Non di solo lavoro (anche perché potrebbe non bastare)

«These days, we’re told that the American economy is strong. Unemployment is down, the Dow Jones industrial average is north of 25,000 and millions of jobs are going unfilled. But for people like Vanessa, the question is not, Can I land a job? (The answer is almost certainly, Yes, you can.) Instead the question is, What kinds of jobs are available to people without much education? By and large, the answer is: jobs that do not pay enough to live on». Grosso modo: «In questi giorni, ci viene detto che l’economia americana è forte. La disoccupazione è in calo, il Dow Jones è sopra i 25.000 punti e per milioni di posti di lavoro non si trovano disponibilità. Ma per gente come Vanessa, la domanda non è “posso trovare un lavoro?” (La cui risposta è quasi certamente: sì, è possibile). Invece la domanda è: quali tipi di lavoro sono disponibili per le persone senza molta istruzione? A cui generalmente la risposta è: lavori che non pagano abbastanza per vivere».

Nella sua inchiesta per The New York Times Magazine, il sociologo e premio Pulitzer per la saggistica nel 2017 con Evicted: Poverty and Profit in the American City, Matthew Desmond, pone in discussione un dogma radicato nella cultura statunitense: quello che vuole il lavoro come soluzione, l’unica, per la povertà. I worrking poor, spiega il professore dalla Princeton University, dimostrano la vacuità di questo mito. Partendo dalla storia di Vanessa Solivan, madre single di tre ragazzini, lavoratrice instancabile nel settore della cura alle persone anziane o malate per 10-12 $ l’ora, l’analisi del saggista spiega come non ci siano vette da raggiungere con l’impegno, per quelli nati nel pantano della miseria, dove la salita è tutti i giorni, anche se ci si muove in una sterminata pianura che in nessun modo consente elevazioni.

La situazione contemporanea pone in forte discussione l’idea fondante del sogno americano, quella per cui, se lavori duramente, avrai successo, e se questo non arriva, allora sei stato tu a sbagliare qualcosa, a non impegnarti abbastanza. Vanessa e quanti si spezzano la schiena per meno di quello che gli serve a vivere sono il più perfetto disvelamento di quell’illusione, buona a far addormentare la sera i bravi americani e tutti noi, comunque figli di quella cultura, sulle ingiustizie di cui siamo parte o vittime, ma inutile a risollevar le sorti di quelli che contro di esse sbattono quotidianamente il muso.

Ancora Desmond, che così conclude il suo articolo: «We need a new language for talking about poverty. “Nobody who works should be poor,” we say. That’s not good enough. Nobody in America should be poor, period. No single mother struggling to raise children on her own; no formerly incarcerated man who has served his time; no young heroin user struggling with addiction and pain; no retired bus driver whose pension was squandered; nobody. And if we respect hard work, then we should reward it, instead of deploying this value to shame the poor and justify our unconscionable and growing inequality. “I’ve worked hard to get where I am,” you might say. Well, sure. But Vanessa has worked hard to get where she is, too».

Più o meno alla lettera: «Abbiamo bisogno di un nuovo linguaggio per parlare di povertà. “Nessuno che lavori dovrebbe essere povero”, diciamo. Non è abbastanza buono. Nessuno in America dovrebbe essere povero, punto. Nessuna madre single che lotta per crescere da sola i propri figli; nessun uomo precedentemente incarcerato e che abbia scontato il suo debito; nessun giovane eroinomane che lotta contro dipendenza e dolore; nessun autista di autobus in pensione, la cui pensione è stata sperperata; nessuno. E se rispettiamo il duro lavoro, allora dovremmo premiarlo, invece di dispiegare questo valore per far vergognare i poveri e giustificare la nostra inaudita e crescente disuguaglianza. “Ho lavorato duro per arrivare dove sono”, potreste dire. Bene, certo. Ma anche Vanessa ha lavorato duro per arrivare dov’è».  

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