Dopo 55 giorni

«È il professor Franco Tritto?». «Chi parla?». «Il dottor Nicolai». «Chi, Nicolai?». «È lei il professor Franco Tritto?». «Sì, ma voglio sapere chi parla». «Brigate rosse. Ha capito?». «Sì». «Adempiamo alle utlime volontà del presidente comunicando alla famiglia dove potrà trovare il corpo dell’on. Aldo Moro. Mi sente?». «Che devo fare? Se può ripetere…». «Non posso ripetere, guardi. Allora, lei deve comunicare alla famiglia che troveranno il corpo dell’on. Aldo Moro in via Caetani. Via Caetani. Lì c’è una Reanult 4 rossa. I primi numeri della targa sono N 5». «Devo telefonare…». «No, dovrebbe andare personalmente». «Non posso…». «Non può?… Dovrebbe per forza». «Per cortesia, no, mi dispiace (piange)». «Se lei telefona, verrebbe meno all’adempimento delle richieste che ci aveva fatto espressamente il presidente». «Parli con mio padre, la prego». «Va bene». «Pronto?». «Guardi, lei dovrebbe andare dalla famiglia dell’on. Moro, oppure mandare suo figlio, comunque telefonare, basta che lo sappiano, il messaggio ce l’ha già suo figlio». «Non posso andare io?». «Certamente. Purché lo faccia con urgenza, perché la volontà, l’ultima volontà dell’onorevole, è questa, cioè di comunicare alla famiglia perché la famiglia doveva riavere il suo corpo. Va bene? Arrivederci». «Va bene».

Quarant’anni, oggi. La voce di Morucci sentita altre volte, l’assistente di Moro, Tritto, che non riesce a trattenere l’emozione. Il fino ad allora prigioniero e condannato, nei comunicati delle Br, che ritorna, in quella telefonata (qui come riportata da Sergio Zavoli, ne La notte della Repubblica, pp. 315-316), il presidente, l’onorevole, ma più di tutto, l’uomo. Già, l’uomo. La politica l’aveva e l’ha come nascosto. È accaduto e Moro lo sapeva fin da giovane. Sciveva il futuro statista nei suoi articoli per Rassegna, il giornale che con altri universitari aveva fondato sul finire della guerra, che «senza la politica manca all’uomo l’ambiente nel quale costruire il suo mondo, ma se la politica vuole essere tutta la vita, l’uomo è finito e la vita perde la sua chiarezza e ricchezza… Al di là della politica c’è un residuo immenso che rischiamo ancora di sprecare» (ora in Marco Damilano, Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia, pag. 72). Se era vero nella drammaticità dei momenti che il Paese e il mondo stavano vivendo quando Moro scriveva quelle parole, figuriamoci quanto poteva esserlo nel tempo dell’assurdo in cui si trovò a vivere i suoi ultimi giorni. E quanto può esserlo ora, nella tragicommedia che ci scorre davanti, dove non si trova chi abbia il torto proprio perché nessuno può vantare il diritto alla ragione.

Il Moro politico è il Moro uomo. Non c’è scissione fra le due cose, e l’immagine di un prigioniero ripiegato nella sua disperazione in contrasto con la lucidità che aveva il dirigente di partito e il funzionario di governo quando era libero, fu artatamente confezionata nel tentativo, a tratti riuscito, di delegittimarne le idee e il pensiero. Non ci sono due Moro. Quello che chiede il dialogo per salvare una vita, la sua, è lo stesso che vedeva nelle aperture progressiste verso il Pci l’alternativa unica e possibile al ciclico ricadere nella più retriva destra, sempre spietata e disumana. Come ricordò al congresso della Dc nel ’73, un «conservatorismo spaventato che giunge fino alla reazione, l’incapacità a cogliere il nuovo anche nelle sue forme più umane, una certa ottusità intellettuale e insensibilità morale, un fondo ineliminabile di autoritarismo, tutto ciò spiega la preoccupante rinascita della destra e addirittura del fascismo in Italia». Fino alla conclusione, perla di logica che riunisce in un attimo interi filoni di studio e campi del sapere diversi e differenziati, per provare a esemplificare con dei nomi, da Pasolini a Bauman: «Il fascimo è l’altra faccia, quella negativa, del grande moto rinnovatore del mondo» (in M. Damilano, op. cit., pag. 180).

Lucido al punto di non dimenticare mai che le regole e i funzionamenti delle istituzioni non sono mai neutri rispetto alla visione di società e rapporti di forza che si hanno nel definirli. Nelle pagine di quel Memoriale ritrovato per caso, scriveva dalla sua prigionia: «Ogni volta che c’è una difficoltà politica obiettiva, sembra sbucare lo strumento elettorale che dovrebbe permettere di superarla. Ma senza negare che in qualche caso (v. Francia) un sistema elettorale possa consentire di raggiongere certi obiettivi, in generale si può dire che si tratta di false soluzioni di reali problemi politici e che è opportuno non farsi mai delle illusioni. Non si accomodano con strumenti artificiosi situazioni obiettivamente controrte. […] C’è stata l’epoca della repubblica presidenziale, come forma di massimo ed efficace accentramento dell’esecutivo. Ma che dire ora che questi metodi si mostrano di dubbia validità nei Paesi di loro origine? A che è valso il presidenzialismo di Nixon? E quello, che pareva trionfare, dello stesso Carter? A che è servito davvero il sistema maggioritario a Giscard, Callaghan e in un certo senso Schmidt? Allora mi pare che la prefigurazione del domani, più che in ragione di nuove istituzioni perlomeno ancora non inventate, debba consistere nella preparazione migliore degli uomini nei partiti e nella vita sociale. Kissinger, come dicevo innanzi, lo faceva con estremo semplicismo ed una certa dose di rozzezza. Ma la direttiva è quella, mettere fuori uomini vecchi e inutili, anche se possono avere delle benemerenze, e mandare avanti uomini nuovi» (ancora in M. Damilano, op. cit., pp. 202-203, che ringrazio per la raccolta di testi e parole di Moro. Come ringrazio Paolo, «un amico di Cuneo» comune a entrambi, per avermi fatto apprezzare dettagli che non di rado, grossolanamente, ho ignorato).

Metteteli voi i nomi alle immagini di Moro; stando attenti, comunque, a non appassionarvi a un gioco che, in fin dei conti, vale possibilmente ancor meno delle figurine con le quali è giocato. Per conto mio, ho cercato di non sprecare questa pausa di Filopolitica nel ricordo del professore salentino e questo allontanamento dai vacui ritmi del presente, cercando, attraverso lo studio e la lettura di vari libri, di far di essi un omaggio e un tributo a degli uomini e a una stagione – senza vacue agiografie e conoscendone limiti e mali; dopotutto, nella stessa notte passata di quarant’anni fa, Peppino Impastato veniva fatto a pezzi per le sue battaglie contro un pezzo non irrilevante di quel sistema dominante all’epoca, e non solamente allora – in cui pure i silenzi erano misurati sull’importanza delle cose da dire.

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