Il vecchio sapore del futuro

«Per trent’anni ha lavorato a Melzo, in provincia di Milano, per la Grief Italia S.p.a., ramo italiano di una multinazionale che produce taniche e altri contenitori. Per quasi tutta la sua vita professionale, ha dovuto convivere con una pesante disabilità, visto che nel 1991 ha perso una mano. Ora all’operaio, un 61enne marocchino, l’azienda comunica che è licenziato. La ragione: è stata inventata una macchina che svolge automaticamente il lavoro a cui lui così a lungo è stato assegnato: la posa dei tappi provvisori sui flaconi appena prodotti, prima della verniciatura. Nella lettera di “licenziamento per giustificato motivo oggettivo con esonero dal preavviso”, l’azienda è chiara: “La nostra società ha installato una macchina, denominata ‘Paint cap applicator’, che svolge in automatico il medesimo lavoro sino a oggi da lei svolto. Viene così soppressa la Sua posizione lavorativa”. La ditta riconosce all’uomo l’indennità di legge…», eccetera, eccetera, eccetera.

Leggendo l’articolo di Franco Vanni, per La Repubblica, sul caso dell’operaio di Melzo, licenziato in vista della pensione e, per giunta, con difficoltà fisiche che di certo non lo agevoleranno nel trovare un altro impiego, è forte il sentore di stantio che rimane in bocca. Un sapore strano, di vecchio, ma che annuncia il futuro. Il futuro, oddio; il déjà-vu. Sì, perché l’avvenire che si annuncia con questi tuoni, quasi fosse un temporale minaccioso all’orizzonte, è una roba che conosciamo già: quella in cui il padrone fa sostanzialmente quello che vuole, e all’operaio, al lavoratore non rimane che accettare, subire e, quando non sarà più utile o conveniente, essere messo da parte. Questa è la modernità alla quale, di pancia e di testa, in molti sempre più si ribellano, e di tale ribellione dovremmo tener conto (e organizzarla, si sarebbe detto in passate stagioni), se non vogliamo limitarci a stigmatizzarla nei suoi eccessi e nelle sue derive non proprio educate.

Alla fine, per ognuno di noi ci sarà una macchia capace di svolgere «in automatico il medesimo lavoro sino a oggi da lei svolto», e una lettera già pronta per venircelo a dire. Che cosa faremo allora? Malediremo qualcuno, il collega ancora al suo posto o il nuovo arrivato più veloce di noi, e in attesa, entrambi, d’essere accompagnati all’uscita? O daremo ragione a chi ci chiederà di accettare la novità perché «il progresso non si può fermare»?

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