Se ciò che dice Di Maio è vero, han ragione i falchi nordeuropei. Se non lo è, pure

A Porta a porta, mercoledì scorso, Di Maio ha portato una pagina del decreto fiscale, con evidenziato un comma in un articolo, e ha detto che quello arrivato al Quirinale non è il testo licenziato dal Governo il giorno prima. Di più, ha annunciato querela presso la Procura della Repubblica l’indomani stesso. Ma al Colle non è arrivato alcun testo, così, almeno sull’annunciata denuncia, il ministro ha dovuto fare un passo indietro. Rimangono le parole, e quell’accusa a «una manina», che lo stesso Di Maio non sa dire se politica o tecnica, che ha truccato le carte dell’Esecutivo.

E rimane il problema di credibilità del Paese. Il vicepresidente del Consiglio dei ministri, non un troll sui social, afferma che il testo del decreto fiscale mandato al capo dello Stato per la firma non è conforme a quanto collegialmente deciso e votato dal Governo di cui fa parte. Dice, inoltre, che ricorrerà ai giudici per accertare l’accaduto. E anche se dall’ufficio stampa della massima istituzione nazionale si apprestano a far sapere di non aver ricevuto alcunché su quel provvedimento e se lo stesso Di Maio, poi, non procederà ad alcun esposto alla magistratura (che sarebbe stato un ulteriore gesto di debolezza, certificando l’incapacità del Governo di agire, in via politica e amministrativa, per tutelare l’integrità dei suoi provvedimenti), la questione rimane tutta sul tavolo. Inoltre, il suo alleato Salvini lo smentisce maliziosamente, dicendo che il provvedimento è stato votato all’unanimità, senza trucchi, e che, al massimo, è l’inserimento della sanatoria per le case abusive di Ischia infilata nel cosiddetto “decreto Genova” ad averlo contrariato. Un quadro triste, e che dà ragione a quanti, a Bruxelles, non si fidano dell’Italia.

Perché mentre Conte era tra i suoi omologhi europei a spiegare come l’intera nostra manovra finanziaria e gli atti a essa strettamente collegati fossero stati approfonditamente analizzati e di difficile modifica e revisione, uno di essi veniva certificato dal suo vice come il frutto di una modifica e di una revisione a insaputa dello stesso Governo, o di una sua parte, almeno. Ora, però, se Di Maio ha ragione, cioè se gli atti del Governo possono essere cambiati nelle poche centinaia di metri che separano Palazzo Chigi dalla residenza che fu di Paolo V, figuriamoci con quanta poca considerazione possano essere presi in esame da chi è già su di essi critico a migliaia di chilometri di distanza. Se ciò che dice il ministro, al contrario, non fosse vero, e cioè se avesse ragione il suo omologo a dire che il testo era già quello “scoperto” nel salotto di Vespa, i falchi nordeuropei che non perdono occasione a dipingerci come un Paese poco serio, sempre alla ricerca dell’escamotage e della scorciatoia per uscire dai problemi, avrebbero ragione ancora una volta.

Il dubbio non solo mio è che questa storia sia solo l’ennesima dimostrazione di quanto vedesse lungo Ennio Flaiano nel definire la situazione politica italiana grave, ma non seria. Perché il testo, molto probabilmente, era quello fin dalla riunione del Consiglio dei ministri, e così è passato, con tanto di scudo fiscale per i capitali all’estero e di soglia a 100.000 euro di evasione per singola imposta e per singolo anno. Poi, a cominciare da Travaglio, il mondo vicino ai Cinquestelle a iniziato a definirlo per quello che era: un condono peggiore di quelli di Berlusconi, perché pure ipocrita nella sua definizione di «pace fiscale». E così, da par suo, il buon grillino ha gridato al complotto, pensando di compattare le truppe contro i terribili e oscuri nemici esterni o i perfidi e obbligati alleati interni.

E queste tentate macchiette le capiscono persino oltralpe; infatti, non ci prendono sul serio.    

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