La democrazia e la sua singolare malattia autoimmune

«Con malattia autoimmune, in medicina, si indica l’alterazione del sistema immunitario che dà origine a risposte immuni anomale o autoimmuni, cioè dirette contro componenti dell’organismo umano in grado di determinare un’alterazione funzionale o anatomica del distretto colpito». Così si legge sull’enciclopedia online recentemente auto-oscuratasi Wikipedia (e questa citazione è il massimo della solidarietà che da me quello strumento avrà, poco o nulla che ciò sia). In pratica, il meccanismo di difesa mette a rischio, o comunque colpisce e danneggia, il sistema stesso che dovrebbe difendere. E sono questioni serie su cui non intendo scherzare, ma che userò come similitudine con il massimo rispetto per chi ne è affetto.

I sistemi democratici, però, sembrano proprio vittime di una di queste patologie. Prendiamo l’informazione complessivamente intesa, dai media tradizionali ai social. Si è spesso detto che questa, tanto più quanto maggiormente libera e non controllata, avrebbe dovuto rappresentare il meccanismo di difesa (immunitario, nell’immagine usata prima) dai tentativi di riduzione e limitazione della democrazia effettiva. Eppure, in una sorta di nemesi ricercata o per una semplice eterogenesi dei fini, nel massimo della sua libertà nominale, essa si fa strumento principale per un attacco (la malattia, per stare ancora al paragone) condotto da più versanti contro la democrazia stessa, fin nei suoi princìpi costitutivi e nei valori fondanti. Da coadiuvante della conoscenza e realtà partecipe della costruzione del sapere, si rende semplice cassa di risonanza, dove le idee e le notizie non contano per la loro portata o valenza e nemmeno per la verità di cui sono costituite, ma semplicemente, poste tutte sullo stesso piano, in una malintesa parificazione democratica, appunto, per il numero di ripetitori, credenti, sostenitori che incontrano. Di più, al di là del merito, quelle che sono maggiormente dette e ascoltate si impongono su tutte le altre, soffocando la parola dissenziente che, se non fa atto di fede nei confronti del verbo della maggioranza, viene tacciata di antidemocraticità.

Nei fatti, attraverso quel rumore, la democrazia finisce per coincidere con il dominio della maggioranza, con la cancellazione delle minoranze in quanto, tutte e per l’unica ragione di essere rappresentate dai pochi nella temporalità della rilevazione, élites, «perché il popolo», l’unico indistinto corpo che sempre più è solo massa, «ha parlato»: col voto, con un like, con le condivisioni. Chi non si adegua, semplicemente, non esiste o è meglio che non esista. Quella democrazia che proprio nel rispetto delle minoranze e nel compromesso non impositivo fra le ragioni di tutti, degli altri, trovava la sua ragione di diversità, si riduce quindi a dittatura dei più; più numerosi o solamente più forti nella voce.

E lentamente, senza strappi e senza clamori, ci si trova in una storia diversa, cupa.

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Una risposta a La democrazia e la sua singolare malattia autoimmune

  1. Italiote scrive:

    A dirla tutta -dunque- nel nostro ordinamento la modifica di diritti costituzionali richiederebbe l’assenso delle minoranze politicamente rappresentate o in subordine la possibilità di veto referendario, tuttavia per via dell’assenza di protezione costituzionale al proporzionale puro senza soglie di sbarramento il principio di maggioranza viene compromesso sotto lo slogan della governabilità.

    Giacché spesso il numero dei seggi in parlamento non corrisponde ad effettivo sostegno degli aventi diritto si potrebbero generare scenari in cui viene formalmente rispettata la supermaggioranza richiesta per le modifiche costituzionale senza avere effettivamente il consenso delle minoranze.

    Più frequentemente invece la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento non corrisponde effettivamente alla stessa proporzione di aventi diritto di voto.

    Che poi qualcuno possa millantare il sostegno del “popolo italiano” sulla base di percentuali che sovrastimano artificiosamente la fiducia di minoranze senza udire pernacchie in risposta non deve indurre in errore: non è da escludere che tanto sia lo scarso credito presso la maggioranza della popolazione che simili imposture non vengano prese in considerazione:

    «Mi è già capitato di raccontare questo aneddoto. Qualche anno fa, nel paese in cui sono nato e cresciuto, durante una chiacchierata con un amico, lui lamentava il fatto che lungo il corso e nelle piazze, in fila alle poste o in attesa dal medico, l’ottanta per cento, se non oltre, di quelli con cui gli capitava di parlare si dichiaravano contrari all’azione dell’amministrazione comunale.» —
    http://www.filopolitica.it/2018/03/12/per-questo-sono-a-favore-dei-sistemi-proporzionali/

    PS: Il groupthink merita discorso a parte e può meglio individuare l’aspetto che si sarebbe inteso dibattere giacché pregiudica la qualità delle deliberazioni. Il fatto che disciplina di partito venga invocata spesso alla luce del sole la dice lunga…

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