Io ricordo quando definivate razzista la Lega di Bossi

Sono nato al Sud e cresciuto negli anni in cui muri in cemento ai bordi delle tangenziali e i cavalcavia in Veneto e Lombardia, in Piemonte o in Friuli si riempivano di scritte inneggianti alla Lega nascente, con slogan d’incitamento per l’Etna e per il Vesuvio, negli anni in cui il Napoli vincente veniva definito «campione del Nord Africa», mentre gli stadi di Verona e Milano si riempivano di «striscioni da Sudafrica» (ciao, Massimo), diventato ventenne quando, per una tragedia vera, non mancavano spregevoli cartoline di rara perfidia. Giovane adulto, ho letto di proposte per far accedere ai concorsi pubblici al Nord solamente i settentrionali, di vagheggiate penalizzazioni per i contratti di lavoro ai meridionali, di elenchi di insegnanti in cui separare i padani da tutti gli altri. Io queste cose le ricordo, e ricordo pure che Salvini c’era ed era fra i più agguerriti. Ora lui non parla più di Padania, e mi chiama italiano suo pari; però io sono ancora terrone, e non gli credo.

Ma più di tutto, ricordo voi, amici nati sotto lo stesso cielo meridiano che accolse il mio primo fiato, dare del razzista a Bossi e al suo movimento. Avevate ragione; per questo mi chiedo dove siate finiti. Oggi che quel partito – ché sempre quello è – parla con toni ancora più duri di contrapposizione fra esseri umani, perché non dite nulla? Adesso che si fermano disperati in mare per un qualche voto in più, che sulla pelle degli emigranti si specula là dove non si sanno dare risposte ai problemi, che persino nella carne dei bambini si cerca il modo amministrativo per ingenerare moderne apartheid, voi dove siete? Solo per esservi scoperti suoi alleati nei voti che avete espresso, vi sentite in dovere di tacere? Non vi si smuove dentro quel senso di giustizia che da sempre, lì dove abbiam mosso i nostri passi, viene da prima e va al di là delle leggi nel tempo vigenti? «Noi che facciamo?».

E così scrivendo, un dubbio atroce mi gela il sudore che corre sulla schiena. Non dice nulla, tace la mia gente, perché la mira su altri la illude che sia da lei sviato il colpo che arriva. Perché nell’unirsi alla guerra all’altro si finge, o addirittura si crede, parte di chi la conduce. Immaginarsi iscritti al club dei primi nel colpire i diseredati della terra e i più deboli fra i deboli è sempre stata la triste sorte dei penultimi, a cui spesso s’è aggiunta tutta la retorica di un’appartenenza e un’identità così tanto inventate d’aver bisogno d’un nemico per potersi pensare reali; «ed è una morte un po’ peggiore».   

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