Non so cosa sia

Anche la Svezia. Un partito che con sprezzo delle parole si fa chiamare «Democratici Svedesi» e che come cavallo di battaglia politico-elettorale ha solamente la lotta agli immigrati (e il dissolvimento dei capisaldi del welfare scandinavo, cosa che già di per sé inficerebbe la retorica del «popolo che cerca sicurezza e protezione»), prende la medesima percentuale di voti della Lega salviniana qui da noi, fra intimidazioni neonaziste ai seggi e insulti ai giornalisti. Abbiamo sempre cercato di spiegare i successi di quel tipo di forze con la crisi dei ceti medi, ma qualcosa non torna.

Non torna, perché nella Grecia piegata in due dalla crisi e con una disoccupazione al 25 per cento, Alba Dorata non ha mai superato il dieci per cento dei voti. In Svezia, invece, con un tasso dei senza lavoro sostanzialmente in media con quello degli ultimi vent’anni in quella nazione e un reddito pro-capite doppio rispetto ai cittadini ellenici, un partito erede dei più estremi e preoccupanti sodalizi di destra, a tratti nazisti, sfiora il 18%. Allora, l’idea che le ansie della piccola e media borghesia per il proprio futuro gonfino le vele dei partiti populisti e sovranisti è quanto meno da rivedere. O meglio: in quel voto, non influiscono solamente i timori legati ai redditi e alle ricchezze prossimi venturi e alla sicurezza materiale, computabile. Qui rischia di esserci una più profonda ragione. E ho paura a nominarla.

Perché, insomma, il timore di rinunciare al proprio stile di vita, pure semplicemente a quei tanti piccoli tasselli del superfluo che riempiono le nostre giornate, in fondo si può capire. È umana. Ma non credo che nessuno svedese medio, razionalmente, possa dire di star male. Tantomeno, che questa ipotetica sua condizione di malessere dipenda da quelli che arrivano o cercano una vita migliore di quella che hanno avuto, magari di averne una simile alla sua, che non ha fatto nulla per meritarla, se non aver avuto la fortuna di nascere a Stoccolma e non a Kinshasa.

Ma è così, e le parole per descriver quel che accade non è che siano poi tante.

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