Un giudizio incomprensibile

Da tempo non parlo più del Pd. E non perché la cosa non m’interessi; guardando a quell’area politica in cui, fino a oggi, il Pd è stato l’indiscusso protagonista principale, non posso disinteressarmene. È che mi rattrista considerarne lo stato a cui è giunto, almeno quanto ieri mi faceva male vedere le politiche attuate. E sì, penso che questo dipenda da quelle, così per chiarire. Cionondimeno, è un peccato. Soprattutto per quanto tocca sentire ai suoi militanti dai loro dirigenti.

Ho criticato spesso le scelte del Pd, come non ho nascosto il disappunto per alcune sue dinamiche interne. Da queste critiche ho maturato la scelta di allontanarmene, da militante e da elettore. Eppure, mai ho usato – né avrei potuto pensare di usare – nei confronti di quel partito il cinico disprezzo che si legge nelle dichiarazioni di alcuni suoi esponenti di primo piano. Da chi se ne augura «l’estinzione» a quanti ne evocano lo «scioglimento», senza parlare di quelli che volevano ripulirlo «col lanciafiamme», chi guida e rappresenta quella forza politica dà di essa un giudizio ancor peggiore di quanti vi si oppongono o l’avversano. E sinceramente non ne riesco a capire le ragioni.

Sarà perché libero dalle loro immani responsabilità, per opinioni meno tranchant sulla situazione del Pd e sulle decisioni prese e messe in atto ho deciso di allontanarmene. Perché ritengo che non abbia molto senso stare in un sodalizio per scelta e contestualmente, e costantemente, pensare che esso funzioni male o faccia cose sbagliate. Figuriamoci ipotizzare che debba estinguersi, vada sciolto o sia da sanificare con il fuoco. Ma io, ripeto, sono solo un appassionato di politica, dilettante per quanto attento cerchi d’essere.

Loro, invece, sono i professionisti. E per fortuna.

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