Non è il migrante che ti ruba il lavoro, è il padrone a sfruttarvi entrambi

«Per gli esclusi che sospettano di essere ormai relegati tra gli ultimi, scoprire che sotto di loro c’è qualcun altro è una sorta di evento salvifico, che restituisce loro dignità umana e salva quel poco che rimane della loro autostima. L’arrivo di una massa di migranti senza dimora, cui si negano i diritti fondamentali non solo in pratica ma anche sulla carta, crea una rara occasione per il verificarsi di un simile evento. […] accadde ai cosiddetti white trash, cioè il sottoproletariato bianco del sud rurale americano che, anziché scivolare in un’autodenigrazione lacerante e autolesionista, trovò un’ancora di salvezza nella presenza dei negroes, visti come esseri subumani cui era negato persino l’unico privilegio che essi invece pensavano di poter vantare: la pelle bianca. Per i loro omologhi seguaci di Marine Le Pen, essere francesi è una caratteristica (forse l’unica possibile) che li accomuna al mondo buono e nobile dei piani alti, ai grandi e potenti, e che al tempo stesso li pone al di sopra di quegli estranei (anch’essi miserabili) che sono i nuovi venuti privi di cittadinanza. I migranti simboleggiano quegli ultimi, tanto ardentemente desiderati, e relegati ancora più in basso dei misérables indigeni, il cui destino diventa così leggermente meno umiliante, e dunque leggermente meno amaro, intollerabile e inaccettabile. Affinché i francesi possano sentirsi chez soi, nella buona e nella cattiva sorte, ai migranti bisogna far capire che hanno i giorni contati, e che le cose per loro non cambieranno». Così Zygmunt Bauman, in Stranieri alle porte (Laterza, 2016, ed. sp. per Corriere della Sera, 2018, pp. 12-13), e non riesco a non dargli ragione.

Perché, nelle reazioni scomposte, nell’odio che leggo negli occhi, nella rabbia che sento tra le parole dei tanti che, a prescindere, ce l’hanno con i migranti, soprattutto se neri, non posso non scorgere un senso di quasi appagamento, di sollievo, direi, di compiacimento. «Finalmente», paiono pensare molti di quelli che lo fanno, «ho qualcuno sotto di me da poter vessare, qualcuno a cui, pure io, far pesare la sua condizione, qualcuno che non mi faccia sentire ultimo». Che sia di breve durata o di forte intensità, non importa; l’emozione di sentirsi dalla parte giusta del mondo ripaga delle quotidiane umiliazioni, di quel senso di frustrazione che l’impossibilità di avere per sé ciò che la società spinge a desiderare continuamente genera. Ci si può sentire finalmente vivi e compiuti anche nel dileggio e nell’aggressione dell’altro, soprattutto se ciò dà l’impressione d’essere compresi tra quelli che si ammirano e invidiano. «Ed è una morte un po’ peggiore».

Europei diversi sulle sponde americane d’Atlantico hanno spiegato alla mia schiatta il non esser bianchi, altri italiani lungo le rive del Po le hanno insegnato a non sentirsi uguali nella stessa nazione; sarà per questo che non subisco la fascinazione della Patria, né il richiamo del colore di pelle. Ma è altresì curioso e inspiegabile come, i vessati, sbaglino mira così clamorosamente, e se la prendano col compagno, più che con chi l’uno e l’altro colpisce. Non sono i migranti a rubarvi il lavoro, ma i padroni che entrambi vi sfruttano, ponendovi tutti in competizione più che in accordo, per speculare sulle vostre rivalità e guadagnare nella guerra che inspiegabilmente vi date.

Non sembrano, però, i colpiti da questo incantesimo voler sentire ragioni. E mi tornano altre pagine del libro che ho citato all’inizio. «Fu proprio traferendo la questione filosofica su questo terreno [quello della sociologia, della psicologia sociale e dell’arte della conversazione] che Leon Festinger riuscì a disegnare una mappa molto più completa delle tante vie di fuga dalla dissonanza cognitiva, fenomeno che nasce nello spazio – notoriamente confuso e disorientante – situato tra la conoscenza morale e la condotta morale. Ciò che tute quelle vie di fuga hanno in comune è la determinazione a tenersi alla larga dalle insidie del disprezzo di sé, facendo leva sulla capacità di occultare a chi mente la realtà dell’ipocrisia e della menzogna o d’impedire che arrivino alla sua consapevolezza. Quest’impresa è compiuta dalla fede, ossia da una totale e incrollabile fiducia e sicurezza (di sé) in una determinata convinzione, da una certezza refrattaria a qualsiasi dato e ragionamento contrario, salda e inespugnabile in quanto fondata sulla persuasione interiore anziché su prove (di cui si arriva a negare la necessità) e pronta a rifiutare a priori, o a liquidare prontamente come anomalia o falsità, qualsiasi dato di fatto tale da porre in dubbio quella fede. […] È a questo punto che entra in scena quell’inamovibile elemento che sono i “molti” di cui parla Arendt: nostri indispensabili e inalienabili compagni fin da “quando inizio ad agire” […]. In caso di assenza di prove materiali, […] la mia certezza di “essere nel giusto” e di seguire il giudizio corretto si appoggia al das Man di Heidegger (l’on di Sartre): ossia al fatto che io mi trovi in sintonia con il “si fa così” o con “la (maggior parte della) gente è solita fare così”. Quanto più aumenta il numero di quelli che “fanno così”, tanto più l’imperturbabilità della mia fede si sente al sicuro, e sicura di sé. Das Man e l’on esprimono l’autorità dei numeri» (Ibid., pp. 85-86).

A tutto questo, si affianca la potenza dei mezzi, che se non porta colpa alcuna per le idee che si generano fra gli uomini, di certo dà una grossa mano a far correre le peggiori più velocemente, in una sorta di autoconvincimento di esser dalla parte del bene solo perché, con precisione scientifica e matematica, quell’ambiente ha l’accortezza di tener lontani da noi i possibili dissensi e i potenziali dubbi. Ancora Bauman: «Donal Trump […] è stato descritto da Emma Roller, opinionista del “New York Times”, come “il candidato perfetto nella nostra epoca virale”. Perché? Uno psicologo della University of Hawaii ha osservato che i fenomeni virali più entusiasticamente condivisi sono quelli che attingono alle dimensioni più profonde della psiche. “L’odio, la paura dell’altro e l’ira provengono direttamente dall’inconscio” […]. Quando si è soli davanti allo schermo di un telefono, di un tablet o di un computer, e gli unici “altri” presenti sono “virali”, si direbbe che la ragione e la morale si addormentino, lasciando campo libero a emozioni che di solito sono sotto controllo» (Ibid., pag. 91).

Tutto è perduto? No, non è mai tutto perduto. L’ingigantimento dell’ego degli uomini spesso costringe la storia nell’angustia dei tempi della vita dei singoli, ma sappiamo che il respiro di quella è più lungo, per quanto ci sembri corto il giorno che stiamo vivendo. È solo che, qui e adesso, per citare il Manzoni (I promessi sposi, cap. XXXII), opportunamente ricordato dal capo dello Stato pochi giorni fa, alla fine di questa notte potremmo esser costretti a dover dire della stagione che stiamo vivendo: «Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune».

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