Cosa pensate che ci possa essere, al posto di quest’Europa che disprezzate?

«Avevo ormai vissuto dieci anni del nuovo secolo, avevo veduto l’India, una parte dell’America e dell’Africa, cominciavo a guardare la nostra Europa con nuova e feconda gioia. Mai ho tanto amata la nostra vecchia terra come in quegli ultimi anni prima della guerra, mai ho tanto sperato nell’Europa, mai ho tanto creduto nel suo futuro come in quegli anni in cui ci sembrava di assistere a una nuova aurora. Era invece già l’igneo riflesso dell’enorme incendio che s’avvicinava».

Le parole qui sopra sono di Stefan Zweig, da Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo (nella traduzione di Lavinia Mazzucchetti, per Mondadori, edizione 2017, pag. 167). Le ho cercate dopo aver letto di un sondaggio di Eurobarometro che vede gli italiani come il popolo maggiormente euroscettico. Quel sondaggio dice anche che, se si votasse oggi, solo il 44% dei nostri connazionali sceglierebbe convintamente di rimanere nell’Ue. Ora, premesso che io vorrei qualcosa di più integrato e con ancora meno sovranità da parte degli Stati nazionali, non credo di poter comunque essere annoverato fra i fanatici dell’extra Unionem, nulla salus. Per questo, ai tanti che pensano che la soluzione a tutti i mali stia nell’abbandonare quella bandiera blu d’oro stellata, una domanda mi piacerebbe farla: ma fuori, cosa pensate di trovare? Perché cosa c’era prima lo sappiamo, ma quello che potremmo trovare dopo è oscuro; e non è escluso che sia proprio sinonimo di buio.

Sempre Zweig, perché oggi è a lui che affido questo spazio: «Mi trovai per caso a Strasburgo, in viaggio per il Belgio, il giorno in cui il grande dirigibile Zeppelin si preparava al suo primo viaggio e potei vederlo salutato dal giubilo della folla nel suo volo attorno alla veneranda cattedrale, quasi volesse, librandosi, rendere omaggio al millenario capolavoro.  La sera, quando ero già da Verhaeren, giunse la notizia che il dirigibile si era sfracellato a Echterdingen. Verhaeren aveva le lacrime agli occhi ed era terribilmente sconvolto; perché belga non rimaneva indifferente alla catastrofe tedesca, ma perché europeo, uomo del suo tempo, sentiva la comune vittoria sugli elementi e soffriva del lutto comune. Quando Blériot superò in volo la Manica esultammo a Vienna come fosse un nostro eroe; nell’orgoglio per il rapido succedersi di trionfi della tecnica e della scienza si stava per la prima volta formando un senso di solidarietà europea, una coscienza nazionale dell’Europa. Come sono assurdi, ci dicevamo, questi confini ora che un veicolo li può tanto facilmente sorvolare; come artificiose e provinciali queste dogane e guardie di confine, contrarie al senso del tempo nostro, che visibilmente aspira all’unione e alla fraternità universale! Tale slancio dei sentimenti non era meno mirabile di quello degli aeroplani: io compiango tutti quelli che non hanno veduto l’Europa in quegli anni della fede europea» (Idib., pag. 170).

Quell’idea di cui discutiamo, nasce da lontano. Eppure, sempre è stata minacciata, ed è ancora il grande scrittore viennese a farcene monito, soprattutto per noi che viviamo le nostre speranze: «Ahimè, noi amavamo quel nostro tempo che ci sollevava sulle sue ali, amavamo l’Europa, ma la nostra fede ingenua nella ragione, che avrebbe saputo fermare saputo fermare la follia all’ultima ora, fu al tempo stesso la nostra colpa. È vero, noi non sapemmo leggere i segni profetici con sufficiente diffidenza, ma non è appunto proprio della vera giovinezza non conoscere diffidenza, ma fede? Noi confidavamo in Jaurès e nell’Internazionale socialista, credevamo che i ferrovieri avrebbero preferito far saltare le rotaie che portare i loro compagni al fronte come bestie da macello, noi contavamo sulle donne, che avrebbero negato i loro figli e i loro sposi al Moloch, eravamo convinti che nel supremo momento si sarebbe manifestata, trionfante, la forza spirituale e morale dell’Europa. Il nostro idealismo comune, il nostro ottimismo determinato dal progresso ci fece misconoscere e disprezzare il comune pericolo» (Ibid., pag. 173).

Curiosamente, le generazioni che vengono dopo, non di rado sono più vecchie di quelle che precedono; in fondo, invecchiare non è che accumulare esperienze, e chi segue può sommare a quelle che fa quante ne apprende da chi c’è stato prima. Ecco, comportiamoci da meno giovani di quanto lo furono loro, meno incantati e più diffidenti. A che non si debba, come Zweig, compiangere quelli che non avranno veduto l’Europa e il suo sogno.

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