Non eseguite soltanto degli ordini

«Che situazione ha trovato a bordo?», chiede, per il Corriere in edicola ieri, Felice Cavallaro al procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio, salito a bordo della nave Diciotti della Guardia Costiera ferma a Catania. E il magistrato: «Ho constatato che sono quasi tutti affetti da scabbia. Una realtà devastante, a cominciare dai cattivi odori che ti restano addosso. Mi ha accompagnato un appuntato che non era mai stato a contatto con questa realtà. Sconvolto. “Dottore, dal vivo cambia tutto, non è come si legge sui giornali…”. Ha ragione». Davvero, ha ragione; un conto sono i fatti, un altro il racconto che se ne fa.

Ma i fatti, gli ufficiali e i militari della Guardia Costiera, li conoscono bene, e direttamente. E allora, mi chiedo, perché non parlano, perché non spiegano quello che pure loro hanno visto, come il procuratore Patronaggio? Perché si fermano a quello che racconta il ministro via social? A loro mi rivolgo: vi prego, umanamente, non limitatevi a eseguire gli ordini. Quello che vi chiedono di fare, respingere o tenere su una nave delle persone che non hanno fatto nulla, tranne sopravvivere a un naufragio a cui son giunti scappando da una morte diversa e forse peggiore, non è giusto. Voi lo sapete. E lo sapete anche tutti voi che ora applaudite al potere; cosa vorreste che facessero, i tutori dell’ordine, nel caso che qualche governante chiedesse di limitare la vostra libertà senza un pronunciamento della giustizia? Perché non c’è nulla nella vostra condizione, nella nostra condizione, che ci dia il diritto di esser più fortunati di quelli costretti a solcare il mare e valicare le frontiere per vivere la vita che a noi è offerta per nascita. Non chiederemmo, tutti noi, a qualcuno di stare dalla nostra parte, se fossimo capitati nella loro sorte? Perché oggi aggredite e offendete chi cerca solo di non perdere la sua umanità, salvando così quella di tutti gli altri, di tutti noi altri?

Quanto stiamo facendo a quelle persone che rendiamo anonime nella categoria «migranti» è ciò mai vorremmo che fosse fatto a noi e ai nostri cari: perché lo facciamo e permettiamo che sia fatto, dunque? E lo vediamo accadere, lo ascoltiamo, lo leggiamo. «Perché non si possa dire che non lo sapevamo. O che non c’erano altre risposte possibili»; così spiega il suo prendere posizione Orlando Amodeo, fino a pochi mesi fa primo dirigente medico della Polizia di Stato, sempre impegnato ad aiutare quelli che si muovono spinti dalla disperazione, in un colloquio con Susanna Turco dell’Espresso che v’invito a leggere per intero.

E perché non pensiate che lui parli solo ora che è libero dal dover essere ufficiale, egli ricorda quando, quasi kantianamente, ai libri dell’ordine oppose la legge morale che animava il suo spirito. Racconta: «A un certo punto domandai alla Questura: abbiamo fatto tutto come polizia? Tutto, mi risposero. Scoprii proprio allora, per caso, che c’era un treno notturno: partiva da Reggio Calabria alle 21.35, andava al nord. Milano, Torino. Ho chiesto ai migranti: tu dove vuoi andare? Frugavano, e da una cucitura delle mutande tiravano fuori un foglietto. C’era scritto il paese, o la città. Allora, sempre per caso, c’era un sacerdote della Caritas che aveva un pulmino da 20 posti, che passava proprio vicino alla palestra, la sera, e un gruppo di ragazzi che ne aveva un altro: anche loro passavano di là. Alle 19, ora del cambio della guardia, invitavo tutti agli agenti fumare: ci radunavamo su una sola delle quattro vie d’uscita. Sa quanto ci mettono cento persone a uscire da una palestra? La stazione non era poi così lontana. E, sempre per caso, qualcuno aveva suggerito al capostazione di aggiungere un paio di vetture. Insomma ogni quattro giorni svuotavo tutto».

Perché i giusti, non di rado, sono quelli che agli ordini disubbidiscono.

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