Hanno votato per quello che volevano

Le colpe della sinistra, gli errori commessi, classi dirigenti inadeguate: tutto vero, per carità. Non ho mai nascosto i limiti delle politiche seguite in questi anni dalle forze di sinistra, ed è per quello che ho lasciato il Pd e non mi sono lanciato ventre a terra per sostenere quanti tutte quelle cose, fino a un momento prima di scoprirsene distanti, avevano in pieno sostenuto, o comunque non avversato.

Ma non è tutto e non basta a spiegare quello che è accaduto. Un conto, infatti, è dirsi delusi dalla sinistra e smettere di votarla perché non ha fatto quanto si era impegnata a fare, difendere i lavoratori o migliorare lo stato sociale, per esempio, altro è votare la destra e aderire alla sua visione del mondo perché quelli di sinistra non hanno fatto cose tipo chiudere i porti ai migranti incuranti della loro sorte o impedire a stranieri e connazionali di etnia diversa (è emblematico, in questo, il caso dei rom) di accedere ai servizi pubblici al pari degli altri, per dire; insomma, di non esser stata troppo di destra. Salvini e soci, quindi, sono stati scelti liberamente perché, liberamente, li volevano, loro e le loro ricette fatte di ricerca del nemico, con tanto di narrazione xenofoba, retorica dell’uomo forte contro i deboli della terra, mito di un’età dell’oro mai esistita e difficilmente raggiungibile. No, non sto dicendo che quelli che hanno votato di là l’abbiano fatto non sapendo cosa stessero facendo. Al contrario, sto dicendo che questi, democraticamente, hanno scelto quelli da cui si sentivano rappresentati meglio; Salvini e soci, appunto.

E con questo non voglio nemmeno dire «l’avete voluto, arrangiatevi», non foss’altro perché, intanto, e per cominciare, mi ci dovrò arrangiare pure io con le loro decisioni. Però non si può non iniziare l’analisi di quanto accaduto partendo dalla considerazione che c’è, in questo Paese e anche fra la base di quelli che sono i partiti di sinistra, gente che si fa star bene i toni e i temi di Salvini, e che anzi è disposta a votare per lui, sebbene adducendo come motivazione il fatto che la sinistra abbia sbagliato non poco quando è stata al governo. Perché questo lo so, e lo dico pure io: ma non per questo ho votato per Salvini e per le sue idee, o per i partiti che con l’uno e delle altre sono alleati.

Il filo della matassa, magari, bisogna cominciare a cercarlo anche in quel torbido, sapendo che lo è e che può essere cattivo e cinico, se nessuno si preoccupa di tracciare vie diverse e migliori, limitandosi invece a seguire il mondo per quello che è. E ricordarsi di quando si sapeva come il popolo non esistesse come valore in sé, quasi concetto astratto, ma solo in quanto realtà strutturata e organizzata, di quando si discuteva «di come era importante che la gente/ non fosse una massa di persone sole». Nelle cerchie di quelli che ben pensano sarà facile rinfrancarsi, ma non basterà a risollevarsi. Se davvero a qualcuno ancora interessa farlo, e se non è più comodo, per tutti, rimanere con i pensieri che consolano chi li ha senza disturbare troppo gli altri che non li condividono.

Questa, sì, potrebbe essere una colpa irredimibile, se già non lo è fin d’ora, ovviamente.

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Una risposta a Hanno votato per quello che volevano

  1. Italiote scrive:

    Giacché l’astensione è stata del 27% per approvare leggi che gli astensionisti ritengono criticabili c’è lo sconto del 13,5% (cioé il 27% del 50% +1 della maggioranza assoluta)

    La casalinga di voghera a cui piace la maggioranza corrente apprezzerà di certo anche i saldi senza sapere chi ringraziare.

    Se qualcuno si preoccupa di tracciare vie diverse e migliori ma nessuno ne legge i programmi poiché è soggetto politico nuovo sarebbe bene non illudersi che le fazioni che si avvantaggiano di ciò siano disposte a tenere in considerazione le osservazioni di chi si comporta come se fosse obbligato a votarli.

    La cosa più ridicola è che i politici fuoriusciti (da un certo partito) per prendere posizione e criticarlo non sono stati sostenuti neanche da chi presumibilmente ne condivideva le critiche pur sapendo che senza la costituzione di un nuovo soggetto politico non potevano essere attuate perché contro la “disciplina del partito” precedente. 🙄

    Il filo della matassa è che i pregiudizi precludono le alternative e condizionano le scelte rendendo ciechi agli errori che ostacolano scenari migliori.

    La disciplina di ogni partito vale anche per gli elettori che non considereranno altro partito al di fuori di quello.

    Al decisionismo dilagante di chi vede nella politica un cameriere che non può derogare al menu del cliente pagante preferisco l’indecisionismo “non astensionista” per cui certe leggi vanno approvate ottenendo almeno il sostegno di un numero di parlamentari eletto dalla maggioranza assoluta degli aventi diritto di voto (dunque il 13,5% in più nella corrente legislatura)

    PS: Ho serie riserve sul decisionismo per via di idiozie come divieti di alleanze o mandati imperativi: in una moltitudine di concezioni divergenti per pervenire ad una sintesi non si può ragionare come si farebbe ad un fast food.

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