Voglia di rivalsa e di partecipazione: la strana combinazione nei tempi presenti

«Oggi ho letto un articolo divertentissimo sul Corriere della Sera […]. Raccoglie le lamentele di alcuni ex parlamentari a cui toglieremo i vitalizi tra pochi giorni. Uno piange miseria perché da 4.700 euro al mese grazie alla nostra delibera prenderà 2.500 e parla di atto illiberale. Ma dico io: ma se hai versato contributo per avere una pensione di 2.500 euro perché te ne davo dare il doppio? Questa è giustizia, altro che illiberalità. Un altro dice che da 2.000 passerà a 400 ed è una rapina. Quindi parliamo di un ex parlamentare che ha versato contributi solo per avere una pensione minima. Capite questa gente? Quando erano in parlamento non hanno mosso un dito per alzare le pensioni minime perché tanto loro avevano il vitalizio che valeva 5 volte tanto. Adesso lo Stato se ne frega di difendere chi ha i privilegi e pensa a proteggere i più deboli. Potete piangere e strepitare quanto volete, tanto non si torna indietro. NOI I VITALIZI VE LI TOGLIAMO (il maiuscolo non è mio, ovviamente). Mettetevi l’anima in pace».

Così scrive Luigi Di Maio sul suo profilo Facebook. E io non fatico a immaginare gli applausi, il giubilo e persino le urla di gioia dei sostenitori suoi e del suo movimento. Personalmente, festeggerei qualcosa che mi venisse dato, più che il veder togliere ad altri, ma è questo lo Zeitgeist che abbiamo. Che fa il paio con il livore verso quelli che arrivano, ai quali si deve proibire pure la speranza di potercela fare, anche se questo male, a chi ne gioisce, non porterà alcun beneficio. Una peculiare Schadenfreude pervade la stagione che stiamo vivendo, che, nel caso dell’elettorato grillino con cui mi capita a volte di scambiare opinioni, si salda curiosamente a una malcelata voglia di partecipare, di essere tenuti da conto più e meglio di quanto è stato fatto in passato. In questo, nessuno è esente da colpe, per primo io, avendo (per quanto con poca più che nessuna facoltà dirigenziale effettiva) per anni frequentato partiti e formazioni politiche. Per esempio, fosse capitato sull’uscio di uno di questi un Di Battista, un Fico o un Conte, cosa avremmo detto? Probabilmente li avremmo ignorati (e qualcuno ne avrebbe sorriso), come non di rado è accaduto con quella quota non piccola di loro militanti, un tempo elettori di sinistra. E ci stupisce così tanto che oggi non ci calcolino? Anzi, che cerchino proprio di farci politicamente più male possibile?

No, tranquilli, non sto dicendo che è colpa nostra se quel movimento è cresciuto al punto da diventare il primo partito alle elezioni politiche; non sono tanto presuntuoso. Sto però dicendo che noi non ce ne siamo accorti, di quanti erano e di cosa volevano. E sto dicendo, inoltre, che quella voglia di rivalsa è divenuta rabbia, si è incattivita, e ora rischia di rompere gli argini, saldandosi ai più beceri e sempre presenti istinti revanscisti di quanti si sentono – e non conta che lo siano davvero – traditi o maltrattati e a una fraintesa voglia di partecipazione, di essere protagonisti, non foss’altro che per colpire quelli che, non considerandoli, li hanno feriti.

Ed è tutto molto triste, e preoccupante, nella sua pericolosità potenziale.

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