Ha altre forme, ma c’è ancora

«Noi sappiamo che la maggior parte dei nuovi schiavi lavora senza contratto. Sappiamo che mai si è visto da quelle parti un ispettore del lavoro per esaminare le irregolarità e colpire gli imprenditori italiani che approfittano del lavoro nerissimo. Noi sappiamo che per una manciata di euro i nuovi schiavi si piegano al lavoro stagionale della raccolta agricola, ma anche a massacrarsi di fatica (regolare?) nella distribuzione dei pacchi che noi siamo contenti di ricevere in casa con la fatica di un clic. Davvero non immaginiamo in che condizioni vivono e lavorano i lavapiatti pagati in nero? Chi pulisce i servizi igienici negli autogrill, nelle stazioni ferroviarie, nei grandi outlet? Di che colore è la pelle, nella maggior parte dei casi? E chi li assume, e che punizioni incombono per chi si avvale di quella manodopera sottopagata violando la legge? Non è che non sappiamo, è che facciamo finta di non sapere, avvolgendoci nel calore della retorica dolciastra dell’accoglienza, e delegando il lavoro duro di denuncia e di battaglia a Soumaila Sacko, eroe misconosciuto, assassinato come in una riedizione di Mississippi Burning. Isolato dai “cattivi”, abbandonato anche da noi “buoni”, dai liberali, dai tolleranti, dai moderni, che la sanno lunga ma sono incapaci di vedere che in Italia è rinato lo schiavismo».

Ieri, sul Corriere, Pierluigi Battista non lesinava parole dure su quello che è accaduto a San Ferdinando, in Calabria. E ha ragione: un uomo è stato ucciso (se per il solo colore della sua pelle o pure per il suo attivismo lo definiranno le indagini) e nessuno ha parlato. Non il Governo, non le istituzioni del Paese, ma nemmeno tutti gli altri, noi, quelli che, per usare le parole del giornalista, «facciamo finta di non sapere». Eppure, oltre a questo già enorme, commettiamo un ulteriore errore nel leggere quegli accadimenti o altri “da sinistra”, nel senso di quello a cui la tradizione ci ha abituati e nel solco di come lo farebbe, e lo fa, chi scrive. L’idea che molti abbiamo avuto, e io fra questi, è che lì, dove si dovrebbe manifestare, mancano ancora di più le realtà e i movimenti della sinistra ampiamente intesa, i sindacati, ad esempio, o le forze politiche organizzate. Ebbene, è un pensiero sbagliato perché lì, quelle, c’erano; infatti, era un sindacalista Soumaila Sacko e lo erano i suoi compagni che hanno manifestato dopo la sua uccisione. E facevano e fanno politica loro, in prima persona, tutti i giorni, nei modi e con le forme in cui riescono.

Il fatto che noi fatichiamo a riconoscere e inserire queste dinamiche negli schemi che ci siamo formati culturalmente è solo un problema e un limite nostro. Ma ci sono e agiscono nella società. E non solamente per quanto riguarda i migranti organizzati nelle campagne meridionali, novelle leve bracciantili della questione dei rapporti fra capitale e lavoro, ma anche nei servizi, pensiamo alla logistica a cui pure si riferiva Battista o ai fattorini della consegna di cibo a domicilio, dove hanno dato vita a un loro sindacato autonomo, o a tutti quei mondi del precariato che, spontaneamente, si danno da fare e agiscono per come possono.

Forse con delle imprecisioni, magari con meno efficacia di quanta che ne aspetteremmo, però sono lì. E poi, per usare le parole di Ingrao, chi lo dice che una spinta nuova, una realtà che si affacci solo adesso al mondo, debba nascere così, tutta compiuta, come fosse in bella copia? Il quadro di Pellizza oggi avrebbe i loro sguardi, gli abiti, le scarpe e le andature che hanno, parafrasando Scotellaro. E sì, anche con i loro colori di pelle; ché pure quella monocromia eurocentrica credo sia un vecchio arnese che spesso ci intralcia nel giudizio sul tempo presente.

Questa voce è stata pubblicata in libertà di espressione, politica, società e contrassegnata con , , , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *