«Non ha ucciso mai nessuno e non ha mai rubato niente»

Quanto mancano la voce e le parole di un Maestrone in quest’epoca forgiata dai «personaggi cicaleggianti dei talk-show». Come vorrei avere una sua canzone per Mimmo Lucano (il sindaco di Riace arrestato su ordinanza del Gip di Locri con l’accusa di non aver messo a bando l’affidamento del servizio di raccolta rifiuti nel paesino calabrese, andato poi a una cooperativa composta da migranti e riacesi, e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina attraverso presunti matrimoni combinati fra stranieri che rischiavano l’espulsione e cittadini italiani), per Cédric Herrou (il contadino di Breil-sur-Roya mandato a processo davanti al tribunale di Nizza, e poi quasi del tutto assolto, per aver aiutato centinaia di migranti a passare dall’Italia alla Francia), per Carl Peter Reisch (il comandante della Lifeline posto sotto indagine dalle autorità maltesi per aver ignorato l’ordine, datogli dalla Guardia costiera italiana, di consegnare i migranti salvati in mare alle autorità libiche), per Marta Pacor, Mario Pozzan, Giulia Sezzi e tutti gli altri volontari e armatori della Mare Ionio, in navigazione col solo scopo di salvare vite umane nel Mediterraneo, che potrebbero venirsi a trovare nella condizione di dover disobbedire per giustizia, nel tempo in cui gli Stati fanno norme contro i poveri.

Colpevoli? Sì; per la legge dei forti e dei potenti, probabilmente lo sono o potrebbero esserlo. E non si dichiarano innocenti in quel senso, si dicono pronti a rifarlo dieci, cento, mille altre volte. Perché le leggi valgono per tutti, possono addirittura essere uguali per tutti, ma non sono mai di tutti. Il senso del giusto, l’umanità in ognuno di noi, la legge morale in ciascun essere umano, possono non farci sentire nostra una norma legittimamente valida. E allora, che fare? Non è facile rispondere, ma dire «quelle sono le leggi, si deve rispettarle anche se non le si condividono», in alcuni casi, quando di mezzo c’è la vita delle persone – e parlando di migranti che rischiano la propria nella speranza di un’esistenza accettabile, proprio di questo stiamo discutendo –, può somigliare troppo dappresso a quel «eseguivo solamente gli ordini» di più triste e non così lontana memoria.

Un amico, pochi giorni fa, mi faceva notare che c’è differenza fra l’obiezione di coscienza e la diserzione, così come tra la disobbedienza civile e il semplice non rispetto delle regole. Perché le prime sono dichiarate, le seconde no. Ed è vero. Ma nel suo esempio, quella di quanti ho citato all’inizio di questo post è al massimo renitenza. Non si fanno arruolare fra gli esecutori della norma, fra i militari della legge; oppongono a essa la resistenza di cui sono capaci, con i mezzi e gli atti che possono usare e assumere.

Visto che il paragone col ben più nero periodo l’ho ormai tirato in ballo, provo a spiegarmi con un esempio noto, pure per la sua trasposizione cinematografica. Se Giorgio Perlasca avesse rispettato le leggi, quanti ebrei avrebbe potuto salvare nell’Ungheria occupata e nazificata? E se avesse dovuto proclamare la sua volontà di non rispettare la legge, per far della sua azione bandiera e manifesto, concretamente, quante speranze di successo avrebbe avuto? E infine, non avrebbe avuto ragione un magistrato che lo avesse perseguito, per reati che indubbiamente stava commettendo?

Tutta qui è la questione: non m’interessa affatto discutere della giustizia in senso legale. Ognuno di quelli che ho citato, e gli altri che vi potrebbero venire in mente per comportamenti simili, sanno benissimo di poter commettere illeciti, nel fare quello che vogliono fare. Ma lo fanno perché ritengono giusto farlo, per aiutare chi ha bisogno del loro aiuto. È la giustizia nella dimensione morale quella che spiega e motiva le loro azioni, persino quelle in aperta violazione delle leggi vigenti. I magistrati, i giuristi, i tutori della legge, fanno e facciano il proprio mestiere; agli uomini rimanga e rimane la facoltà di scelta per i loro comportamenti e degli ideali ai quali ispirarli.

Di questo parlo, non di altro.

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