«Non mi dire che son quelli lì!»

Confesso che non è tra i miei cantanti preferiti. Di Vasco Rossi non ho mai comprato un disco, tantomeno ho mai visto un concerto. Però alcune sue canzoni mi ritrovo anch’io a canticchiarle quando le passa la radio, e certe ammetto che son proprio belle. L’altro giorno mi è capitato di ascoltare …Stupendo, scritta così, preceduta dai tre puntini di sospensione, come appare nell’album Gli spari sopra. «E mi ricordo chi voleva/ al potere la fantasia./ Erano giorni di grandi sogni sai,/ erano vere anche le utopie./ Ma non ricordo se chi c’era/ aveva queste, queste facce qui;/ non mi dire che è proprio così,/ non mi dire che son quelli lì».

Perché cito Vasco Rossi? Perché credo che alcune delle ragioni della perdita di credibilità che oggi sembra aver colpito la sinistra abbiano motivazioni e radici più antiche rispetto alle ultime esperienze di governo che ne vengono incolpate. Quella canzone è stata pubblicata nel 1993, un’altra stagione di diffusa sfiducia nei confronti delle élites politiche e dei rappresentanti istituzionali. Anzi, sarebbe meglio dire che gli inizi degli anni Novanta rappresentano i prodromi di un’epoca che ancora non è finita. Ma al di là di questo, rimane un fondo di verità che il testo di Rossi coglie: il senso di una disillusione forte, pesante almeno quanto lo era stata l’illusione che l’aveva preceduta. Perché sì, vedere «impiegato in una banca» quello che si era ritenuto il leader di un movimento rivoluzionario, vederne più di uno «andato per età, qualcuno perché già dottore/ e insegue una maturità, si è sposato, fa carriera…» (ché ci sono cantautori migliori, ovviamente), poteva far crollare le idee, persino quelle utopie, per stare alla canzone con cui si è iniziato, credute vere.

Colpa loro, di quelli “normalizzatisi”? No, ovviamente. Colpe non ce ne sono. Se proprio volessimo trovarne alcune, potremmo provare a cercare fra quelli che ancora non si sono accorti che «il peccato fu creder speciale una storia normale» (e dai), fatta di gente incapace di lottare (e qui il Poeta lo è davvero) «per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone». Ma forse, tutto questo non è altro che l’ennesima, solita e ripetuta storia degli uomini nel mondo.

«Ed è una morte un po’ peggiore».

Questa voce è stata pubblicata in libertà di espressione, politica, società e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *