«Wir schaffen das»

La ricordate la frase di Angela Merkel durante uno dei periodi peggiore della crisi siriana e per la vita dei profughi e di quanti fuggivano da quell’inferno ancora oggi non risolto del tutto, dopo bombe arrivate da ogni dove? Bene, a me la Cancelliera non è mai stata particolarmente simpatica, ma in quell’occasione aveva ragione. Se l’Unione europea non è capace, non riesce o non ha il coraggio di affrontare le sfide che abbiamo di fronte, allora che perisca.

E con essa, le nazioni che la compongono. Perché quel «wir schaffen das» chiama in causa tutti, da Inari a Lampedusa, per dare le coordinate. Perché se davvero ci riteniamo «la culla della civiltà», almeno di quella da questa parte di mondo, se realmente ci teniamo ai nostri valori e ci vantiamo, nel contempo, di annoverare nel sodalizio la metà, se non di più, delle nazioni più progredite e ricche del mondo, allora non possiamo temere di crollare e finire perché quelli che stanno peggio, pacificamente e con donne e bambini, cercano un approdo per le loro speranze. Se la risposta d’Europa sarà fatta di muri e chiusure, allora non meritiamo la storia che vantiamo, né quella che potremmo lasciare.

La paura si può capire. Ma è in quella che si misura il coraggio. Se sapremo vivere con la necessaria capacità di affrontarla, avremo qualcosa da tramandare e di cui far andar fieri quelli che seguiranno. Al contrario, se il timore di perdere alcune comodità che crediamo garantite per sempre gelerà il sangue nelle nostre gambe al punto di non consentirci di uscire di casa e andare incontro al giorno che sarà, forse salveremo il nostro giaciglio creduto sicuro, ma sarà sempre più buia e solitaria la notte in cui cercheremo di dormire.

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Una risposta a «Wir schaffen das»

  1. Italiote scrive:

    Non è dato conoscere se la spesa in PIL% dell’Italia sia simile a quella degli altri stati europei, almeno per verificare l’attendibilità di certi slogan (nazionali e non) e discriminare “geopoliticamente” tra opportunismo e condivisione.

    Allo stato attuale il «wir schaffen das» mercheliano va contestualizzato col «nous ne sommes pas un pays d’arrivée première» macroniano per ristabilire l’asse francotedesco. 😉

    Il traffico di persone è una attività lucrativa che espone i migranti al rischio di morte dietro contraccambio di un importo di gran lunga superiore ad un viaggio aereo verso destinazione europea.

    I naufraghi pagano trafficanti che verosimilmente lucrano su altre attività illegali ma non entrano certo clandestinamente anche se sprovvisti di documenti.

    La direttiva EU 01/51/EC (emendamento allo Schengen) dispone che le compagnie di trasporto si facciano carico di tutti i costi di reimpatrio di passeggeri sprovvisti dei documenti necessari all’ingresso.

    La ratio di simili norme NON è la preoccupazione per la morte dei migranti che potrebbero beneficiare di un mezzo di trasporto sicuro anche pagandolo il doppio (con biglietto di andata e ritorno).

    Se fosse prevista una eccezione per fini umanitari (senza onere di verifica per i vettori), i migranti sprovvisti di documenti potrebbero scegliere il paese di primo ingresso.

    Il soccorso in mare non è l’unico modo per impedire gli annegamenti: quand’è che quella minoranza che predomina sui canali di massa ed intervista i potenti si decide a chiedere in giro perché sono stati scartati le altre possibilità?

    I media di massa non sono noti per presentare dossier su temi comunitari in forma sistematica in modo da fornire un quadro per l’analisi senza punti ciechi.

    Viene il dubbio che nel continente sia troppa la “cultura” che mercifica le persone galvanizzandosi, come se fosse opera da teatro, della disperata lotta MORTALE per l’emancipazione.

    Ammirazione, compassione, schadensfreude: la gamma emotiva degli spettatori con le terga all’asciutto è poco rilevante dal punto di vista politico (anche se lo è per i politici le cui terga sono chiamate in causa alle elezioni).

    PS: Non è possibile stimare l’entità dell’anello che portiamo al naso per via di punti ciechi (da deficit informativi ignoti) ma generare mediaticamente un costante senso di sovreccitazione in chi non è in immediato pericolo può anche finire con l’indurre desensibilizzazione.

    https://en.wikipedia.org/wiki/Desensitization_(psychology)

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