Immaginate che siano bianchi

«E ora immaginate che sia bianca». Conclude così, trattenendo le lacrime, la sua arringa finale ne Il momento di uccidere, Matthew McConaughey, dopo aver raccontato l’indicibile fatto a una bambina di colore da due energumeni poi giustiziati nell’atrio dal padre, per questo imputato, nel film, Samuel L. Jackson. È una scena che dà i brividi e spezza il fiato in gola. Ma per fortuna, quello, è solo un film. Non lo sono, invece, i corpi che galleggiano, gli uomini, le donne, i bambini che annegano nel Mediterraneo. Di questi, a volte vediamo le foto. Così fu per il piccolo Alan Kurdi, adagiato come in sonno su una spiaggia turca.

Così è stato per il bimbo senza nome, inerme corpicino galleggiante a pochi centimetri da quello della mamma, morta anche lei. Prima di suo figlio, hanno rilevato i soccorritori; e si frantuma il corso dei pensieri perché la logica si arrende, perché non si riesce a immaginare la paura del sapersi solo, in mare, aggrappato a una tavola a soli cinque anni, e non si può ipotizzare il contrario in quella fatale tempistica senza che il cuore provi sgomento e rischi di perdersi nell’orrore. Però non corre l’emozione collettiva come accadde pochi anni fa. Perché? Perché quel morto nell’età dei giochi non muove identico dolore diffuso? Perché, addirittura, si sente parlare di invenzione comunicativa, mentre all’epoca, pure dagli stessi luoghi politici e mediatici, si udiva la chiamata alla responsabilità comune? Allora, voglio farla io l’ipotesi oratoria dell’attore: immaginate che siano bianchi.

Nessuna provocazione, nessuna voglia di colpire allo stomaco; è invece una triste, assurda, idea, che sempre più si sta facendo constatazione. La domanda che si fanno nei loro testi alcuni intellettuali e studiosi che hanno provato a interrogarsi sui perché della Shoah è come sia stato possibile che i tedeschi non provassero empatia per quegli ebrei che venivano cacciati dai luoghi di lavoro, dalle scuole, dal consesso civile. E la risposta, drammatica, è che, davvero, per i molti comuni cittadini che li osservavano, die Juden, gli ebrei, erano Untermensch, subumani.

Raccapricciante? Sì, molto. Però a quel punto portò la demonizzazione condotta lungo secoli, su cui si innestò la narrazione nazista con la sua retorica di morte, che altrimenti sarebbe stata respinta e ricacciata nella solitudine da cui era uscita, fino al crimine assoluto. Anni di “spersonificazione” di quell’altro da sé, di quel loro, i neri, li hanno resi più distanti dal perimetro emozionale di un noi che si percepisce continuamente sotto assedio e minaccia.

Il risultato è che uno sguardo atterrito, un cadavere riverso su una tavola tra i flutti e le macerie di un naufragio, un corpicino esposto al sole sul pelo dell’acqua e fra le braccia ormai impotenti di un sammaritano provato dal nuoto e dall’orrore, non solo non fanno immediate muover al pianto e alla disperazione, ma sollevano dubbi, animano un terribile, scettico cinismo, reggono urla sgraziate e, queste sì, inumane contro chi ancora prova a resistere, a soccorrere, semplicemente a compatire le sorti di altri esseri umani.

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