Studiate ugualmente, ne avrete bisogno

«Studiare conviene, si dice: è un investimento per le famiglie e le persone che generalmente paga in termini di remunerazione. In Italia, mentre chi ha solo una licenza elementare o media guadagna in media il 23% in meno di un diplomato di scuola superiore (percentuale calcolata sull’intera popolazione di età compresa tra 25 e 64 anni di età, in linea con la media europea), chi ha una laurea o più riceve uno stipendio pari al 141%, in media, di quello di un diplomato, contro una media europea del 153%. Ovvero, i nostri laureati sono pagati meno dei loro colleghi europei, rispetto ai diplomati. […] Come ricorda il rapporto dell’OCSE, i vantaggi in termini di remunerazione dei laureati e gli svantaggi di coloro che sono privi di titolo di studio secondario dovrebbero spiegarsi secondo le leggi economiche della domanda e dell’offerta. […] l’Italia è un’infelice eccezione, in cui a una quota bassa di laureati corrisponde un vantaggio remunerativo comparativo basso».

Non fa sconti l’articolo di Pier Giorgio Ardeni sui dati dell’ultimo rapporto Ocse sull’istruzione,  per il sito dell’Istituto Cattaneo, definitivo a partire dal titolo, con quel «La scuola non è per tutti e studiare non paga». Ora, a me, delle due affermazioni, la prima preoccupa, e molto. La seconda, non necessariamente. Non nel senso economico, almeno. Perché, che tutti possano accedere all’istruzione è un tassello fondamentale nella mia idea di società e di democrazia. Che questo, invece, comporti necessariamente una retribuzione conseguentemente e proporzionalmente più alta, no. E datemi dall’elitario, se volete, che tanto, cafone io di provata schiatta, ne sorrido ogni volta. Ma il punto è che non è per guadagnare di più che si spende un pezzo della propria vita fra «le sudate carte»; è invece perché si sanno «gli studi leggiadri» (mi perdoni infinitamente il Poeta).

Volendo far soldi, si potrebbe darsi ad altro. Poi, certo, se vengono, nessuno li rifiuta. Se n’è data la possibilità, ognuno cerca di guadagnarli. Però non è a quello che si mira – o non è a quello che si dovrebbe mirare – decidendo di prendere in mano dei libri. E comunque, vi paghino o meno più di chi non lo ha fatto, vi sarà convenuto leggere le pagine che vi sono state poste davanti. Per voi, ovviamente, e per tutti gli altri che con voi, in qualche modo e a qualsiasi titolo, avranno a che fare.

Correndo il rischio di apparire, ora sì, davvero insopportabilmente snob, è solo per la fortuna avuta di poter studiare che ho imparato a dar senso alle cose che mi circondano, capendo che, in fondo, la ricerca di beni ossessivamente indotta da quell’apparato di produzione e cattura del desiderio che è la pubblicità poteva esser facilmente vinta.

Ovvio, c’è da mettere da parte i fondamentali: riuscire ad «assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa», come recita la nostra Costituzione. Ciò non è messo in discussione, nemmeno dal dato del rapporto Ocse, tutt’altro. Ma in quei libri di cui dicevo ho trovato strade diverse per cogliere quella strada che, diceva Oscar Wilde, porta alla felicità che si risiede nel «desiderare quello che si ha», sempre che sia sufficiente a garantire il confort minimo di una vita media e tranquilla e il tempo necessario a godersi i reali piaceri offerti dal mondo e dalle cose degli uomini.

Provando a dirlo con le parole di Riccardo Lombardi: «vogliamo un certo tipo di benessere, non quello che domanda tremila tipi di cosmetici o una dispersione immensa di risorse, ma quello che domanda più cultura, che domanda più soddisfazione ai bisogni umani, più capacità per gli operai di leggere Dante o di apprezzare Picasso, perché questa, che preconizziamo, è una società in cui l’uomo diventa diverso a poco a poco e diventa uguale; diventa uguale all’industriale o all’imprenditore non perché ha l’automobile, ma perché è capace di studiare, di apprezzare i beni essenziali della vita».

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