Etiamsi omnes, ego non

In questi giorni, il caso dell’Aquarius mi ha dimostrato in pieno quanto, sulle questioni legate alle migrazioni, io sia largamente in minoranza. La maggioranza, ho appreso sui social media, dai sondaggi e nelle discussioni al bar, non la pensa come me. Anzi, a dirla meglio, la maggioranza la pensa esattamente come Salvini. Lo sospettavo, eppure, sbatterci contro non è stato piacevole. Comunque, etiamsi omnes, ego non.

Non mi piegherò a quelli che dicono che i miei sono solo pensieri intrisi di «»buonismo, anche perché non saprei cosa potrebbe essere il loro contrario. Non mi farò dire che ho idee radical chic, soprattutto se chi lo dice è molto più chic e agiato di me. Non mi lascerò chiudere nell’angolo dei «benpensanti dei centri storici», non fosse altro per la semplice considerazione che in centro non vivo e non ho mai vissuto e l’unico quartiere storico che sento mio è l’ Cuosal, e dubito che sia a rioni del genere che ci si riferisca quando si parla di sinistra colta e borghese. No, non sono tutto quello, perciò sento nei migranti i miei fratelli. Perché là dove alcuni vedono confini di Stati e colori di pelle, io scorgo i segni dell’ingiustizia e lo scontro fra le classi.

Se qualcosa ci è stato tolto (ma ci è davvero stato tolto qualcosa, a noi che viviamo nelle nostre tiepide case?), è in alto che bisogna cercare colpevoli e bottino, non presso chi sta peggio, gli ultimi, i più deboli. Il resto, sono discorsi buoni per far di tutti gli uomini cani a guardia della terra dei padroni, compreso il concetto stesso di patria. Che poi, pure io ne ho una, solo che non può e non riesce a stare fra i tristi limiti delle cartine politiche. Per dirla con le parole del Poeta: «Io sono un filo d’erba/ un filo d’erba che trema./ E la mia patria è dove l’erba trema./ Un alito può trapiantare/ il mio seme lontano».

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