Cultura e formazione, non solo politica elettorale; i reazionari l’hanno capito, gli altri?

«La politica elettorale non è il solo modo per cambiare le cose. Gramsci insegna che bisogna combattere sul piano culturale per sperare di vincere sul piano politico. Oggi le forze conservatrici avanzano ovunque e la sfida è quella di costruire una classe dirigente in grado di usare questo potere con saggezza e lungimiranza. Perciò abbiamo deciso di creare l’Issep, per formare una nuova élite politica, sociale ed economica che agisca avendo a cuore il bene della propria Patria». Così Marion Maréchal Le Pen risponde a Marco Cremonesi che, per Il Corriere della Sera in edicola lo scorso giovedì 12 luglio, le chiede il perché della fondazione di un’accademia di scienze sociali, economiche e politiche legata al suo movimento, quel Front National arrivato già due volte molto vicino a esprimere l’inquilino dell’Eliseo.

Purtroppo, e lo dico con sgomento e un’infinita tristezza, ha ragione, e ha colto un aspetto che era patrimonio della sinistra, ma che le forze politiche di sinistra sembrano aver fortemente voluto dismettere, per inseguire i miraggi del successo per immagini. Sostituendo le noiose scuole di partito e i lunghi percorsi formativi delle classi dirigenti con il casting per i volti nuovi da candidare (attraverso cui, se ti riesce di azzeccare la performance efficace nell’audizione giusta, puoi ritrovarti proiettato d’un tratto dal tuo circolo di provincia, nella prestigiosa aula parlamentare brussellese), si è pensato di aver definitivamente agganciato la modernità. Salvo poi scoprirsi da questa tradita, ché quello, il tempo, scorre, e ciò che è attuale oggi nell’istante, nel successivo è già andato, e non ha più valore, come l’arena scivolosa su cui era poggiata la costruzione vacua che si vendeva come «strutturata».

Così, l’osservazione della giovane Le Pen è sensata, nella sua terrificante prospettiva. Le forze della reazione hanno capito che non basta prendere i voti, e che il consenso è labile come il vento su cui si muove, perché per costruire qualcosa che abbia senso e durata, ci vogliono fondamenta culturali e capacità apprese lungo percorsi formativi approfonditi. Gli altri (tutti, perché di processi promozionali per le classi dirigenti basati sul «questo buca e prende voti» ne ho visti ovunque nelle forze di sinistra o solamente popolari), quando lo comprenderanno?

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