato con enorme zelo, la sera, durante i giorni festivi, per arrivare a raccogliere quanti più dati possibili». Tutto questo per dire che, al di là di ciò che il tempo, i costumi e i governi stabiliscano essere la legalità, ciò che accade è sempre e solo una questione di scelte individuali.

No, nessuna caduta in una forma di esistenzialismo sartriano; sto parlando proprio di responsabilità morale, pratica, effettiva derivante dalle scelte di qualcuno sulla vita reale e concreta di qualcun altro. Non furono le leggi di per sé a segnalare, segregare e poi crudelmente sopprimere gli ebrei. Furono, al contrario, esseri umani, singoli che nella loro assoluta libertà, decisero così.

Per questo ha ragione Domenico Lucano, il sindaco di Riace sospeso dal suo incarico e indagato per non aver rispettato tutte le leggi che contrastavano con la sua idea di giustizia e umanità, nel dire che pure le leggi naziste, nel tempo in cui furono efficaci, costituivano «la legalità». Le leggi, i codici, gli ordini, ci sono e ci saranno sempre. E non sempre saranno giusti o corretti. Rispettarli, renderli efficaci, eseguirli è invece, tutte le vole e in ogni occasione, demandato al singolo, nella sua libertà, per quante e quali conseguenze l’esercizio di questa possa avere.

Sempre; nel bene e, appunto, nel male.

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